di Jacopo Zonca

Ragazzi, ho fatto un casino.
La mamma sta piangendo e il papà non ha parole. Seduti in questo stanzone vecchio e addobbato con le cianfrusaglie della polizia, i miei genitori non mi guardano. Una scrivania vecchia li separa dallo sbirro, e io sono in un angolo, seduto su una seggiola rovinata. Non volevo mica creare tutto questo, ve lo giuro.
Stamattina avevo gli occhi che si chiudevano e il sonno mi stritolava la testa. Ero sul treno. Solito tragitto per andare a scuola. Avanti e indietro, avanti e indietro, gli stessi percorsi tutti i giorni. Uno sbatti ragazzi, uno sbatti che distrugge, credetemi. Il treno viaggiava veloce, i pensieri si aggrovigliavano, giravano senza fermarsi mai. Palpebre pensanti e buio. La mattina è quella roba qui: buio, freddo e voglia di dormire. Ho pensato ‘se stanotte la scuola è bruciata godo come una belva’. Che bello sarebbe stato vederla spaccata: il tetto cadente, il fuoco scoppiettante e i muri ridotti a macerie e polvere. E con gli insegnanti sotto, quelli più stronzi, come Monti, Rampini, Zaccaria… Tutti quelli che mi hanno sempre squadrato come il peggiore. Credetemi, arriva tutto a fatica la mattina. Tutto tranne il freddo, quello arriva presto, specie quando metto il naso fuori di casa, il cielo è ancora nero nero, le strade sono ghiacciate, il fiato condensa e mi ricordo che fino a pochi minuti prima ero nel mio bagnetto inchiodato allo scaldino che sparava aria calda dalle sue fessure di plastica. Bisogna stare tra le fessure in questa vita. Stare fermi tra le fessure per evitare casini.
Comunque, mi sto perdendo… ero ancora mezzo addormentato, un po’ di bava mi colava dal mento, la sentivo solleticare. Tenevo la testa coperta dal cappuccio appoggiata al finestrino vibrante della carrozza e rivedevo i pesci rosso fuoco che mi hanno fatto compagnia l’altro pomeriggio, quando ho stappato una bonga a casa di Ricky. Eravamo tutti e due stesi come delle lenzuola, la camera piena di nebbia e i pesci che nuotavano nel fumo con la boccuccia aperta, morbida. Pareva un acquario. Mi passavano vicino, immersi nella nebbia calda, mi facevano il solletico e il fumo sapeva di frutta mentre la luce mi coccolava… E poi ho attaccato a ridere, a ridere, a ridere tanto forte da non avere più fiato.
Mi sono ripreso da quei pensieri quando ho sentito uno scoppio vicino a me. Ho spalancato gli occhi, oltre il vetro bagnato è passato un treno sul binario opposto, avevo ancora la fronte schiacciata sulle tendine rugose e zozze del finestrino. Mi sono risvegliato del tutto e ho ricominciato a sentire la puzza di barbone della carrozza, ho fissato le gomme nere e schifose che qualcuno aveva spiaccicato sui sedili. Nessuno li pulisce mai i treni dove viaggiamo noi. Davanti a me c’era il Corra. Mi guardava, anche lui aveva un sonno da campione, la testa gli cadeva un po’ in avanti. Non lo direste mai, ma Corrado a scuola è un fenomeno… Matematica, fisica, chimica… tutte barzellette per lui. Per me invece è più facile scolarmi una botte di aceto che prendere un sei. Non ci capisco niente e mi faccio schifo.
“Hai studiato per l’interrogazione di Monti?” ha fatto il Corra.
“Scusa, ma non era mica venerdì?” gli ho risposto, con la paranoia che saliva tanto da schizzarmi fuori dagli occhi. Il Corra ha scosso la testa: “No no, l’ha anticipata quel rompipalle”.

In quel momento ho sentito le gambe come dei pezzi di marmo. Monti mi avrebbe fatto a strisce, quello non ha mai perso occasione per torturarmi. Secco che il bastardo mi avrebbe interrogato, sicuro ‘ca troia. E sarebbe stato ancora un quattro, che si sarebbe sommato al due e a tutto il resto.
“Sei sospeso su un filo, Lottici, occhio a non cadere, perché si può essere bocciati anche per la terza volta” mi ha detto il maledetto due settimane fa, con la sua voce catarrosa e la s fischiante. E io zitto, facevo finta di niente, occhi bassi, ma dentro avevo una paura che non vi riesco a raccontare. Insomma, non avevo studiato nulla e un altro brutto voto non lo volevo prendere. Dovevo fugare, non avevo altre possibilità. Voi cosa avreste fatto?
Il Corra invece era tutto tranquillo, è tornato a sonnecchiare, tanto figurati cosa gliene fregava, lui era a posto. Invece io ho cominciato a tremare, lo stomaco tutto accartocciato, le mani fredde… Poi il treno si è fermato, siamo smontati veloci prima che il carrozzone ripartisse. Fuori il freddo tagliava le guance, il cielo si era fatto grigio, era quasi ora di entrare in classe ma il Corra si doveva fermare a prendere il caffè. Vederlo così tranquillo era una tortura, l’ansia esplodeva, il cuore martellava tanto forte da farmi male. Non sapevo come scappare, ormai il tempo stringeva e la fuga era sempre più difficile. Se qualcuno mi avesse visto?
Era andato tutto in merda. Avevo voglia di spaccare l’altoparlante che gracchiava le fermate della stazione, sembrava lo facesse apposta a ricordarmi di scappare via, evitare un altro due. Un’altra cazziata dalla mamma e dal papà. L’altra sera li ho sentiti che parlottavano di me, tristi. “Non so cosa fare” diceva la mamma, e io sono andato in camera a farmi un cannone. Dovevo anestetizzarmi.
Mentre io e il Corra eravamo davanti al bar, sono arrivati Ricky e gli altri. La tensione mi è scesa, perché mi sento protetto quando vedo i miei amici, vestiti come me, con le felpe larghe, le scarpe da skater, i jeans bassi… è il nostro modo per dire che siamo diversi dai figastri della scuola, tutti calcetto e macchina del papi. Noi ci distinguiamo, ce ne freghiamo che le tipe belle e in tiro ci reputino degli sfatti. Stamattina poi davanti al bar sono passate quelle della quinta E vestite come per la discoteca. Hanno guardato me, Ricky, Corra e tutti gli atri come fossimo dei coglioni. Insomma, mi sono incazzato ancora di più, avevo bisogno di staccare, distendere il nervo, così ho chiesto a Ricky di darmi una mano, visto che mancavano ancora dieci minuti alla campana, così ci siamo messi da parte, lontano dalla sbirraglia che pattuglia sempre la stazione. Nascosti in un angolo dietro a una macchina abbiamo appicciato il cannone, Ricky ha fatto una boccata, poi me l’ha passato subito perché ha visto che ero sconvolto.
“Senti ma se facciamo fuga?” ho buttato lì.
“No dai, stamattina non mi va…” ha ridacchiato Ricky.
Il fumo era caldo e doloroso, mi grattugiava il gozzo. Era giusto quello che ci voleva per stoppare i pensieri. Ho fatto una doppia boccata, e poi ho ripassato la canna a Ricky. Al terzo ficco ero già leggero, stavo da re. Ci siamo avvicinati agli altri, si stavano avviando verso la scuola. A ogni passo tutto si è rimpicciolito e ridevo come uno stronzo mentre pensavo alla faccia di Monti, alla sua testa squadrata, ai baffetti e ai capelli bianchi. Non avevo più paura.
“Che occhi c’hai?” mi ha chiesto Belletti, ma non ho risposto, ero perso a ghignare.

E poi la voglia di scappare mi ha riacchiappato. Mi ha fatto ribollire lo stomaco e non sono riuscito a fermarmi. I ragazzi manco si sono accorti che ero sgusciato via dalla comitiva. Mi sono avvicinato ai binari. Ho superato la riga gialla, sono sceso, ho calpesto cartacce morbide, mucchi di mozziconi, immondizia di ogni genere. Il Corra deve avermi visto perché ha urlato, ma avevo la skunk che mi galoppava in testa e volevo scappare via. Ho cominciato a camminare sul filo come diceva Monti, senza cadere. Ridevo e sentivo qualcosa che spingeva in alto. La felicità mi invadeva. Una sensazione di libertà indescrivibile, ragazzi. Dietro di me le voci degli altri, ma io continuavo a stare in bilico sulla rotaia, a guardare il cielo e ridere sospeso sul filo. Ho spalancato le braccia, mi sembrava di volare, volevo scappare e vaffanculo al mondo. Ho iniziato a correre sul binario, lo zaino che sbatteva sulle spalle. Correvo senza inciampare, volevo tornare a casa, non c’era altra strada.
Poi è tornato lo schifo di odore della stazione, i freni del treno hanno fischiato tanto da bucare i timpani, ma io mica ci ho fatto caso, era tutto troppo bello. Mi stavo impennando, andavo più veloce, ero il supereroe di me stesso. Stavo ancora correndo, ormai ero lontano quando mi sono girato e ho visto un sacco di gente vicino al primo binario. Mi sono avvicinato. Il Corra era rannicchiato tutto, piangeva. Ricky era bianco come il latte, anche gli altri sembravano tutti congelati, rapiti a guardare il binario insanguinato. Ho cercato di chiamare Ricky, ma era troppo sconvolto, come lui gli altri. Poi il delirio: ambulanza, polizia… buio come il cielo della mattina quando esco di casa. Appena ho visto i miei ho cercato di parlare con loro ma sembrava non mi vedessero, così li ho seguiti mentre lo sbirro li conduceva in questo stanzone dove tutto tace.
Continuo a guardare la mamma, a cercare il suo sguardo, le voglio chiedere scusa. Mio padre si copre la faccia, vorrei abbracciarlo come facevo da bimbo, calmarlo, ma non riesco ad alzarmi da questa seggiola del cazzo. Pianto gli occhi sul pavimento lurido, urlo. La mia voce si perde nel silenzio della stanza.
L’autore
Jacopo Zonca è nato a Parma nel 1991. Ha lavorato a teatro come attore, autore dei testi e aiuto regia. Ha scritto articoli e pubblicato racconti su alcune riviste online (Grado Zero, Altri Animali, Quaerere, Pulpette). Ha pubblicato due libri, “52 49” e “Il mondo è un’altracosa” per Epika edizioni.