di Francesco Marangi (a cura di Poetarum Silva)
L’alfabeto è un insieme finito di suoni e segni che memorizziamo fin dall’infanzia. Ci dicono che quell’insieme di suoni e segni si chiama alfabeto. Sembra necessario impararlo in un preciso ordine, lettera per lettera. Ci dicono poi che a ogni lettera corrisponde un suono. Ci dicono che ogni suono può essere scritto e quindi fissato nel tempo. Ci presentano la differenza fra consonanti e vocali. Ci presentano le preposizioni, gli articoli, le congiunzioni, i tempi verbali. Ci insegnano la differenza fra maschile e femminile, singolare e plurale. Gli accenti, gli apostrofi. Ci insegnano a usare la punteggiatura, le pause, i silenzi. Ci gettano in un labirinto insomma. Il labirinto del linguaggio. Ci gettano in un labirinto senza fili di lana da seguire, senza avvertirci dei possibili pericoli, le trappole, i minotauri. Ci gettano nel labirinto del linguaggio quando siamo ancora bambini, noi ingenuamente ci fidiamo e ci troviamo soli, di fronte all’analisi logica e grammaticale. Impariamo a sopravvivere all’interno del labirinto, impariamo a rispettare le parole, ascoltiamo le voci delle lettere. E ogni lettera è un personaggio, con una volontà precisa, desideri e paure, deliri e ossessioni. Come ogni personaggio anche le lettere hanno una loro storia personale, un passato con cui fare i conti e un futuro a cui sono inevitabilmente destinate.
La lettera A e la lettera B aprono lo spettacolo, il sipario si alza su un piccolo appartamento cittadino…