
La luce infuocata del tramonto sferzava il pavimento maiolicato trasformando il blu e il verde delle piastrelle in viola cupo e giallo opaco. Dal portale in piperno, ancora aperto, si insinuava uno scirocco che aggrumava l’aria. La chiesa era stata consacrata dalla corporazione dei pipernieri a Santa Lucia perché a lavorare il piperno, che è più duro del tufo e più impenetrabile del diaspro, spesso schizzavano schegge che si conficcavano negli occhi.
Chi visitava la chiesa ci finiva per caso, di ritorno dalla visita a San Gregorio Armeno. Turisti con le magliette appiccicaticce e lo stupore negli occhi imboccavano il vico ed entravano nella chiesa per inerzia, dopo una giornata di intorpidimento. Forse erano attratti dall’invito riportato su un cartellone a lato del portale, Venite a scoprire il teschio con le orecchie!, o forse speravano di trovare un po’ di refrigerio dall’afa che si incollava alla pelle.
Quella sera l’ultimo gruppo di turisti era composto da cinque persone: un uomo sulla cinquantina con un cappellino con visiera calcato sulla testa e in bocca una cicca, che masticava rumorosamente, una giovane coppia con una bambina di otto anni, e una ragazza dagli occhiali spessi. Gennaro li accolse con un sorriso stanco, disse qualche parola su santa Lucia, la protettrice degli occhi, e li accompagnò nell’ipogeo, raccomandandosi di fare attenzione alla testa e ai gradini. Una volta giù, alla luce delle candele, iniziò la solita spiegazione. L’ultima della giornata.
«Qui si teneva il culto delle anime pezzentelle, anime di persone ignote che chiedevano di ascendere al Paradiso. La gente adottava una capuzzella, cioè un teschio, e intercedeva con le preghiere perché l’anima pezzentella salisse dal Purgatorio al Paradiso. In cambio si chiedeva protezione».
«Uno scambio di favori» commentò l’uomo con la visiera continuando a masticare rumorosamente la cicca.
«Sì, uno scambio di favori. Si portavano pure degli ex voto per ringraziare del favore ricevuto. Vedete quell’oggetto metallico a forma di cuore?»
Tutti volsero lo sguardo verso il punto indicato da Gennaro.
«Quello è stato lasciato da qualcuno malato al cuore e poi guarito. E vedete quello a forma di occhi? È di qualcuno malato agli occhi e guarito».
«Ci sono anche delle gambe!» esclamò la bambina con voce squillante. Era la più attenta alla spiegazione.
«Brava! È l’ex voto di qualcuno che è stato curato alle gambe. La capuzzella veniva anche rinfrescata con un panno umido perché trovasse ristoro dalle fiamme del Purgatorio».
«Eh, anche qui sotto mica si scherza con il caldo. Pare di stare all’Inferno, altro che al Purgatorio!» disse il masticatore di cicca cercando il consenso degli altri visitatori che però non risero alla battuta.
Il masticatore si era tolto il cappello, scoperchiando una testa pelata punteggiata di goccioline di sudore, e se lo ventilava davanti al volto butterato. Sempre per il sudore – l’afa scioglieva la cera delle candele – alla ragazza gli occhiali spessi erano scivolati fino alla punta del naso, e il padre della bambina si asciugava di continuo la fronte con un fazzoletto di stoffa che poi riponeva nella tasca degli shorts mentre la madre faceva svolazzare davanti a sé un ventaglio, con movimenti nervosi. La bambina, che ascoltava la guida guardandosi intorno con curiosità, era l’unica perfettamente a suo agio.

Gennaro riprese fiato – faceva davvero un caldo infernale lì sotto –, indicò un punto in alto e chiese alla bambina: «E lì in alto che cosa vedi?»
«Il teschio con le orecchie!» esclamò la bambina, euforica.
«Esatto, il teschio con le orecchie! In realtà gli studiosi hanno dimostrato che quelle non sono vere orecchie, ma un’anomalia del cranio. Però, dato che sembrano orecchie, si veniva qui a rivolgergli delle preghiere perché il teschio poteva ascoltarle meglio degli altri. Anche ora potete sussurrare o scrivere sui fogliettini la vostra preghiera, se lo desiderate».
Gennaro mostrò un paniere appoggiato su una lastra di marmo e un tavolino basso con delle penne e dei bloc-notes. Dal paniere straripavano nuvole di fogliettini piegati in due o in quattro. La madre della bambina, con il ventaglio sventolante, e la ragazza occhialuta, con una mano premuta sulla stanghetta sinistra degli occhiali ché non avessero a scivolare, andarono a scrivere la loro preghiera, piegarono il fogliettino e lo riposero nel paniere. La bambina sussurrò qualcosa al teschio con le orecchie, le mani a cucchiaio attorno alla bocca, la testa piegata all’indietro. Il padre e il masticatore rimasero immobili.
«I signori stanno tornando su!» urlò Gennaro alzando gli occhi alle scale.
«Li aspetto io. Poi chiudi tu, Gennà?»
«Chiudo io, Alfrè. Arrivederci, signori, e buon soggiorno a Napoli!».
«Arrivederci e grazie» risposero in coro i visitatori.
Finalmente Gennaro era solo. Tirò un respiro di sollievo, prese lo scaleo in legno addossato a una parete e un cuscino rosso incastrato dietro allo scaleo. Aprì lo scaleo e ci dispose accanto, sul pavimento, il cuscino. Salì i gradini traballanti dello scaleo fino all’ultimo, il quarto, e poi allungò le braccia verso la capuzzella. Ridiscese con le gambe che gli tremavano. Era diventato vecchio per quegli sforzi. Appoggiò anche il piede sinistro sul pavimento e si piegò ad adagiare con delicatezza la capuzzella sul cuscino rosso. Poi estrasse fuori dal taschino un fazzoletto di stoffa e lo irrorò con un po’ d’acqua di una bottiglietta che si portava appresso per la calura di quei giorni. Lisciò il teschio con il fazzoletto per rinfrescarlo dall’arsura dell’aldilà e recitò la breve preghiera per alleviarne le pene: «A refrische ’e ll’anime d’o priatorio».
Si alzò in piedi con le ginocchia incriccate e andò a prendere i foglietti del giorno, quelli più in alto nel paniere: aveva fatto caso a dove erano stati messi e si ricordava anche i volti di quelli che li avevano lasciati. Erano circa trenta foglietti. Su ognuno una preghiera.
Vorrei un figlio maschio. Vittoria
Generoso teschio con le orecchie, concedimi di trovare un buon lavoro che quello che ho è uno schifio. Roberto
Ti chiedo che il mio amore guarisca dal suo male e che stia in salute. Grazie, Alice
Gennaro leggeva ad alta voce quelle preghiere. Si era di nuovo curvato sulla capuzzella. Leggeva e gli occhi gli bruciavano dalle lacrime. «Nun ve preoccupate, ce penz ’a capuzzella cu ’e rrecchie».
Dopo aver letto l’ultimo foglietto, passò di nuovo il fazzoletto sul teschio, ripiegò i foglietti, li rimise nel paniere e sollevò dal cuscino la capuzzella. Pareva che portasse un trofeo o una reliquia sacra. Gli occhi gli luccicavano per la devozione e la riconoscenza per quella capuzzella che dava un senso alle sue giornate, e per il bene che arrecava alla gente. La sua era un’opera di carità e provava un piacere, quasi fisico, una sorta di brivido, nel compierla e nel mantenerla segreta, perché la migliore carità non si gonfia di orgoglio e non si vanta, la migliore carità basta a sé stessa.
Mentre saliva l’ultimo gradino dello scaleo e pensava alla sua nobile opera segreta, qualcosa cedette, un’asse di legno, forse marcia, o la sua gamba, ormai vecchia, e Gennaro perse l’equilibrio.
L’indomani, quando scese nell’ipogeo, Alfredo trovò Gennaro disteso sul pavimento con il teschio tra le mani rivolto ai suoi occhi spalancati. Gennaro teneva un sorriso come quello di un bambino. La testa era cinta da un’aureola rosso fuoco. Il corpo era mpepernuto. Più tardi qualcuno commentò: «Abbastava ca ce mittive ‘na man’ pe’ pparar’ ‘a botta». Ma così Gennaro aveva salvato ’a capuzzella cu ’e rrecchie e si era guadagnato un posto in Paradiso.
L’autrice
Lucia Maddalena Tissi è nata a Milano e vive in Toscana. Ha studiato lettere classiche a Firenze e per anni si è dedicata alla ricerca. Ora insegna in un liceo classico di un paese di montagna, ma vive in città. Nel tempo libero nuota, si immerge nei libri, sguazza contenta tra gli amici e si tuffa nell’immaginazione. Ha già pubblicato qualcosa.