
Dopo Bim Bum Bam Ketamina, uscito nel 2023, che ci aveva iniettato una buona dose di follia contemporanea fatta di influencer botuliniche e masochiste, gas tossici, tonnellate di cocaina e sedute di psicoterapia in cui tutti dicono sempre la stessa cosa – cioè che la famiglia ti rovina la vita – torna in libreria Claudia Grande, stavolta con un romanzo. Si tratta di un true crime/noir che segue due binari di indagine: il primo, quello sulle tematiche già affrontate nel precedente testo; il secondo, quello canonico, di genere, perché la storia si sviluppa proprio intorno alla risoluzione di alcuni casi.
Mi è capitato di dire in un’altra occasione che Pornorama – chiaramente un titolo ispirato a Glamorama di Bret Easton Ellis – mi è sembrato una puntata di Chi l’ha visto? in versione “grandesca” (mi si perdoni in neologismo): nella fiera degli orrori che è il nostro mondo attuale, Claudia trasmette sulle nostre frequenze una trasmissione condotta da un qualche host lynchiano abbigliato come un pagliaccio mentre ti annuncia che la Terra è fottuta e che la colpa è tua. E nel frattempo, sullo sfondo, qualcuno sta copulando in diretta ripreso da una scimmia psichedelica con l’iPhone.
Ecco, l’autrice è molto brava nell’esplorazione del grottesco, quello che abbiamo sotto gli occhi ogni giorno se accendiamo la televisione oppure scrolliamo i reel di Instagram, con il pregio di portare il grottesco al parossismo. Tutto è eccessivo, ridicolo, comico, anche gli orrori. Nessuno si scandalizza, anzi: i personaggi di Claudia Grande sguazzano nella loro stessa assurdità. Allora mi piace pensare che quell’host sia proprio l’autrice, magari travestita da Bruno Vespa in tanga e copricapezzoli di lustrini, in uno scherzo sadico che ti mette di fronte al marcio e ti costringe a guardarlo, a sporcartici le mani, a portartelo a casa.
Vittoria De Feo, una delle protagoniste principali di Pornorama, è un capo ispettore, il classico “poliziotto cattivo”: acida, solitaria, rabbiosa, è ossessionata dai casi di presunti suicidi di influencer, pornostar e starlettine varie che affollano la sua scrivania. Lei sente che non si tratta di suicidi, ma di qualche enorme complotto che riguarda il mondo della politica, della legge, dello spettacolo. Il problema è che nessuno le crede, quindi la sua intuizione prosegue raminga, avvallata solamente da un personaggio ambiguo e bizzarro che, in un secondo momento, la affianca nelle indagini. I due, come in una sorta di processione pop e allucinata, interrogheranno avvocati, chirurghi plastici, pornodive, alla ricerca della verità. Parallelamente, le stesse domande e gli stessi subbi di Vittoria sono seguiti da una coppia improbabile di pseudo-giornalisti in erba, Bet e Teo.
Ma come Claudia ci ha abituati a pensare, la verità non è una, sola e trina, ma è sporcata di bugie, imbottita di droga, raccontata come fosse un reality show. Le stesse tematiche di Bim Bum Bam Ketamina tornano in questo romanzo ammantate dall’ossessione delle persone per il sesso: vi sono festini degni di presidenti del consiglio passati a miglior vita (e attualmente in carica nella più grande potenza mondiale ndr); bambole gonfiabili; sex toys che ricalcano le fattezze intime delle pornostar morte. Il sesso è ovunque, ma forse sarebbe più corretto dire la pornografia: l’autrice usa una delle tematiche più facili ma al tempo stesso tricky per rappresentare un micromondo di omuncoli e donne plastificate che, attraverso l’uso del potere e del proprio corpo, cercano di conquistare fama, successo, denaro, autorità. Sono personaggi maligni, ingannatori, persino quelli che sembrano immacolati. Anzi, forse è proprio da questi ultimi che ci si deve aspettare il peggio.
In poco meno di cinquecento pagine, l’autrice ricalca i lati più assurdi e deformi della contemporaneità: l’osceno viene messo a nudo, l’ironia caustica è lo strumento – sapientemente manipolato – per svelarlo. Proprio il tono in apparenza leggero e beffardo, canzonatorio fino al ridicolo, è il modo con cui Claudia ci parla di cose orribili senza farci storcere il naso. È capace di raccontarci di una donna che si trita una mano nel frullatore per guadagnare followers e di farci pure ridere. È capace di esplorare a fondo la disperazione di un personaggio come Vittoria, una sorta di versione italiana della folle protagonista de Il mio anno di riposo e oblio di Ottessa Moshfegh, che per spegnere dubbi, ansie e fallimenti (un personaggio profondamente umano, con cui si empatizza subito perché racchiude tutte le nostre fragilità) si imbottisce di Stilnox. È capace di farci sorridere anche quando ci racconta di quel tizio che vive in una villa quasi hollywoodiana e si circonda di ragazze belle e giovani, vestite da conigliette, trattate proprio come conigliette, cioè come animali da compagnia. Ecco, il grottesco di Claudia Grande ci fa ridere.
Poi però ci pensi un attimo e ti chiedi perché diavolo stai ridendo. Quelle cose le hai viste anche tu, forse le hai vissute, e quando ci eri dentro fino al collo non c’era proprio nulla da ridere. Non succede lo stesso quando guardiamo alla tv il notiziario? Magari sta passando un nuovo aggiornamento su Gaza, oppure sul caso di Garlasco, e ti trovi a pensare: mannaggia, che pena, però nel frattempo continui a strafogarti di cibo e a buttare un occhio sul reel di quel tizio che promette plateau di sushi roll in foglia d’oro profumati ai petali di fiori di Tahiti. È ridicolo o no? Eppure lo abbiamo fatto, lo stiamo facendo e lo faremo ancora.
Ma attenzione: l’autrice non scrive per denuncia. Non è un testo che è nato per smuovere le coscienze. A Claudia non frega niente di farci sentire in colpa. Quello che fa è semplicemente prendere il mondo in cui viviamo e farci vedere quanto fa schifo (e probabilmente, in questo schifo ci sei anche tu come parte del tutto). Ecco, Claudia non denuncia, ma solleva il marcio alla tua attenzione, te lo mette sotto al naso, in modo che tu non possa distogliere lo sguardo. Di fatto non racconta niente di più e niente di meno di quello che passa in tv o sui social media, ma attraverso il letterario.
Mi piace sempre leggere Claudia Grande perché – cosa per nulla scontata – è una delle autrici italiane contemporanee che sa davvero scrivere (frecciatina dovuta, abbiate pazienza) e padroneggia i suoi argomenti in modo preciso, con una linea narrativa e una cifra stilistica riconoscibili. E poi, il secondo libro è sempre quello più difficile: Claudia è stata coraggiosa a imbarcarsi in un testo di genere poco esplorato, con una mole importante, non tradendo però il suo topic preferito, l’umano grottesco e le sue implicazioni nella contemporaneità.
L’autrice

Claudia Grande è nata a Chieti nel 1990, ha lavorato presso lo studio legale Gianni & Origoni, occupandosi principalmente di M&A, Restructuring, diritto societario, diritto commerciale, arbitrati. Ha superato l’Esame di Stato per l’abilitazione alla professione forense e dopo aver lasciato lo studio ha conseguito un master in Storytelling & Performing Arts.
Ha pubblicato racconti su riviste letterarie cartacee e digitali. Oggi lavora in Rai Pubblicità come copywriter e content creator. Il suo romanzo d’esordio, Bim Bum Bam Ketamina, è uscito per Il Saggiatore il 3 febbraio 2023.