di Jacopo Zonca

Diciamocelo, al contrario di undici o dodici anni fa, cioè l’anno di uscita di “The Master” per intenderci, i social hanno acquistato sempre più potere nell’influenzare la voglia di spendere i soldi di un biglietto del cinema e, proprio per questa ragione, quello a cui stiamo assistendo in questi giorni è forse uno degli aspetti più genuini di quei circuiti impazziti che sono Facebook e Instagram. Degenerazione da cinefilo web? Forse, ma l’esaltazione, e nella maggior parte dei casi la lode al nuovo lavoro di Paul Thomas Anderson in rete, potrebbero forse triplicare gli incassi di un film già in profumo di Oscar, e che altresì sta sollevando polemiche aspre data l’istantanea nitida che consegna dell’America di oggi e le correnti fasciste che soffiano sul mondo.
Ma andiamo con ordine. “Una battaglia dopo l’altra” è la storia di Bob Ferguson, rivoluzionario e membro di spicco dei “French 75”, gruppo clandestino di matrice socialista il cui obiettivo è liberare gli oppressi e sconfiggere l’ideologia capitalista. Il sogno di un mondo più giusto guida Bob, la moglie Perfidia e gli altri affiliati in un viaggio che li porta inevitabilmente a scontrarsi con la forza della repressione governativa di cui il colonnello Steven J. Lockjaw rappresenta la cuspide. Da questo scontro nessuno uscirà inerme, ma se una battaglia può portare a un cambiamento, la trasformazione sta proprio nella riflessione che la precede: quale può essere il vero senso della vita, proseguire il proprio scopo e inseguire l’idea utopistica di un mondo migliore, oppure conservare l’amore per le persone per le quali vale la pena mettere a repentaglio la propria esistenza?
Per chi inizia ad ammirare Anderson ora potrebbe sembrare una novità, ma nella filmografia del cineasta californiano, il gusto per la storia e la conseguente analisi sociale della sua patria – sì, è maledettamente e squisitamente americano – ha sempre fatto parte della sua poetica a partire dal primo enorme successo, Boogie Nights: affresco del mondo del porno nel periodo in cui l’industria era rivoluzionaria. Come non citare poi “There Will be blood” (Il petroliere) che analizzava la perversa relazione tra petrolio e religione all’inizio del Novecento uscito nelle sale in piena era Bush, facendo poi un salto temporale agli anni Cinquanta con “The Master” per raccontare la nascita del settarismo che ancora infesta il tessuto socioeconomico americano.
Poi, con il magnifico “Il filo nascosto” a molti sembrava che l’autore denotasse un’incapacità di adattarsi alla contemporaneità, ma oggi, con “Una battaglia dopo l’altra”, Anderson torna ad analizzare il presente – anche se un po’ sospeso e dal gusto vintage – dell’Occidente, privilegiando la mescolanza di generi e una sana dose di intrattenimento. Qui pare esserci proprio tutto: commedia, dramma, impegno intellettuale, thriller e azione, caratteristica che gli permette di raggiungere diverse fasce di pubblico come forse non è mai riuscito a fare prima un’opera di P. T. A. Nonostante l’indubbia bellezza del film, c’è però una cordata che ancora rimane titubante nell’apprezzare un’esperienza cinematografica da antologia, ed è quello zoccolo duro rappresentato dai pynchoniani.
Se “Inehernt Vice” era un vero adattamento per lo schermo dell’omonimo libro di Pynchon, in quest’ultima prova c’è uno scatto in più, un tradimento consapevole che da un lato delizia i cinefili, ma dall’altro si scontra con il puntuale: “Eh, ma il libro è meglio”, tormentone da hit parade che dalla nascita del cinema flagella e distorce la comprensione di un’opera tratta da un romanzo. Certo, è comprensibile, come Tolkien, Pynchon non ha degli ammiratori, ma dei veri e propri seguaci pronti a lapidare chiunque sbagli anche solo a pronunciarne il nome, se poi parliamo di “Vineland”, uno dei titoli più famosi e belli dello scrittore, allora va da sé che il confronto possa sfociare nel sangue.
Be’, in “Una battaglia dopo l’altra”, del testo di Pynchon rimane il necessario, ossia le linee narrative principali- rapporto padre e figlia, tradimento e sfondo politico- sulle quali si incardina la storia. La contestualizzazione moderna – il romanzo è ambientato nel 1984 all’apice del dominio Reagan – i personaggi e il dipanarsi del racconto, sono farina del sacco di un Anderson come sempre in splendida forma e deciso a mettere al centro la sua ossessione per un linguaggio cinematografico ricercato, ricco di movimenti di macchina lunghi e mirabolanti, un ritmo concitato, un montaggio tanto perfetto da stordire e una fotografia esaltata dall’utilizzo della pellicola. Per non parlare poi della squadra di mattatori dello schermo al suo servizio, un gruppo in cui sicuramente Di Caprio e Penn primeggiano nel loro istrionismo, ma nel quale c’è anche spazio per un giovane talento come quello di Chase Infiniti. Questo film fonde lo humor di “Punch drunk love” e “Licorice pizza” all’energia di “Boogie Nights” sfottendo il suprematismo americano senza però risparmiare sonore frustate anche ai movimenti di sinistra incarnati dalla banda capeggiata da Bob Ferguson e la sua bella.
Per alcuni è il miglior titolo di una filmografia che sorprende a ogni pellicola, per altri è solo una nuova ottima prova: al grande cinema le etichette stanno strette, ma la faida rimane e occorre fare chiarezza. Quando due autori così importanti si incontrano, le influenze sono da ricercare nel differente mezzo espressivo che i due adottano: il postmoderno che impronta da sempre la filmografia di Anderson nasce da molto prima che la sua macchina da presa intercettasse le pagine di Thomas Pynchon, basti pensare a “Magnolia” uno dei suoi capolavori assoluti, che con i suoi personaggi alle prese con il dolore in una quotidianità impazzita, traccia un ritratto perfetto della modernità e delle paralisi psicologiche che ancora oggi ci tormentano.
Bisogna fare pace una volta per tutte con gli adattamenti, specie per libri così importanti, altrimenti ci si incaglia nell’effetto Shining – meglio King o Kubrick? – dimenticando che parliamo sì di arti che si influenzano a vicenda, ma che continuano a parlare lingue diverse. Due cose sono certe: Thomas Pynchon è un autore che ha segnato indelebilmente la storia della letteratura e Paul Thomas Anderson è con tutta probabilità il più grande regista contemporaneo.
