Appena torno a casa

di Jacopo Zonca

Mi chiamo Mario e oggi vado al museo da solo. È lo stesso dove vado sempre con mamma e papà. Nello zaino ho messo delle merendine, il caricabatterie del telefono e un dépliant guida che ho comprato l’atro giorno insieme al biglietto. Guardo il telefono, nessuna chiamata dall’ospedale e nessun messaggio da Lucia, ma tra qualche giorno andremo a sciare! Appena torno a casa prenoto l’albergo.

In macchina c’è profumo di pino. Il volante è leggermente unto di spray lucido, così come i tappetini e il cruscotto. Schiaccio il bottone sul telecomando si apre il portellone, accendo il motore ed esco dal garage, la frizione della Peugeot è da cambiare, quando papà uscirà dall’ospedale andremo insieme dal meccanico. Intanto il quaderno rosso è finito nella lettiera del gatto. Rido. Papà, il tubo nel naso, l’uccellino nel bosco e gli abeti. I medici si devono riunire per capire il tipo di operazione da fare. Le stelle che abbiamo visto io e Lucia quando siamo usciti per la prima volta sono ancora lì in cielo.

Mario, non ce la faccio più. Perdonami, ma non ce la faccio.” Se lei mi avesse detto veramente così, adesso non riuscirei ad andare al museo. E invece eccomi qui, in macchina, sereno, pronto per vedere la mostra e prepararmi per il fine settimana, perché tra qualche giorno andremo a sciare! Appena torno a casa prenoto l’albergo! Arrivo al museo, parcheggio la macchina nell’area di sosta e sto bene attento a non uscire dalle righe blu. Scendo. Portavo i libri di scuola e le matite quando la mamma mi accompagnava in piscina. Guardo il telefono, nessuna chiamata dall’ospedale e nessun messaggio da Lucia, ma tra qualche giorno andremo a sciare! Appena torno a casa prenoto l’albergo.

Salgo le scale, il museo è grande. Caffè nella tazza e la canzone dove suonava il tamburo. Il tamburo e il tuffo. Una volta dentro mi guardo attorno e tutte le facce dipinte sui quadri grandi e piccoli mi fissano. Odore di mela. Appoggio lo zainetto a terra e vado vicino a un bambino che stringe la mano della madre. I suoi capelli carota mi piacciono. La pala in giardino che usavo per giocare e gli infermieri simpatici in camice bianco. Il bambino con i capelli di carota.

“Vieni al campeggio con me?” gli propongo, aprendo la mano per mostrargli il coltellino svizzero chiuso. La mamma spara un sorriso malvagio e strattona via il bambino. Guardo il telefono, nessuna chiamata dall’ospedale e nessun messaggio da Lucia, ma tra qualche giorno andremo a sciare! Appena torno a casa prenoto l’albergo. Urla e cracker salati nella fabbrica di zucchero. Inizio a saltellare per i corridoi del museo, galoppo felice, i quadri sfrecciano vicino a me come fossi in moto. Cerco un altro bambino con cui giocare e papà è in ospedale, la mamma non c’è e Lucia non torna. Ho comprato su Amazon una scatola di pennarelli Stabilo a punta fine e arrivo vicino alla statua grande davanti all’entrata, ho lasciato il computer acceso, quello vicino al frigo della nonna mentre la sveglia segna le otto, e non ti scordare!

Ora cammino. Cammino. Cammino sul tappeto del corridoio di New York insieme a Lucia nel museo e guardo se hanno una presa scart adatta al televisore di casa, così potrò prendere le liquirizie al supermercato prima di andare a sciare. La lampadina vicino al telefono e gli evidenziatori. Lucia tornerà. Lo so. Mi piace studiare storia a scuola, ho preso dieci una volta al compito in classe quando torno a casa Lucia il libro di scienze e papà con i tubicini del naso la Peugeot che porteremo dal meccanico in centro e quel film che abbiamo visto l’altro giorno e cellulare nuovo modello che voglio comprare non appena metto a posto la spesa e sono contento come quella volta a casa di Michele. Farmacia. Occorre fare un sogno e dormire ma prima andiamo a suonare la chitarra magica.

Guardo il telefono, nessuna chiamata dall’ospedale e nessun messaggio da Lucia, ma tra qualche giorno andremo a sciare! Appena torno a casa prenoto l’albergo. Chissà, magari sarà a casa che mi pensa e il tappeto persiano della zia mentre viene lavato odora di lavanda nella stanza dove c’è il televisore con l’antenna che sfreccia in cielo come il trattore che in estate ara il campo delle pannocchie zuccherate del luna park in centro quando piove nella reggia dove sono stato da piccolo e il campeggio nelle foto del calendario di scuola e il cocomero la canzone dove suonano i tamburi la macchina del pongo e la chitarra delle medie mentre l’aereo vola con l’influenza che ho avuto a dodici anni e la febbre a quaranta mentre la mamma mi curava e il papà era al lavoro a respirare cemento e ferro nel garage l’odore di benzina.

Guardo il telefono, nessuna chiamata dall’ospedale e nessun messaggio da Lucia, ma tra qualche giorno andremo a sciare! Appena torno a casa prenoto l’albergo.

Il serpente che abbiamo visto nella teca quella volta allo Zoo, così preparo il letto in estate vicino alla piscina per il mio amico Michele che ha nell’occhio il moscerino che gli è schizzato dentro la volta in cui siamo rimasti sotto la pioggia e la colla vinavil per attaccare i disegni in classe con le vhs da mettere nel registratore del gattino che abbiamo trovato in strada, poi la ciotola del lattuccio mentre stavo collegando il microfono al computer della tovaglia da picnic che abbiamo fatto con Michele sulla molla di plastica e il pupazzetto poi giochiamo a calcio e poi mi viene a prendere papà prima che le cellule impazziscano e gli mettano i tubicini nel naso e gli infermieri simpatici lo prendano. Mica male quella ragazza, come si chiamava? E dai Michele, quella che abbiamo visto scivolando mentre ascoltavamo la musica dello stereo in ospedale con le angurie da piccoli e giocavamo a calcio al concerto davanti alla prof che voleva darci una nota e io andavo a comprare le medicine per mio papà e il meccanico che aggiusta la macchina e ho appena preso la patente. Roberto era l’istruttore, ti ricordi?

Guardo il telefono, nessuna chiamata dall’ospedale e nessun messaggio da Lucia, ma tra qualche giorno andremo a sciare! Appena torno a casa prenoto l’albergo. L’esercito persiano attacca i greci. E davanti all’entrata del club dove si va a giocare a tennis. Ikea. La borraccia piena e stasera andrò a trovare papà in ospedale. Il primo bacio con Lucia è stato dolce. Mi siedo, rigiro il coltellino svizzero tra le mani e apro la lama più grande. Ho le mani sporche di terra, il campeggio, sto piangendo nella musica e poi la cartina sottile, la prima sigaretta che io e Michele ci siamo fumati nel bosco a tredici anni e abbiamo tossito come la moto rossa di Andrea in montagna mentre imboccava i tornanti e la mamma mi ha comprato un altro Action Man e la gonnellina nera di Lucia, lei è stupenda, tanto stupenda da schiacciare il mondo.

Cerco di strapparmi la faccia con le unghie e non smetto di piangere e guardo il telefono, nessuna chiamata dall’ospedale e nessun messaggio da Lucia, ma tra qualche giorno andremo a sciare! Appena torno a casa prenoto l’albergo. La lama scorre sulla guancia e il sangue sgorga e mi bagna il collo. Mi taglio la fronte. Lo spino che mi ha punto in estate brucia da morire ma è bellissimo quando gronda lacrime di sangue. Ho il ginocchio sbucciato, sono in macchina con papà e il cielo è nero e pieno di lampi prima di salutare Michele perché è tardi abbiamo giocato fino al pomeriggio Lucia ti aspetto perché tanto torni come quella canzone che papà mi ha portato dalla nonna e ascoltavo il sole arancione quella volta in spiaggia e la marmellata al mattino e la zanzara che ho spiaccicato sul collo e il disegno mi fa venire fame.  E poi guardo il telefono, nessuna chiamata dall’ospedale e nessun messaggio da Lucia, ma tra qualche giorno andremo a sciare! Appena torno a casa prenoto l’albergo.

Si avvicinano due tizi grossi vestiti scuri con il cappello, sorridono come le maestre il primo giorno di scuola, gratto i tagli sulla faccia e sento il sapore del ferro sulla lingua mentre la passo sulle labbra bagnate e ferrose.

“Signore, venga con noi. Forza.”

“La palla la portate voi al campetto, poi arriva Lucia vero?”

“Signore, lei deve venire con noi. Subito.”

C’era un pezzo di muschio verde sulla roccia a forma di incudine. Corro, i due mi inseguono e i quadri continuano a sfrecciare ai lati dei miei occhi. Sbavo e urlo tanto da far diventare musica tutto il resto. Guardo il telefono, nessuna chiamata dall’ospedale e nessun messaggio da Lucia, ma tra qualche giorno andremo a sciare! Appena torno a casa prenoto l’albergo. E poi mi fermo, ansimo e rido, mi inginocchio mentre sento qualcosa posarsi sulle mie spalle, mani che mi stringono e mi fanno alzare. Tra qualche giorno andremo a sciare. Appena torno a casa… Appena torno a casa… Appena torno a casa… Appena torno a casa.

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