Io, inopportuno. Approfondimento su Domani nella battaglia pensa a me, di Javier Marías

di Federico Spagnoli

Lo scrittore spagnolo Javier Marías

Il figlio di Marta Téllez ancora non dorme. Mentre la mamma e Víctor, suo quasi-amante, cenano, rimane seduto sul divano a guardare i cartoni animati. In bocca, ha il suo ciuccio; tra le braccia, il suo coniglietto di peluche.

[…] il bambino rimaneva sveglio, aveva rifiutato di andarsene a letto, con la sua disconoscenza o conoscenza precaria del mondo sapeva già più di quel che io sapessi, e sorvegliava sua madre e sorvegliava quell’invitato mai visto prima in quella casa, teneva il posto del padre.

Il marito di Marta, Eduardo, è in viaggio per lavoro e soggiorna a Londra, a più di mille chilometri da Madrid, dove abita insieme alla moglie e al figlio nella casa che invece oggi ha aperto le porte a qualcuno che non è lui, ma che veste i suoi panni legittimato dall’intimità destinatagli da Marta. Quest’ultima fa salire Víctor, cucina per entrambi un filetto – irlandese, specifica – e lascia che il bambino, di appena due anni, guardi una cassetta di cartoni animati nella speranza che si addormenti. Ma il piccolo non vuole saperne di dormire, perché avverte inconsciamente una presenza in grado di spodestarlo, e non solo: in grado di spodestare il suo papà.

Il bambino ha ragione e fa bene, – avevo pensato, – perché appena si addormenterà io occuperò il posto abituale di suo padre per un momento, non oltre che un momento. Lui lo intuisce e vuole proteggere quel posto che è anche garanzia del suo […]

Ma il piccolo, forse sospinto per magia dal desiderio della madre e di Víctor di rimanere da soli, a poco a poco si addormenta, e una volta messo a letto per i due si prospetta un’intera notte da passare insieme, coricati l’uno al fianco dell’altro, o sopra, o sotto, nel letto matrimoniale lasciato incustodito da Eduardo. Durante la “fase della svestizione”, come la chiama Marías, Marta e il suo ospite si baciano, e iniziano a spogliarsi; lei sbottona la camicia di lui, si slaccia il reggiseno e, tutto d’un tratto, avverte un malore. Chiede scusa a Víctor, si sdraia stringendo le gambe al petto, e dice di sentirsi male. Il dolore non ha ubicazione, si trova da qualche parte tra il collo e il basso ventre, di certo non è alle estremità, e Víctor, rimasto al centro della situazione pregna non soltanto di un certo imbarazzo, ma anche di una sempre più intensa paura, le domanda se vuole essere lasciata da sola. Assolutamente no, risponde lei; non è niente, è solo un momento, non bisogna avvertire il marito, all’oscuro di tutto, in Inghilterra, né chiamare un medico all’insegna di un’improvvisa emergenza. C’è un grado di irrealtà in quello che è capitato a me, dice Víctor, ripensando a quella notte, e utilizza “irrealtà” non per sfruttare un’iperbole e gonfiare la faccenda, ma perché nessuno pensa mai che una persona possa morirti accanto, durante un momento del genere, durante la fase della svestizione che precede ciò per cui si è aspettato per intere ore, in attesa di trovare il coraggio, dentro di sé, di creare un pretesto per auto-convincersi e farsi forza, oppure, semplicemente, di mettere a letto il bambino di lei, della quasi-amante, il quale spunta sul ciglio della porta a squadrare la penombra della camera matrimoniale. La situazione è impensabile. Irreale. Una donna morta, al mio fianco, il figlio che mi osserva, nel buio, stringendo a sé il suo coniglietto, e io seduto su questo letto non mio, in una casa non mia, a ricoprire un ruolo che non m’appartiene, a godere di un’intimità che trascina dietro di sé fretta, irresponsabilità e vergogna, e che è morta insieme alla proprietaria del corpo mezzo nudo che ora il bambino osserva al di là del proprio naso e del proprio ciuccio. Cosa fare? Víctor si alza, sussurra al piccolo che è ora di andare a letto, e dentro di sé spera soltanto nella cieca obbedienza di questo, che percependo un uomo adulto presentarsi a lui con gli stessi gesti del padre, Eduardo, non si fa problemi nell’obbedire e nel tornare al mondo dei sogni, al quale probabilmente, pensa Víctor, svegliandosi a quell’ora della notte non deve ancora essere del tutto fuggito.

Ph. Giuseppe Zanoni

Sono rimasto lì fino a quando non ho avuto la certezza che il bambino era di nuovo addormentato, e questo l’ho capito dal suo respiro e perché mi sono avvicinato un attimo per guardarlo in viso. […] e soltanto allora, nella penombra, ho visto che pendevano dal soffitto, a un’altezza a cui lui non sarebbe potuto arrivare, alcuni aerei-giocattolo sospesi con un filo. […] Con la mano avevo fermato l’aereo che la mia testa aveva fatto dondolare: ho pensato di aprire la finestra, era chiusa e perciò non poteva esserci aria, non si muovevano, non si spostavano, ma anche così tutti quanti subivano il vaevieni lievissimo – una oscillazione inerte, o forse è ieratica – che non possono evitare di avere le cose leggere che pendono da un filo: come se al di sopra della testa e del corpo del bambino si preparassero tutti pigramente per un annoiato combattimento notturno, minimo, fantasmale e impossibile che tuttavia doveva avere già avuto luogo diverse volte in passato […] «Domani nella battaglia pensa a me», ho pensato; o piuttosto l’ho ricordato.

La situazione descritta dallo scrittore spagnolo funge da pretesto per calare il lettore nella mente di un uomo che, ritrovandosi al centro di una scacchiera di cui doveva essere soltanto una pedina marginale – secondaria –, calpesta una delle trappole invisibili che il fato predispone a insidiare l’ordinarietà delle vicende. Non c’è nulla che valga la pena di essere narrato, laddove tutto va come deve andare. È necessaria la contraddizione, un senso di impotenza, di impossibilità, un’intrusione o, perlomeno, un intruso. Se quella di Víctor sia un’interferenza ai danni della famiglia Téllez, Marías non lo rivela. Ci sono diversi fattori da considerare in questo capolavoro d’introspezione: il principale si individua nel fatto che l’atmosfera è congelata, ma non fredda; la morte di Marta diviene interruttore, che si abbassa gettando nell’oscurità gli accadimenti, e allo stesso tempo crepa di una clessidra che Víctor prega che non si aggiusti mai. Tutto rimane sospeso, per diversi minuti. Il personaggio che prima era soltanto il lusso di un altro, il compagno di una notte scaturita dal desiderio e dall’occasione, dalle inadempienze del marito e posizionato a dovere da una Madrid tenebrosa e smemorata, entra improvvisamente nel cono di luce che, come una calamita astratta, catalizza l’attenzione dei presenti sul “poveretto” – Víctor utilizzerà questa parola, a vicenda ultimata, riferendosi a Marta – al centro del lume. La fortuna dell’uomo è che non c’è nessuno, oltre a lui, a poter testimoniare di quella tragedia nella quale non si sarebbe mai potuto immaginare d’incappare, e sulla quale non si posa soltanto la condensa dell’irrealtà, come abbiamo detto, ma anche la patina ruvida e inamovibile della colpevolezza. Una donna morta, accanto a me, che ha rifiutato il mio aiuto, e con la quale forse avrei dovuto insistere, o per la quale forse avrei dovuto agire senza ascoltarne le parole deboli e appena sospirate; il senso del pudore ritrovato all’istante, come un improvviso getto d’acqua gelido ad appesantire i vestiti e i gesti che si fanno tutto d’un tratto pesantissimi. E questo non perché la vergogna o la paura stiano prendendo il sopravvento, ma perché il destinatario è il bambino di una coppia che non esiste più. Marías ci posiziona all’interno di una stanza avvolta nell’aria immobile della notte, e davanti a noi si profila una culla sovrastata da una battaglia aerea silenziosa, che esiste soltanto perché noi ce la immaginiamo – come tutto il resto – e che è l’esatto specchio di ciò che accade tra i pensieri di Víctor, protagonista del romanzo, e nella mente del lettore, che attraverso la prosa densa, elegante, ritmica e irta di digressioni dello scrittore spagnolo, accede a quel grado di irrealtà a cui abbiamo fatto riferimento.

«Domani nella battaglia pensa a me, e cada la tua spada senza filo. Dispera e muori». Si ripete Víctor, frapponendo la propria figura alla luce indagatrice della sua Madrid, della famiglia Téllez, e di chiunque tenti di passare al setaccio le righe di questo romanzo illudendosi di poterne uscire indenne, con una trama luccicante, luminosa, e che invece si rivelerà essere torbida, contorta, ma pur sempre aurea.

*Tutte le citazioni sono tratte da Domani nella battaglia pensa a me, di Javier Marías, tradotto da Glauco Felici, edizione Einaudi Super ET, 2014.

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