Il rischio poteva essere quello di pubblicare un noiosissimo tomo celebrativo con vita-morte-e-miracoli di uno degli intellettuali più noti e tradotti al mondo, Umberto Eco. Per fortuna quello di Roberto Cotroneo è caldamente Umberto (La Nave di Teseo), un racconto in frammenti, come quelli di uno specchio che si rompe e che restituisce immagini parziali ma perfettamente delineate, utili a restituirti una figura quasi per intero, come il riflesso originario prima dell’infrangersi.
Tra Cotroneo ed Eco esisteva una prossimità (e non una parentela, come per anni si è creduto) che non è mai diventata del tutto familiarità: entrambi alessandrini, entrambi editorialisti de L’Espresso, entrambi immersi, seppure in modo diverso, in un’idea esigente di letteratura e di intervento pubblico.
Hanno attraversato i decenni insieme, ma permane un’imprendibilità per quel che riguarda Eco, quella tipica dei maestri (o dei profeti).
L’intervista che segue indaga questi nodi: il silenzio voluto da Eco, la sua presenza solida e lucidissima, la distanza umana, il lettore ideale, la crisi del contemporaneo e le trasformazioni della scrittura.
Fino a una domanda inevitabile: che cosa resta, oggi, dell’idea di autore quando la scrittura si ibrida e la voce non ha più un’origine univoca? […]