Letteratura

Dieci cose che ho bisogno di dire

Vorrei fare un ragionamento sui premi e sullo stato della letteratura (ma anche del giornalismo culturale) oggi. Dieci punti. E non sarò sintetico perché l’obbligo di essere sintetici è un’altra fregatura di questo tempo.

di Roberto Cotroneo.

Diciamo che con l’assegnazione del Premio Strega l’altra sera al Ninfeo si chiude ufficialmente la stagione letteraria. Premetto che sono felice per la vittoria di Antonio e del suo libro su Mussolini. Soprattutto per il coraggio progettuale, per la fatica vera di scrivere libri di questa complessità, per la profondità. Scurati è uno scrittore che non prende scorciatoie, e in questo caso sceglie addirittura la strada più lunga e pericolosa. Aggiungo che non era scontato vincesse, anzi. E che ha avuto molto coraggio nel provare ancora una volta, dopo due sconfitte così brucianti. Forse al posto suo non me la sarei sentita. Detto questo un ragionamento sui premi e sullo stato della letteratura (ma anche del giornalismo culturale) oggi vorrei farlo. Dieci punti. E non sarò sintetico perché l’obbligo di essere sintetici è un’altra fregatura di questo tempo.

  1. C’è una responsabilità morale di tutti. Dei giurati dei premi, dei giornali, dei critici, degli editori, e persino degli scrittori. La responsabilità è togliersi i paraocchi, e guardare davvero al lavoro letterario. Ormai il sistema letterario è diventato una cerchia di soliti noti e nuove promesse che scrivono libri per il pubblico, fingendo di scrivere l’Ulisse di Joyce.
  2. Ma il punto è proprio il pubblico. Quale pubblico? Per gli editori il pubblico è quello che compra, per gli scrittori è quello che legge, per i premi è quello che comprerà, per i giornali non si sa, i giornali non sanno più cosa sia il loro pubblico, e infatti lo trattano come fosse un beota e perdono copie in modo vertiginoso.
  3. Ormai è una vulgata diffusa, e sbagliata: gli scrittori che vendono sono i bravi scrittori. Tutto quello che ha successo commerciale vale più di quello che non ce l’ha. Non è così, e questa idea ha una serie di conseguenze. Gli editori amano e promuovono gli autori che vendono, i premi li premiano (Scurati è arrivato allo Strega già con 120 mila copie vendute, Missiroli meno, ma comunque tante, e anche gli altri della cinquina avevano un buon numero di copie vendute) e i giornali li fanno collaborare. In qualche caso ottengono anche una trasmissione televisiva. Magari perché hanno delle qualità ma funziona in questo modo.
  4. I giornalisti noti, in questo sistema che è permeato quasi completamente su un sistema paraculturale, sono invogliati a scrivere romanzi, perché non c’è un sistema che include o critica secondo criteri intellettuali. Ovvero nessuno ti dice, come si faceva un tempo: non è il tuo mestiere. I giornalisti noti vanno in televisione, e sono un prodotto commerciale appetibile per editori, catene di librerie (soprattutto le Feltrinelli) e giornali.
  5. I giornali recensiscono i libri dei loro collaboratori, dei loro redattori, spesso gli scrittori recensiscono i colleghi scrittori, qualche volta con intelligenza e attenzione, quasi sempre è un gioco di scambio persino in buona fede. Si va a cena, ci si conosce tutti, è difficilissimo dire davvero quello che si pensa perché per farlo bisogna essere classe dirigente.
  6. È tramontata l’idea di progetto letterario. Si lavora sul libro singolo, sul singolo caso. Molti di quelli che pubblicano in questi ultimissimi anni saranno inabissati entro poco tempo. Funziona così: quando si esasperano le mode per motivi extra letterari è un attimo che poi scompari. Perché scrivono gli scrittori oggi? Che progetto hanno, a cosa guardano? Gli autori dell’ultimo decennio ricalcano parole e stilemi che hanno letto altrove. E l’unico tormento esistenziale che hanno è quello del successo e del farsi vedere. È triste dirlo ma è così. Non è più il tempo dei Calvino, degli Sciascia, di Moravia e Pasolini, Elsa Morante e Natalia Ginzburg, di Umberto Eco e di Tabucchi sembra una litania retrò e da nostalgici, ma fate una prova, visto che il web ha una sua utilità. Andate a cercarvi le interviste, i video, le parole di questi grandi autori. E capirete quanto era diversa la profondità di analisi del mondo, la conoscenza della tradizione, il parlare vero a un mondo di lettori che erano comunque loro pari, che parlavano la loro lingua, ai quali non andavano incontro, vezzeggiandoli per lo scontrino in libreria, ma che ospitavano nelle loro terre mostrandogli il loro paesaggio e condividendolo.
  7. Per quale motivo misterioso, in un paese moralmente così degradato, superficiale, banale, la sua società letteraria dovrebbe essere migliore? Per quale misteriosa alchimia nel disastro della scuola, delle istituzioni culturali, nella banalizzazione della televisione, nei giornali che arrancano a cercare lettori per salvarsi dal naufragio e sono sempre più brutti, si dovrebbe avere una classe dirigente culturale migliore del paese? Sarebbe un miracolo. E infatti i miracoli non ci sono. 
  8. Il miracolo non lo hanno fatto neppure i social network. Anziché veicolare contenuti culturali, hanno veicolato narcisismi folli. Amazon permette agli scrittori a pagamento di scrivere libri e venderli come fossero davvero dei prodotti culturali decenti. La provincia italiana è invasa da falsi scrittori che pagano per pubblicare, ma che formalmente appaiono come veri autori. Generando un disastro per chi si avvicina alla lettura e non è capace di orientarsi. La profezia di molti grandi scrittori si è avverata: ci sono più scrittori che lettori. Essere lettori è una diminutio, si deve saltare dall’altra parte, farsi scrittori. Per inciso, una cosa che nessuno ammette ma è vera: gli scrittori da anni hanno smesso di leggersi tra loro. Non sanno minimamente cosa succede nel mondo letterario. Leggono solo se stessi. Spesso, quando recensiscono i libri guardano qualche pagina e basta. E questo accade anche in molte case editrici: solo il redattore che deve correggere legge i libri da pubblicare. Gli editor, spesso, neanche ci pensano.
  9. Di cosa dolersi allora? Volevamo che i libri fossero prodotti? Lo sono diventati. La letteratura oggi sta alla letteratura di un tempo, come Ikea sta ai grandi mobili dei designer. Se li guardi da lontano sembrano veri, poi dentro è truciolato, se non cartone. Il dramma è che le librerie li espongono come fossero oggetti di Achille Castiglioni, e i giornali, i programmi televisivi fanno altrettanto. È tutta una ipocrisia. Spesso si odiano tutti tra loro, e mentono sapendo di mentire (ma questo è sempre un po’ avvenuto anche nel passato) ma i lettori vengono invasi da tonnellate di pagine che non giustificherebbero tutto questo disboscamento. Tenete conto che ogni anno in Italia si stampano e si mandano in libreria 65.000 novità. Più della metà non vende neanche una copia.
  10. Infine, sintetico è chiaro: la più nota scrittrice italiana nel mondo è oggi Elena Ferrante e alla fine questo non ce lo meritiamo proprio. A che punto è la notte? Per citare altri due autori da rimpiangere davvero, Carlo Fruttero e Franco Lucentini. E quando riusciremo a cambiare le cose?
Antonio Scurati alla premiazione dello Strega 2019
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