Racconti

Quando tutti ti conoscono per nome

di Terry Passanisi

Fabrizio lo conoscevano tutti. Stava simpatico nonostante la faccia da schiaffi, la cicatrice da pirata, la camminata molle, le borse sotto gli occhi; nonostante le marachelle sulle bocche del rione. Salutava chiunque, e nessuno mai distoglieva lo sguardo dalla sua mano alzata, dagli occhi bianchi e luminosi, dai riccioli come emersi dal mare. I jeans sdruciti, sempre quelli, la camicia indurita dove si suda di più, di flanella fino a maggio inoltrato. Poi passava alle due t-shirt: una gialla anni 70, antica (come diceva lui), l’altra verde, con la scritta arcobaleno Q8, di quando aveva fatto il benzinaio per tre mesi – poi si erano accorti che dalle pompe mancava sempre qualche spiccio o mezzo litro di benzina. Infinite collane di perline intorno al collo, neanche avesse vent’anni. Faceva sorridere quella cosa delle scarpe: nelle stagioni fredde, un paio di sandali sopra a calze grosse di spugna, in quelle calde infilava i piedi nudi in un paio da tennis. Oddio, non era uno stinco di santo. Non che avesse fatto qualcosa di imperdonabile, tanto da indurre qualcuno a far finta di non vederlo, di abbassare gli occhi o di togliergli il saluto. Fabrizio andava preso per quello che era: un disgraziato come tanti, una boba, se fosse nato a Trieste.

Una volta erano spariti cento euro dalla cassa di un bar, la volta dopo duecento dalla cassa del supermercato; due chili di bistecche dalla macelleria di Franco – ma in quel caso era chiaro fosse stata Cocca, la cagnolona del giornalaio. La vita non era stata generosa con Fabrizio, messo sulla cattiva strada da vicende familiari mai del tutto chiare a nessuno; quelle vicende bastava immaginarsele due minuti per avvicinarsi alla verità. Così si chiudeva un occhio per i furtarelli; poi per lo schiaffo a Lorenza, la banconiera che l’aveva spintonato per una banalità e gli aveva detto una roba tipo “tornatene tra i tuoi”. Okay, la storia dell’eroina era tutto sommato seria. Fabrizio giurava, piangendo come un pupo davanti al giudice, che l’avevano incastrato e che l’involto di droga non era suo. Non aveva fatto parola di chi fosse la roba, anche se così si sarebbe salvato il culo. La faccia del tossico ce l’aveva, ma era per il poco sonno.

Uscito dal carcere, Fabrizio si era rivisto in giro sempre da quelle parti. Ritratto dell’allegria e della disponibilità. Finivano tutti per parlare, piuttosto, di quando sotto il portico aveva difeso il cinese del bar Shangai, minacciato dal nuovo fidanzato della ex che, per gelosia tutta montata, si era presentato coltello in mano come neanche in un film di Bruce Lee. Fabrizio l’aveva fatto ragionare, chiudere il coltello, tornare da dov’era venuto.

Dove viveva? Nelle case popolari di Montebello? Forse in centro, da qualcuno che l’ospitava, dato che i giri in piazza, nell’ultimo periodo, erano quotidiani. Puntuale all’apertura dei negozi, con le sporte della spesa della signora Nina, o con quelle di Nilde Sossi di via dei Moreri, per cui si prestava fino al portone. Per pudore non saliva; pudore o qualche sorta di coda di paglia. Lo si teneva d’occhio, e lui preferiva non dare adito ad allusioni. ‘Va’ là! Credete che sia un perdigiorno, un drogato, che mi ficco in tasca le collanine delle vecchiette,’ pensava, con le borse in mano sull’orlo di squarciarsi e far piombare a terra l’ammasso di prodotti. Con occhio sveglio e passo rapido, tre metri avanti all’anziana, pensava: ‘e io vi frego: tu, tu e tu, che mi guardate, e che pensate che prima o poi salgo e svuoto i boîtes à bijoux delle nonne. Ma va’ a caghèr!’

Fino all’imbrunire aiutava il giornalaio a metter via gli strilloni; dava una mano ai due bar sulla piazza a buttare i sacchi della spazzatura. E, se non c’era altro da fare, prendeva scopa e pattumiera e raccoglieva i mozziconi che, a fine serata, mareggiavano sui marciapiedi. La sua dignità: tirava su due spicci, ma mai l’elemosina senza far nulla in cambio. Chissà se con i furti era implicato anche lui, o solo quegli altri due furbetti con cui trescava a carte, sbracati tutto il giorno sulla fontana della chiesa.

«Ciao, Fabri!», il giornalaio.

«Ciao, capo!» Gradasso, Fabri rispondeva con una sottospecie di saluto da lupetto, due dita in fronte. E la prima cosa che gli veniva da fare, deviando dalla traiettoria, era andare verso il chiosco ad accarezzare la pitbull di Fulvio. Siccome quella mattina faceva ancora fresco, il cielo era coperto di scuro, ma lui portava le scarpe blu, suola zigrinata, e la camicia era sbottonata sul petto, a tutti era venuto il sospetto che a mezzogiorno sarebbe esploso il caldo.

«Fabri, com’è? ‘riva primavera?»

«Oggi non so, domani sì,» e, grattata la pancia all’aria di Cocca, aveva proseguito.

«Ciao, Roby,» al gioielliere sotto il portico, sempre Fabri per primo; all’unico di tutta la piazza che, proprio per quei sospetti e precedenti, quasi non lo salutava, a giorni alterni, di malavoglia. A Roby Cataruzzi, onore al vero, l’avevano rapinato a mano armata due mesi prima, infilandogli un cannone in bocca; erano stati due del mestiere, con tanto di passamontagna e auto rubata per fuggire. Mai beccati, figuriamoci.

A mezzogiorno, invece, non faceva caldo. Il cielo rimaneva gonfio e opaco, in procinto di rovesciarsi come un acquario che si spacca in quattro. Poca gente in giro, un vento solido che in un istante si era raffreddato e impregnato di un odore di uova marce. Non era esploso il sole; in compenso quattro botti secchi avevano infranto il mutismo della piazza. Urla di varia natura, disumane, incomprensibili, furibonde, ma nessuno aveva capito se prima o dopo la serie di colpi esplosi. L’allarme della gioielleria era scattato, e ringhiava senza sosta come un vecchio telefono pubblico. La gente era uscita dai bar dopo qualche minuto, e aveva attraversato la strada per avvicinarsi con cautela al porticato saturo di zolfo. Nel frastuono dell’allarme, qualcuno aveva trovato la forza di farsi avanti, ma i più avevano desistito ed erano rimasti sul ciglio del marciapiede opposto. La prima cosa che s’incontrava sulla strada era una scarpa blu con la suola zigrinata. Lorenza, dal Bar Roiano, e Fulvio (mai visto senza cane al guinzaglio) erano giunti insieme all’ingresso della gioielleria. S’erano fermati e inginocchiati su Fabrizio già morto. Le mani all’altezza del cuore, annegate nel cocciniglia del sangue; i quadrettoni della camicia non erano più riconoscibili. La pozza si allargava dalla schiena sotto la testa e finiva giù nella grata del tombino. Gli occhi sbarrati, più candidi che mai, il piede scalzo. A terra, accanto al corpo, rimanevano sparsi i rimasugli di tre collanine d’oro, mille perline di plastica, un grosso anello prezioso. Dietro la porta blindata, il ritratto della paura, il gioielliere con in mano la Glock fumante sbirciava il dramma, cercando ombre che si erano già dileguate chissà dove nella sua testa. Lorenza non si era messa a urlare, ma piangeva a dirotto; e continuava ad accarezzare il collo del piede di Fabrizio. Neanche Fulvio aveva detto nulla, non aveva pensato nemmeno di chiamare la Croce Rossa o i Carabinieri. È strano, passava loro per la testa. È strano il suo colorito, ora. Di un grigio cemento com’è il cielo. È strano il piede nudo di Fabrizio, pulito come appena lavato da Gesù Cristo. La piazza si era fatta appresso e fissava con orrore l’epilogo della rapina. Suoni di sirene oltre l’orizzonte. Sopra, uno sprazzo di sole bucava i cumuli. Sulla fontana un filo di vento aveva scomposto il mazzo di carte. Cocca stava sputando la lingua a suon d’abbaiare verso ombre in fuga.


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