Arte Fotografia

Tina Modotti: la poesia del reale in uno scatto

Tina Modotti fu molto più di una semplice fotografa: la sua produzione artistica, come la sua vita, fu breve, intensa, ricca di passione e di impegno sociale, impregnata di poetica.

di Jenny Barbieri

Tina Modotti

“Ogni volta che si usano le parole arte o artista in relazione ai miei lavori fotografici, avverto una sensazione sgradevole dovuta senza dubbio al cattivo impiego che si fa di tali termini. Mi considero una fotografa e nient’altro”.

In realtà, Tina Modotti fu molto più di una semplice fotografa: la sua produzione artistica, come la sua vita, fu breve, intensa, ricca di passione e di impegno sociale, impregnata di poetica. I suoi lavori non solo ci parlano degli “ultimi”, degli emarginati, ma ci raccontano, anche e soprattutto, di un mondo che sta cambiando, di manifestazioni e di voglia di vedere riconosciuti i propri diritti e lo fanno con uno stile innovativo, che, sotto certi aspetti, si rivela anticipatore del foto-giornalismo moderno.

È il 1896 quando, ad Udine, nasce una bambina di nome Assunta Adelaide Luigia Saltarini Modotti. Il padre Giuseppe è un meccanico e carpentiere, la madre Assunta una casalinga e cucitrice; siamo, dunque, di fronte ad una modesta famiglia operaia, come molte altre di quel periodo molto vicina alle idee politiche del socialismo di fine Ottocento. Quando Tina ha solo due anni, lascia per la prima volta l’Italia: l’Austria aveva più occasioni da offrire ai Modotti che, nel frattempo, stavano aumentando di numero con la nascita di altri cinque figli. Questo sarà solo l’inizio dei lunghi e molteplici viaggi che caratterizzarono la vita di Tina. Nel 1905 la ritroviamo in Italia, sempre ad Udine, dove vivrà fino al 1913, frequentando dapprima la scuola elementare della città e poi, a soli dodici anni, lavorando come operaia in una fabbrica tessile.

A diciassette anni Tina intraprende il viaggio che le cambierà la vita: decide, infatti, di partire alla volta della ridente e dinamica America, per raggiungere il padre, emigrato otto anni prima a San Francisco. Inizialmente continua a lavorare come operaia in un magazzino tessile e, per puro diletto, prende parte a delle rappresentazioni teatrali, rivolte per lo più ad un pubblico di immigrati italiani. Ben presto, però, il suo talento e la sua presenza scenica vengono notate e, così, la ritroviamo nelle vesti della protagonista nella pellicola hollywoodiana The Tiger’s coat, dove interpreta un’ammaliante ragazza che inganna il suo benefattore. Reciterà, poi, in altre due pellicole, prima di porre fine a questa carriera, nonostante stesse riscuotendo un buon successo tra il pubblico: lei, infatti, non apprezza il modo in cui il suo viso e il suo corpo vengono proposti sul mercato cinematografico, è stanca di essere “imprigionata” nel ruolo della bella italiana dal fascino esotico, intuisce che può lasciare un segno molto più profondo nel mondo, vuole essere ricordata non solo per la sua bellezza, ma per tutte le cose importanti che ha da dire e che dirà, di lì a poco, grazie all’arte della fotografia.

L’incontro con Edward Weston fu, probabilmente, l’evento decisivo per la carriera artistica della giovane: lui era già un fotografo molto rinomato e, affascinato dalla bellezza e dall’espressività della Modotti, la scelse dapprima come sua musa e modella e poi anche come amante.  D’altro canto, come abbiamo già avuto modo di vedere, Tina aveva un carattere deciso ed ambizioso ed era, inoltre, fortemente intenzionata a far sentire al mondo intero la sua voce; non passò, dunque, molto tempo prima che si spostasse dall’altro lato dell’obiettivo ed iniziasse a raccontare la sua versione della realtà.

La fotografa intraprende il suo percorso artistico muovendosi nell’ambito della tradizionale produzione americana del periodo: le sue foto ritraggono personaggi, spesso colti in pose canonizzate, e paesaggi, dai contorni nitidi e ben definiti. Tuttavia, l’influenza di Weston non tardò molto a farsi sentire: egli si muoveva nell’ambito della cosiddetta fotografia umanista, una corrente che poneva al centro l’uomo e i suoi tormenti. Non solo: credeva fermamente nella straight photography, ovvero nell’utilizzo dell’immagine fotografica come mezzo per raccontare la realtà, senza filtri e senza manipolazioni.  In poco tempo, tutto questo confluì nelle opere di Tina, dando vita ad uno stile fotografico estremamente personale e più “rivoluzionario”: i soggetti diventano i simboli del lavoro, i ritratti del popolo e del suo riscatto, l’intima ed immediata verità della vita quotidiana.

Negli anni in cui diventa una fotografa di fama internazionale, Tina si trova in Messico, in quel Paese che lascerà nella sua vita l’impronta più profonda. Dapprima la coppia Modotti-Weston si trasferisce a Città del Messico, capitale di uno stato in fase post-rivoluzionaria, sempre in equilibrio precario tra spirito bohémien e ideali comunisti. Qui, la fotografa è al centro della vita artistica della città: ogni sera la sua casa si riempie di musica e balli, nel suo salotto si ritrovano i maggiori pittori ed intellettuali del periodo.  Una curiosità: fu proprio in casa sua che si conobbero Diego Rivera e Frida Kahlo. Si racconta che la Modotti fosse molto amica di Frida, forse persino sua amante: in ogni caso le voleva bene a tal punto da metterla subito in guardia riguardo al pittore muralista, il quale era un famoso dongiovanni che amava passare da una donna all’altra con estrema facilità. Di certo non approvava questa relazione; tuttavia accettò volentieri di aprire le porte della sua dimora alla festa nuziale dei due amici. Dal canto suo, anche Frida era molto legata all’affascinante amica italiana, di cui non solo condivideva gli ideali politici, ma anche invidiava la capacità di mantenersi autonomamente attraverso il suo lavoro, cioè attraverso la sua arte.

Il Messico, per la Modotti non fu solo mondanità: arrivata nel paese per fotografare le opere della pittura muralista di Diego Rivera e José Clemente Orozco, ottiene successivamente l’incarico di visitare anche le zone più rurali della nazione al fine di realizzare fotografie da pubblicare nel libro Idols Behind Altars di Anita Brenner. In questa occasione ebbe modo di realizzare il suo motto artistico, riassumibile con le sue stesse parole: “desidero fotografare ciò che vedo, sinceramente, direttamente, senza trucchi, e penso che possa essere questo il mio contributo a un mondo migliore.”

Tina Modotti e Roubaix Richey creano “Batik”, Walter Frederick, Los-Angeles 1921

Tina partecipa alle manifestazioni schierandosi dalla parte del popolo, fotografa le donne di Tehuantepec con un grande rispetto per le loro tradizioni, immortala bambini che giocano, colti nella loro innocente vivacità, rende eterne realtà umili, come nelle fotografie delle mani degli operai attraverso le quali ridona dignità al lavoro. I suoi scatti non sono solo documenti importanti della vita in Messico ad inizio Novecento, ma possono essere definiti, a tutti i diritti, delle vere e proprie opere d’arte: in essi vi è, infatti, una grande dinamicità che si accompagna ai temi sociali trattati, dandocene una lettura al contempo realistica e poetica. Si pensi, ad esempio, all’opera “Donna con bandiera” (1927): Tina ritrae una giovane donna messicana di ritorno da una manifestazione. Il suo sguardo appare sicuro e deciso, rivolto verso un futuro per cui vale la pena lottare. La bandiera rossa copre quasi totalmente il corpo della donna, dando ancora più risalto al suo viso e alla sua espressione. Come se questo non bastasse, donna e bandiera sono gli unici due elementi ad apparire nitidi: lo sfondo, al contrario, appare sfumato, poco a fuoco, appena intuibile. In questo modo, l’artista guida il nostro sguardo sulla parte centrale della composizione, quella che veicola il messaggio profondo e poetico dell’opera: l’importanza di battersi per un ideale, la fierezza derivata dal sentire di aver partecipato ad una battaglia utile per sé e per gli altri, la voglia e l’intenzione di rendere il mondo un posto migliore.

Se Tina riesce ad infondere poesia anche a delle manifestazioni politiche che, sicuramente, furono caratterizzate da scontri anche molto accesi, immaginiamoci cosa sia in grado di fare in fotografie svincolate dal tema politico vero e proprio. I ritratti delle donne di Tehuantepec ci mostrano tutta la carica poetica che quest’artista riesce ad esprimere con il suo lavoro. Immortalate mentre escono dalle loro case, mentre percorrono le vie del paese o, ancora, mentre si recano al mercato, spesso con un tradizionale cesto messicano sul capo, sempre vestite con gli abiti tradizionali (per intenderci, quelli da cui la stessa Frida Kahlo trarrà spunto per realizzare il suo look inconsueto ed affascinante), tutte mostrano fierezza nel raccontarsi davanti all’obiettivo. I loro sono sguardi sinceri, ci trasportano in un altro mondo apparentemente privo di malizia, sicuramente ricco di dignità.

Tina Modotti, Donna con bandiera

E, per finire, quanta poesia ritroviamo nello scatto del 1926 intitolato “Allattamento di un bebè”?  Al centro della composizione un neonato che si nutre dal seno della madre; della donna non vediamo il volto, ma la posa delle sue braccia è sufficiente, da sola, a narrarci una storia intima, fatta di amore e protezione. Il pensiero corre all’opera “La mia balia ed io”, realizzata pochi anni dopo dalla già nominata Frida Kahlo, proprio per rendere omaggio al suo rapporto con la terra natia. O ancora, guardando la fotografia di Tina riaffiorano nella mente i versi di un’immensa poetessa italiana, Alda Merini: “le madri non cercano il paradiso, / io il paradiso l’ho conosciuto / il giorno che ti ho concepito”.

Nel 1930, a meno di dieci anni dal suo arrivo nel paese, Tina Modotti viene espulsa dal Messico, in quanto accusata ingiustamente di aver partecipato all’attentato contro l’allora presidente Pasqual Ortiz Rubio. Insieme al suo compagno Vittorio Vidali, negli anni successivi la ritroviamo come figura molto attiva nella militanza comunista, prima in Russia e successivamente in Spagna. Il 5 gennaio 1942, durante una corsa in taxi, Tina Modotti muore a causa di un infarto. La sua vita appassionata e libera, che già più volte aveva fornito occasione di gossip, termina in modo ambiguo, tanto che la stampa si scatena e fa nascere il pettegolezzo per cui la giovane sarebbe morta avvelenata dal compagno, facendola diventare protagonista di un intreccio amoroso che sul finale pare esserle sfuggito di mano.

 L’impegno civile e politico accompagnò Tina fino al tramonto della sua giovane vita. Purtroppo, per la fotografia non fu così: la sua produzione artistica è rimasta circoscritta al periodo in cui lei visse in Messico. Si parla di un periodo che non copre nemmeno dieci anni, ma, in così poco tempo, Tina riuscì in una vera e propria impresa: regalarci uno sguardo vero e sincero su un paese in continuo cambiamento. I suoi scatti possono esseri letti come un libro, un manuale di storia e sociologia del Messico di inizio Novecento che, però, non dimentica mai di infondere poesia del quotidiano. La poesia nella realtà è la grande eredità che Tina ci ha donato e continuerà a donarci attraverso la sua arte.

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