Arte Cultura

Yayoi Kusama: perdersi e ritrovarsi nell’infinito dell’arte

L'artista giapponese Yayoi Kusama ricorda ancora oggi, a quasi novant'anni di distanza, il sentimento di ansia, la foga artistica con cui provava a terminare i suoi schizzi nel minor tempo possibile, prima che la madre le arrivasse alle spalle e le stracciasse il foglio su cui stava lavorando.

di Jenny Barbieri

Sei delle Infinity Mirror Rooms, parte della retrospettiva sui 65 anni di carriera di Yayoi Kusama, in mostra all’Hirshhorn Museum di Washington.

Quanti salti nel buio nella vita di Yayoi Kusama, quanti all’origine di molti processi creativi alla base delle opere di questa importantissima artista tout court. Un percorso ricco di avversità, a partire dalla sua storia familiare sino a giungere al suo essere artista, donna, asiatica, in un mondo, quello della nuova arte americana del Novecento, che di certo non faceva sconti a nessuno, soprattutto a chi aveva le caratteristiche di Kusama. In aggiunta, una nevrosi ossessivo-compulsiva, malattia che ha certamente avuto un ruolo fondamentale nell’approccio di Kusama all’arte, ma che le ha anche causato seri problemi nel gestire le sue emozioni, nell’affrontare le delusioni lavorative e non solo. Eppure, questa donna ha affascinato e influenzato artisti del calibro di Claes Oldenburg e Andy Warhol, i quali si sarebbero a lei liberamente ispirati o, come la stessa Kusama sostiene, avrebbero impunemente copiato alcune sue idee, traendone un impulso positivo per le loro carriere.

“Dal punto di vista di chi crea, tutto è una scommessa, un salto nell’ignoto.”

Yayoi Kusama nasce nel 1929 nel piccolo paese di Matsumoto, in un Giappone estremamente rigido e conservatore. Ancora bambina, a lei, come alle sue coetanee, veniva chiesto di lavorare nelle fabbriche specializzate nella creazione di paracaduti e altri armamenti. La sua curiosità, la sua voglia di vivere ed essere libera, la sua passione per il disegno, forse complice anche l’insorgere del suo disturbo mentale, non tardano a rivelarsi e a essere utilizzate dalla giovane Yayoi come un modo per evadere da una monotona quotidianità, dai continui problemi familiari. Disegnare era visto come qualcosa di sovversivo, non previsto dal sistema: e così, Kusama ricorda ancora oggi, a quasi novant’anni di distanza, il sentimento di ansia, la foga artistica con cui provava a terminare i suoi schizzi nel minor tempo possibile, prima che la madre le arrivasse alle spalle e le stracciasse il foglio su cui stava lavorando. Probabilmente, da qui deriva il suo metodo di lavoro su tela, che si svolge senza alcun bozzetto preparatorio e in modo quasi compulsivo, tanto che persino le gigantesche tele della serie Infinity Nets vengono concluse in soli due o tre giorni.

Nel secondo dopoguerra, una Yayoi poco più che ventenne è pronta a sfidare New York. Il primo salto nel buio della sua vita è stato proprio l’aver intrapreso il lungo volo verso l’America, senza nessuna certezza di cosa la aspettasse al suo arrivo, ma con tanta voglia di realizzare un sogno. L’artista matura questa decisione in seguito a uno scambio epistolare, in realtà abbastanza esile, con una delle sue pittrici preferite: Georgia O’ Keefe. Kusama la scopre in una mostra e, da subito, la sente estremamente affine a sé, al punto da inviarle alcuni suoi lavori per poter avere un riscontro professionale, un consiglio da una donna che aveva imboccato con successo il percorso artistico. L’americana riconosce subito la novità e la validità di questi lavori, tanto che si “scomoda” a rispondere alle lettere, invitando la giovane ammiratrice non solo a continuare a perseguire le proprie aspirazioni, ma anche a farlo negli Stati Uniti, paese complicato ma ricco di opportunità e visibilità.

La vita nella Grande Mela, però, non è certo semplice, tanto più se ogni giorno bisogna combattere con razzismo, sessismo, povertà. Yayoi Kusama è una dei primi artisti giapponesi a giungere sul Continente e, come spesso accade, la paura verso qualcuno che non si conosce causa esclusione.  Sola, senza appoggio e senza una professione, lavora ininterrottamente su tele dalle dimensioni inconcepibili (alcune sfiorano i 10 metri): sono i quadri della serie Infinity Nets, dei veri e propri universi spaziali a sé stanti, nati dall’idea di riprodurre ossessivamente punti e reti all’infinito. È l’annullamento del sé, la perdita dell’individualità in uno spazio che si dilata e contrae continuamente, è un’ossessione, è un viaggio tra fiabesco e spaventoso in cui tutto si fonde e tutto mantiene la propria identità. Soprattutto, è il credo filosofico di Yayoi, che si ripresenterà anche in molti lavori successivi.

Con un solo puntino non possiamo ottenere nulla. Nell’Universo c’è il sole, la luna, la terra e miliardi di stelle. Cercare di capire la filosofia dell’universo attraverso l’arte mi ha portato a perseguire una cosiddetta ripetizione stereotipica.”

Yayoi Kusama, Self-Obliteration (1967).

Infinity Nets rappresenta il senso di alienazione con cui si confronta quotidianamente Yayoi Kusama durante la sua permanenza nella Grande Mela, in una città che potenzialmente poteva donarle il successo professionale, ma che, nella realtà, la metteva continuamente alla prova con i suoi rigidi pregiudizi e le mille difficoltà quotidiane. E smarrirsi, in tutto questo, era davvero facile; tuttavia, la forte determinazione di Yayoi non le permette di demordere e la tiene strettamente legata al proprio sogno.

Qualche volta, quando mi sentivo triste, salivo sull’Empire State Building. In cima al più alto grattacielo esistente all’epoca, sentivo di essere sulla soglia di ogni ambizione terrena, che ogni cosa era possibile, lo desideravo furiosamente, con tutta me stessa. Il mio impegno per una rivoluzione nell’arte era tale che sentivo il sangue ribollire nelle vene e dimenticavo la fame.”

Inizia, così, un periodo di forte sperimentazione, dove l’essenza artistica della Kusama si rivela non solo nella pittura, ma anche nelle forme d’arte più svariate, a partire dalle sculture morbide (proprio quelle che verranno riproposte come qualcosa di innovativo e rivoluzionario, non senza polemica da parte dell’artista giapponese, da Oldenburg), sino a giungere ad abbracciare poesia e cinema. Una poliedricità artistica che non può non ricordarci quello di un altro genio, attivo negli stessi anni proprio a New York: Andy Warhol. Kusama, come Warhol, sperimenta con vari strumenti, fonde cinema, parole, suoni, arte e arriva a sfiorare una sorta di performing art nel momento in cui sceglie di dedicarsi al body painting per urlare il suo dissenso verso la guerra in particolare, e contro ogni forma di discriminazione in generale. A livello cinematografico, ad esempio, l’artista giapponese realizza il film Self obliteration, in cui la protagonista, lei stessa, asseconda il continuo movimento dell’universo, sempre in precario equilibrio tra autodistruzione e rigenerazione, coprendosi di puntini, gli stessi già proposti nella serie Infinity Nets, sino a scomparire, a fondersi con il tutto che la circonda.

Ma la poliedricità non è il solo punto di contatto esistente tra lei e Andy Warhol. Penso all’installazione One thousand boat show, ideata da Kusama nel 1963. In essa, una scultura che ricrea una barca è situata al centro di una stanza, le cui superfici sono interamente ricoperte da fotografie multiple, tutte aventi per soggetto la barca stessa. Una creazione innovativa, di forte impatto emotivo, davanti alla quale nessuno spettatore può restare indifferente. Di certo affascinò lo stesso Warhol, tanto da ispirarlo quando, circa tre anni dopo, decise di ricoprire con la sua opera serigrafica Cow, trasformata in carta da parati Pop art, un’intera stanza. Ancora una volta, il pubblico accolse come innovativa e geniale la creazione di un artista uomo, mentre alle opere della Kusama spettava un’accoglienza più fredda anche da parte della critica. Nonostante ciò, ancora una volta, Yayoi non si perde d’animo: per lei, creare arte è qualcosa di irrinunciabile, è un’azione intrinseca alla vita stessa e, forse proprio per questo, la ricerca di nuove forme di espressione non ha mai subito pause, nemmeno quando i riconoscimenti tardavano ad arrivare. Quasi come in una sorta di sfida verso i suoi colleghi artisti e verso il pubblico, Kusama crea qualcosa di estremamente nuovo, un’opera in cui lo spettatore non è più padrone delle proprie percezioni, ma è l’artista a guidarlo, a stabilire ogni singola regola di quel fantastico gioco che è l’immersione in un’opera d’arte, in una sorta di anticipazione di ciò che creeranno con la performing art artisti del calibro di Marina Abramović. Nasce Infinity mirror room, una delle sue installazioni più famose in assoluto, riproposta ancora oggi nei maggiori musei di tutto il mondo: un gioco di specchi, luci e acqua, che ci porta in un mondo lontano, in cui ciascuno di noi si trova sospeso su di una passerella affacciata sull’infinito, forse proprio quello che percepisce Kusama poco prima di intraprendere il suo processo creativo.

Yayoi Kusama, oggi, al Madame Tussauds di Hong Kong (immagine del museo Madame Tussauds, Hong Kong).

Oggi, appassionati d’arte di tutto il mondo sopportano lunghe ore di attesa per poter accedere a questa stanza o a mostre in cui si trovano esposte tele dell’artista giapponese. Le opere degli anni Sessanta-Settanta risultano ancora estremamente innovative e interessanti e Kusama gode, finalmente, del riconoscimento dovuto al suo immenso talento. Ironicamente, tutto questo è stato reso possibile grazie a una mostra retrospettiva allestita proprio in quella New York che tanto si era dimostrata ostile all’artista, al Center for International Contemporary Arts, per giunta allestita nel 1989, cioè negli anni in cui Kusama si era ritirata in Giappone, nel tentativo di arginare una psicosi sempre più importante. Da quel momento l’America, l’Europa, il mondo intero, non ha più smesso di riconoscere l’importanza artistica dei suoi lavori, la loro portata rivoluzionaria, la loro natura sempre attuale e sconvolgente.  Yayoi Kusama è diventata una delle artiste viventi più quotata, ma soprattutto ha finalmente visto realizzato il suo sogno, quello di interagire grazie alla forma di vita meravigliosa che è l’arte.

“Sento che la vita è meravigliosa, tremo per l’eccitazione che sa darmi il mondo dell’arte, il solo in grado di darmi speranza e per il quale valga la pena vivere.


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