Intervista ad Antonio Moresco

di Jacopo Zonca

Antonio Moresco è senza ombra di dubbio uno degli scrittori più importanti e originali della letteratura italiana e internazionale. Nel suo ultimo romanzo “Canto del buio e della luce”, l’autore racconta un mondo avvolto dall’oscurità e sull’orlo del collasso. Il buio è così denso e penetrante da mettere in crisi ogni cosa: i rapporti umani, la produzione industriale, la religione, ecc. Ma riesce anche a rallentare le terribili guerre che stanno devastando il pianeta.

Attraverso un coro composto dai personaggi più disparati (commessi di supermercato, artisti, killer, bambini vittime di violenza e signori della guerra), l’autore racconta una nuova dimensione, un’altra realtà in cui quello che si vede non è più quello che abbiamo davanti agli occhi. Leggere questo romanzo è un’esperienza sensoriale e totalizzante, un viaggio in cui angoscia e tenerezza sembrano fondersi per formare qualcosa di nuovo, trasfigurato, eppure incredibilmente simile alla realtà impazzita di oggi. “Canto del buio e della luce” è edito da Feltrinelli, che sta lavorando a diverse ripubblicazioni delle opere dello scrittore, prima fra tutte la mastodontica “Canti del caos”, romanzo importantissimo non solo per la carriera di Moresco, ma anche per la letteratura degli ultimi venticinque anni.

“Cosa sta succedendo?” si chiedevano le persone, guardandosi attorno prima stupite, poi sbalordite, poi spaventate, atterrite. Gli umani facevano sempre più fatica a riconoscere le cose sul filo dell’orizzonte.

Antonio, prima di tutto grazie di cuore per avere accettato questa intervista e averci dato la possibilità di approfondire la tua ultima opera. Comincerei subito con una domanda tecnica, classica. Quanto tempo hai impiegato a scrivere questo nuovo romanzo e soprattutto, qual è stata la scintilla, l’immagine o il pensiero alla base di “Canto del buio e dalla luce”?

Ho scritto questo romanzo in un tempo relativamente breve, circa due anni e mezzo. Però la sua gestazione è stata molto lunga, con incontri, interviste, e un umile lavoro quasi da reporter con un gran numero di persone note e meno note: scienziati, musicisti, registi, pittori, maghi, ipnotisti, ballerine, educatrici, infermiere, lavoratori di grandi magazzini, di banca, della moda… Alla base della sua invenzione non c’è una singola scintilla.

È tanto tempo che giro intorno al buio e alla luce, che è, si può dire, il tema principale di tutta la mia opera di scrittore. Poi, all’improvviso, ho deciso di buttare il ferro a fondo, di saltare il fosso, e così mi sono gettato a capofitto nel buio.

Come hai sottolineato, il buio e la luce sono fattori poetici determinanti in tutti i tuoi romanzi, sia a livello concettuale, sia come elemento fisico e tangibile. Penso soprattutto a “Canto di D’Arco”, ma anche a un romanzo più breve e ugualmente potente come “La lucina”. In questo libro, il buio è il vero protagonista, tanto da plasmare pensieri e azioni di ogni personaggio. Anche se inizialmente quella in cui è precipitato il mondo pare essere una dimensione spaventosa, il buio riesce anche ad aiutare alcuni dei protagonisti, specie le vittime di violenza, perché attraverso il buio riescono in qualche modo a nascondersi. Perché hai deciso di concentrarti proprio sul buio e cosa rappresenta per te?

Queste cose non nascono necessariamente da idee precise e consequenziali, ma erompono in modo incontrollato e improvviso, e la loro sapienza non è del tutto conscia. Diciamo che la nostra situazione umana mi appariva talmente incredibile, inconcepibile e oscura che mi sembrava che nel mondo fosse andata via la luce, che vivessimo sprofondati nelle tenebre. E allora ho sentito il bisogno di fare un passo di lato, poetico e di conoscenza, per raccontare quello che stava veramente accadendo, perché mezzi puramente “realistici” non erano sufficienti per far vedere quello che abbiamo sotto gli occhi ma che non possiamo o vogliamo vedere. La letteratura, la poesia, ha questa potenza, di dire la verità attraverso l’invenzione. Faccio un esempio. Forse Kafka, quando ha scritto la Metamorfosi, ha compiuto una mossa simile. Diversi scrittori prima di lui, come Dostoevskij, hanno fatto dire a qualche loro personaggio “Mi sentivo come un insetto…” Kafka ha fatto un passo avanti, ha trasformato questa metafora in una realtà narrativa, poetica e profetica.

Mi ha sempre colpito la tua maestria nel mescolare i generi, la tua capacità di filtrarli, riuscendo poi a fonderli in un magma che riesce a comprenderli tutti: dall’horror estremo alla fiaba, dal thriller d’azione alla poesia. In questo romanzo sei riuscito a inglobare anche elementi saggistici, penso alle diverse pagine riguardanti la fisica e la scienza, e oltre a questi, la drammaturgia teatrale. È stato difficile amalgamare queste ultime due componenti al flusso del romanzo?

Questa è stata per me la cosa meno difficile. Non me ne so spiegare la ragione. Devo avere, a mia insaputa, una qualche capacità che ha a che fare con la musica, e che mi permette, come a un musicista, di riuscire a tenere insieme le voci dei singoli strumenti e quella del canto umano, come se non fossero costretti a stare insieme ma si chiamassero l’un l’altro da dentro il buio.

Durante la lettura non ho potuto non pensare a “Gli esordi”, una delle tue opere più famose. È vero, la pubblicazione del romanzo è arrivata dopo l’uscita di “Clandestinità” e “La cipolla” che sono i tuoi primissimi libri, però “Gli esordi”, oltre a essere il capitolo iniziale della trilogia “Giochi dell’eternità” è la tua prima vera esplosione autoriale, una detonazione che ha definito non solo il tuo stile, ma anche la poetica di tutta la tua produzione letteraria. Gli accostamenti a quest’ultima fatica sono diversi: il confronto con la religione soprattutto, ma anche la metropoli e lo spaesamento di fronte a un mondo trasformato e irriconoscibile. È possibile che durante la lavorazione di “Canto del buio e dalla luce” tu abbia sentito il bisogno di tornare al tuo primo, grande romanzo?

Gli esordi è, in un certo senso, il mio Big Bang, l’opera in cui c’è una luce diversa da quella che siamo abituati a incontrare in genere nei libri di narrativa, che rende il mondo alieno come un’apparizione e accelera e rallenta il tempo. Sì, e poi c’è la religione, qui portata ai suoi esiti estremi e alla blasfemìa. Però questo romanzo ha posto anche me di fronte a problemi compositivi e ad esiti del tutto nuovi e mai sperimentati prima, in un rapporto così ravvicinato col nostro tempo da risultare esplosivo.

Spesso nell’orrore che racconti si trova anche una rinascita. Penso alla parte finale di “Canti del Caos”, e a quello sconfinamento tra vita e morte in grado di generare una nuova dimensione che poi hai raccontato in libri straordinari come “Gli increati” e “Canto di D’Arco”. Anche in questo caso ho trovato una sorta di rinascita per il mondo e gli uomini che lo popolano. Da scrittore, ma soprattutto da uomo, pensi che in un mondo impazzito e immerso nel caos come quello di oggi, tra disperazione e violenza cieca, ci possa essere una speranza di rinascita?

Se dovessi risponderti secondo ragione, ti direi di no, che non vedo speranza di rinascita e di cambiamento, che il male è nell’ordine, per dirla con Leopardi, che gli uomini volgono quasi ogni cosa al male, sono abitati dal male e incapaci di correggersi, e lo dimostra la situazione attuale, in cui il fatto di essere sull’orlo di una catastrofe di specie non impedisce agli umani di continuare a dilaniarsi e a combattersi, come cani feroci sull’orlo di un precipizio.

Però, nello stesso tempo, non ho una mente teorematica, so che esiste anche l’inconcepibile, l’impensato, e che a volte l’inconcepibile può fare irruzione dentro il concepibile, che i limiti possono venire spostati e travolti, nel bene come nel male.

In questo romanzo il buio è anche, credo, una enorme metafora non solo della condizione in cui versa il pianeta oggi, ma anche del come si guardano e vivono le cose che ci circondano. È sbalorditivo il modo in cui inizialmente riesci ad angosciare il lettore per poi accompagnarlo con dolcezza in mezzo a questa oscurità, insegnandogli a guardare attraverso il buio e oltre il buio. Mi allaccio al discorso per chiederti questo: il tuo modo di vedere il mondo e soprattutto la letteratura è lo stesso che avevi quando hai cominciato a scrivere?

Mi è difficile rispondere a questa domanda. Da una parte mi viene da risponderti che è lo stesso, dall’altro che mi sembra di essere una persona inconcepibilmente diversa che quasi non riesco a riconoscere. Si vede che anche i miei confini sono esplosi. Però il mio sogno della letteratura è lo stesso, lo stesso che ho perseguito fin dall’inizio con fede assoluta e autistica. Com’è possibile che io sia la stessa identica persona e nello stesso tempo sia una persona così infinitamente diversa e ulteriore? Com’è possibile che sia riuscito negli anni a scrivere cose che all’inizio mi sarebbero sembrate inimmaginabili e che pure erano dentro la stessa esplosione prima?

Feltrinelli ripropone quella che molti considerano la summa di tutta la tua opera: il capolavoro “Canti del caos”, che a distanza di anni non ha perso un briciolo della sua forza. Personalmente, credo che oggi possa essere recepito molto meglio dai lettori, soprattutto da un pubblico giovane, rispetto a quando uscì la prima parte nel 2001. Come vivi questa ripubblicazione, e se posso chiedere, come consideri oggi “Canti del caos”?

Prima della ripubblicazione l’ho riletto completamente e ho fatto anche molte piccole correzioni. E sono rimasto spiazzato, come se quel libro non lo avessi scritto io. Rileggendolo per la prima volta, e dopo così tanti anni, sono rimasto sbalordito per la sua radicalità e libertà, mi è tornato indietro come un oggetto alieno e mi ha attraversato da parte a parte. Ma anche quest’ultimo che ho appena pubblicato credo che fra qualche decennio, quando lo rileggerò nel Valhalla, mi sbalordirà e spiazzerà. Si legge, nella critica letteraria, della cosiddetta “opera tarda”, con caratteristiche che dovrebbero contraddistinguere le opere finali degli scrittori. A me pare di non riuscire a scrivere opere tarde, di essere sempre su un crinale. Però Canti del caos, sì, accidenti, mi è sembrata una cosa unica, che genera da sé le proprie leggi e parla del nostro mondo e del nostro tempo come non fa nessun altro libro. Ma io lo vedo anche come una cosa sola con Gli esordi e con Gli increati, che è il mio libro meno compreso e incontrato e quello più vicino al mio cuore. Sono contento che Feltrinelli ripubblicherà l’intera opera (Giochi dell’eternità) e che la riunirà in un cofanetto, per significare che si tratta non di una trilogia ma proprio di un’opera unica e indissolubile, che si viene formando in modo intimo e atomico. Sarà per me come se, finalmente, quarant’anni dopo essere stata cominciata, quest’opera venisse per la prima volta pubblicata, e sarei contento di poterla vedere con i miei occhi prima di crepare.

Concludo con un’altra domanda di rito: stai lavorando ad un nuovo romanzo? Se sì, dobbiamo aspettarci un nuovo Canto?

No, nessun altro Canto. Non so neppure se ci sarà un altro canto dopo questo, se potrà esserci dopo che sono arrivato all’incontrario all’inizio, alla separazione prima, al big bang. Mi piacerebbe, dopo essere stato dentro a una simile espansione, contrarmi, scrivere un piccolo e intenso libro sul mio amato Leopardi, però a modo mio, non tanto un saggio, ma un corpo a corpo. E poi, se ne avrò il tempo, se ne avrò le forze, mi piacerebbe mettere al mondo qualche altra piccola cosa aliena. Ma uno scrittore -come qualsiasi altro umano- non sa quando e come creperà, il tempo gli verrà concesso.


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