Meme e politica: il funerale del sogno americano (e dei meme)

di Claudia Grande

Anni fa, parlando della situazione politica americana, Steve Bannon anticipò la strategia che oggi Donald Trump e Elon Musk stanno attuando: “The Democrats don’t matter. The real opposition is the media. And the way to deal with them is to flood the zone with sh*t.” Letteralmente: allagare “the zone” (la zona d’interesse politico perimetrata dai media, che scelgono a cosa dare risalto e a cosa no) con la m*rda. Il video postato dall’account ufficiale di Trump, che vede il Presidente USA brindare con l’amico Netanyahu sulle spiagge di una Gaza trasformata in un maxi-resort e, al contempo, Elon Musk ballare sotto una pioggia di banconote con alcuni ragazzi presumibilmente palestinesi, è l’attuazione pratica di questa profezia.

Di più: Trump e Musk hanno fatto un ulteriore passo avanti: il video postato è puramente memetico. Non risponde alle logica dei media classici. I mass media, per come li intendeva Bannon (principalmente, la tv), sono cambiati. La tv è ormai uno stanco megafono di Internet. Ciò che conta si decide sul web in base alla viralità del contenuto/del tema del momento; la tv, semplicemente, riprende quelli più chiacchierati e ce li serve con una spolverata di “ne parliamo con l’esperto del giorno”. Cosa c’è di più virale dei meme? Niente, attualmente: ecco perché allagare la zona con m*rda memica è la strategia più intelligente che l’ultradestra potesse attuare.

“I’m living the dream”, il sogno americano, è un concetto superato a livello di comunicazione.

Sebbene debba ancora sopportare gente che mi beffeggia quando dico che non solo faccio meme, ma li prendo sul serio, li studio (“ahaha che str*nzata che cosa da bambini che cosa stupida”), sono tuttora convinta di quello che Max Magaldi e Gabriele Marino hanno spiegato più che bene in un talk a cui ho avuto la fortuna di partecipare ieri sera (in cui sono emersi i ragionamenti che sto ulteriormente provando ad approfondire in questa sede, con voi): i meme sono il mezzo di comunicazione più potente al mondo allo stato attuale, e lo sono proprio perché tutti sottovalutano la loro portata dirompente. Tutti, tranne Elon Musk e Donald Trump.

Trump e Musk hanno capito che i meme sono freschi, attuali, iconici. Sanno che dilagano ovunque, sono impossibili da fermare: come protestare contro il video-meme di Trump e Musk sulla Gaza beach? Aggiungendoci qualche layer per trasformarlo in un meme di critica politica? Non servirebbe a nulla. Sarebbe come alimentare lo stesso gioco a cui stanno giocando. Lo stesso vale per altre ipotesi: scrivere articoli sul tema, organizzare talk, fare un servizio in tv e quant’altro. Il meme si alimenta di sé stesso: più è virale, più vive; più viene spammato, più accumula potere – nello specifico, il potere di plasmare la nostra immaginazione, il nostro pensiero, e, di conseguenza, la realtà.

Ancora: i meme parlano a tutte le generazioni. Ormai li capisce chiunque, dagli adulti ai giovani. Sono arrivati persino su Striscia La Notizia, a riprova del fatto che sono pane per boomer come per la Gen Z. A Musk e Trump, però, interessa parlare soprattutto ai giovani, questi animali strani sempre più distaccati dalla politica, delusi e disillusi dal suo gioco. E se la politica iniziasse a mimare la lingua dei giovani? Forse, lo strappo si sanerebbe.

Non a caso, l’ultradestra francese ha fatto proseliti tra i target giovani e giovanissimi su TikTok. In Germania è accaduto lo stesso con AFD. Musk ha fatto accordi con una pagina italiana storica di Facebook, Welcome to Favelas, affinché i content creator diventino gli araldi della sua comunicazione in Italia. Doge (il meme dello Shiba Inu con il musetto cringiato) è diventato una moneta digitale sponsorizzata dallo stesso Musk, nonché il nome del dipartimento che dirige. Di più: in un recente discorso, Musk ha detto: “I’m living the meme”.

“I’m living the dream”, il sogno americano, è un concetto superato a livello di comunicazione. Il capitalismo ha fallito sotto ogni punto di vista, in primis ha tradito la promessa di portare benessere economico per tutti: il sogno americano è morto, e Musk gli ha fatto il funerale con i meme. O meglio: con la m*rda memica destrorsa tramite cui, insieme a Trump, sta allagando la zona d’interesse mediatico-politico, distraendoci, intrattenendoci, abbuffandoci di contenuti virali, tra saluti romani, motoseghe e ketamina. Questo è l’Infinite Jest, l’infinito c*zzeggio di cui parlava tanti anni fa David Foster Wallace, che si avvera. Questo è il funerale del sogno americano e il funerale del meme stesso.

I meme parlano a tutte le generazioni. Ormai li capisce chiunque, dagli adulti ai giovani.

Il meme è nato come controcultura, strumento di comunicazione popolare e underground a portata di tutti. Per fare un esempio, i meme sono stati uno dei mezzi con cui i dissidenti ucraini si sono opposti alla propaganda russa molto, ma molto tempo prima del conflitto attualmente in corso. Ora, il meme è stato fagocitato dallo stesso potere costituito contro cui ha sempre alzato la voce: il tardo capitalismo è una bestia goffa, gonfia, stanca, sempre più orripilante e cedevole, ma ancora ingorda, vorace, capace di mangiarsi ogni cosa e cacarla in una versione addomesticata alle logiche del sistema. Ed ecco che torniamo alla m*rda: il video-meme di Trump a Gaza rappresenta il potere costituito, il più bieco capitalismo, l’ultradestra beffarda che ci si accovacciano addosso tutti insieme e ci obbligano a mangiare la loro m*rda.

Cosa ne sarà dei meme dopo che Trump e Musk hanno sancito la loro morte, ancora non lo so. Non so cosa ci sia oltre il punto a cui siamo arrivati. Quello che so è che questa m*rda non me la mangio: non diffonderò quel video, non ci memerò su. Non riprodurrò ulteriormente quelle immagini, non alimenterò quell’immaginario corrotto e malato. In attesa di capire come resistere alla m*rda che dilaga, lascio qui queste riflessioni accompagnandole con una foto del mio gatto. Perché? Perché non c’entra niente. Perché il meme muore se non si riproduce. Oggi sono in lutto per il mondo dei meme. Oggi partecipiamo tutti a un grande, grottesco funerale: non fiori, amici e amiche, ma opere di meme.


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