Europa incerta tra rinascita e decadenza

di Umberto Eco

Questo articolo non nasce da una mia decisione personale. Qualche settimana fa Jurgen Habermas ha contattato una serie di colleghi in vari paesi europei chiedendo loro di fare apparire, contemporaneamente in questo stesso giorno, un loro articolo su un importante quotidiano locale. Tranne qualche scambio di messaggi in cui Habermas ha comunicato i propri intenti, nel momento in cui scrivo non so esattamente che cosa diranno oggi Habermas e Jacques Derrida (in un articolo congiunto che apparirà contemporaneamente nel Frankfurter Allgemeine e in Libération), Fernando Savater (El Pais), Gianni Vattimo (La Stampa), Adolf Muschg (Neue Zurcher Zeitung), Richard Rorty (come voce d’ oltreoceano ma sulla Suddeutsche Zeitung).

Può darsi che, dal confronto dei vari interventi, nasca una discussione successiva. In ogni caso Habermas aveva chiesto ai suoi amici e colleghi di intervenire per far sentire l’opinione di alcuni cittadini europei sulla situazione attuale dell’Unione, e inviare una serie di sollecitazioni ai governi nazionali e a quel tanto che già c’è (ed è molto, ma non basta) di governo europeo. Sembra che questo sia il momento meno adatto per fare previsioni sul futuro dell’Europa unita: le varie posizioni assunte nei confronti del conflitto iracheno hanno piuttosto mostrato un’Europa divisa e l’ ingresso nella Unione di nazioni dell’Est mette insieme antiche democrazie, in parte disposte a porre in discussione la loro sovranità nazionale, e democrazie più giovani, intese a rafforzare la forma di governo nazionale appena realizzato, anche a costo di fare una politica di alleanze che va al di là dei confini dell’Europa. In questo panorama possiamo dire, da un lato, che esiste una coscienza e una identità europea, mentre dall’altro una serie di eventi mira a dissolvere questa stessa unità.

Facciamo un esempio che so che anche Habermas farà: i principi fondamentali del cosiddetto mondo occidentale, l’eredità greca e giudaico-cristiana, le idee di libertà e uguaglianza nate dalla rivoluzione francese, l’eredità stessa della scienza moderna nata con CopernicoGalileo, KepleroCartesio o Francis Bacon, la forma di produzione capitalistica, la laicizzazione dello Stato, il diritto romano o la Common Law, la stessa idea di giustizia che si realizza attraverso la lotta di classe (tipici prodotti dell’Occidente europeo, per non citarne altri), oggi non sono più un patrimonio della sola Europa, visto che si sono affermati, diffusi e sviluppati in America, Australia, e – anche se non ovunque – in molte parti dell’Asia e dell’Africa. A questo punto si può certamente parlare di civiltà occidentale (che tende a identificarsi col modello vincente nel processo di globalizzazione) senza che questo tipo di civiltà contraddistingua l’Europa.

Nel contempo, e all’interno stesso della civiltà occidentale, noi avvertiamo sempre più una identità europea. Forse essa non si afferma quando noi europei visitiamo un altro paese europeo, perché in quel caso scatta piuttosto la percezione delle differenze – ma le stesse differenze sono percepite da un milanese che va a Palermo o da un calabrese che arriva a Torino. Essa però si afferma non appena veniamo in contatto con una cultura extra-europea, compresa quella americana: avvengono dei momenti, durante un convegno, in una serata passata tra amici di diversi paesi, persino nel corso di una gita turistica, in cui improvvisamente avvertiamo un comune sentire che ci fa avvertire come più familiare il punto di vista, il comportamento, i gusti di un francese, di uno spagnolo o di un tedesco che quelli degli altri. Il filosofo e ministro Luc Ferry nel dicembre scorso, aprendo a Parigi un convegno sulla pace, osservava (non faceva una scoperta, certo, ma lo faceva rilevare in modo assai drammatico) che è ormai inconcepibile per un francese pensare a una possibile guerra contro i tedeschi (e naturalmente a un inglese una guerra contro l’Italia, o a uno spagnolo l’invasione delle Fiandre), mentre proprio questi tipi di conflitti ed inimicizie ormai tradizionali erano stati la norma per duemila anni. É una situazione storicamente nuova, impensabile ancora cinquant’anni fa, che forse non affiora sempre in modo limpido alla nostra coscienza, ma che accompagna ormai ogni nostro gesto, anche da parte dell’europeo meno colto, quando senza rendersene conto attraversa tranquillamente, per andare in vacanza, una frontiera che i suoi padri avevano varcato con un fucile in mano.

Infinite sono le ragioni per cui un francese può sentirsi ancora diverso da un tedesco, ma entrambi sono oggi eredi di una serie di esperienze che hanno segnato entrambi e le rispettive nazioni: abbiamo in comune un concetto del benessere raggiunto attraverso lotte sindacali e non grazie all’omeostasi di un’etica individualistica del successo; abbiamo tutti fatto l’esperienza del fallimento del colonialismo e della perdita dei rispettivi imperi; abbiamo tutti subito delle dittature, le abbiamo conosciute, sappiamo riconoscerne i prodromi, ne siamo forse (almeno in gran parte) vaccinati: abbiamo tutti conosciuto la guerra in casa, la situazione del pericolo continuo, e oso dire che se due aerei si fossero abbattuti su Notre Dame o sul Big Ben la reazione sarebbe stata ovviamente di spavento, dolore, indignazione, ma non avrebbe avuto i toni della stupefazione e dell’alternarsi di sindrome depressiva e istinto di reazione immediata a tutti i costi che ha colto gli americani, colpiti per la prima volta nella storia a casa loro.

Insomma, gli europei hanno molto in comune, gioie e dolori, orgoglio e vergogna, tradizioni da difendere e rimorsi da elaborare. Ciascun paese europeo, a differenza di altri, ha vissuto la propria vicinanza a un’Asia e a un’Africa con la quale ha intrattenuto rapporti volta per volta di scambio e di conflitto, ma da cui non è separato dagli oceani. Tutto questo basta per fare davvero una Europa unita? In effetti non basterebbe, e ne abbiamo le prove ogni giorno, malgrado l’euro e il fatto che tanti paesi vorrebbero entrare a far parte di questa comunità: tutti pare vogliano partecipare a una unione in seno alla quale sono disposti a rinunciare a qualcosa ma non a tutto, e pronti a disegnare nuovi conflitti, vedi le varie posizioni sulla guerra irakena. Sta però di fatto che quella unità che l’Europa non sa trovare dal di dentro ci viene ora imposta dalle evoluzione delle cose. Durante la guerra fredda l’Europa, uscita dal secondo conflitto mondiale (e divisa tra Est e Ovest), era costretta a vivere sotto lo scudo di un’altra potenza, gli Stati Uniti e la Unione Sovietica. Ciascuna di queste grandi potenze giocava il proprio destino in Europa. Per gli stessi Stati Uniti la Cina avrebbe potuto diventare un avversario temibile solo nel lungo periodo, ma per intanto doveva lottare per la propria stabilità interna e si confrontava direttamente non con gli americani bensì con i russi; gli americani potevano sopportare uno stallo in Corea e una sconfitta in Vietnam, ma era in Europa che giocavano la loro partita, ed è in Europa che l’hanno vinta, con il crollo dell’impero sovietico. Poste al centro di questo gioco che le superavano, le nazioni europee dovevano modellare la propria politica estera su quello dei due blocchi con cui si identificavano, accettando una difesa militare unificata (Nato o Patto di Varsavia). Il panorama era già cambiato dopo la caduta del muro di Berlino ma i nodi sono venuti al pettine negli ultimi anni, forse da quando si è rilevato il limitato interesse americano per la questione balcanica. Sconfitto il nemico di un cinquantennio, gli Stati Uniti si sono accorti di avere un nuovo nemico dalla definizione territoriale imprecisa ma certamente annidato nel mondo musulmano, medio ed estremo orientale, ed è contro questo che hanno diretto la propria forza militare, da Kabul a Bagdad e forse oltre.

Questo nuovo impegno bellico li spinge persino a spostare le proprie basi militari e comunque non hanno più avvertito nella Nato un punto d’appoggio sicuro (anche perché si è scoperto che nei confronti del mondo arabo i paesi europei non potevano non avere, per ragioni di storia e di geografia, che un rapporto in parte dissonante con gli interessi americani). Nel frattempo appare chiaro che il grande confronto che gli Stati Uniti si preparano ad affrontare è quello con la Cina. Nulla dice che sarà un confronto bellico, ma lo sarà certamente in termini economici e demografici. Basta visitare una università americana per vedere quanto le borse di studio, i posti di ricerca, le posizioni di leadership studentesca siano sempre più nelle mani di studenti asiatici (considerazioni genetiche a parte, culturalmente molto più preparati dei loro coetanei di radici europee a lavorare diciotto ore al giorno per acquistare posizioni di eccellenza). Lo sviluppo scientifico americano sarà sempre più dovuto all’importazione non di cervelli europei bensì asiatici, dall’India alla Cina e al Giappone. Questo vuole dire che tutta l’attenzione americana si sposterà dall’Atlantico al Pacifico, così come già da anni i grandi centri della produzione e della ricerca si sono trasferiti o sono sorti sulla costa californiana. Nel lungo periodo New York diventerà una Firenze americana, ancora centro della moda e della cultura, e sempre meno luogo delle grandi decisioni.

L’America si avvia a essere definitivamente un paese non atlantico ma pacifico, e questo, nei confronti dell’Europa, vuole dire una cosa ben precisa: se i wasp degli anni Venti vivevano nel mito di Parigi, i nuovi americani che contano vivranno in stati in cui non arriva neppure il New York Times (grande giornale atlantico), o arriva il giorno dopo e solo in alcuni posti deputati. Vivranno in posti dove sempre più gli americani dell’Europa sapranno pochissimo, e quando lo apprenderanno non riusciranno a comprendere le ragioni di questo continente esotico, molto più lontano e ignoto delle Hawaii e del Giappone. Con un’America che sposta la propria attenzione al Medio Oriente e all’immenso universo del Pacifico, l’Europa potrebbe non contare più. In ogni caso, anche il più appassionato filo-americano dovrà ammettere che gli Stati Uniti non potranno passare le notti insonni per un continente che (per quanto lì stiano le loro radici – ma di quanti americani che si chiamano Perez o Chong Li?) non corre più il rischio di essere sottomesso né dai panzer nazisti né dai cosacchi ansiosi di abbeverare i loro cavalli nelle acquasantiere di San Pietro. Quindi l’Europa, lasciata da sola per forza di cose (per un decreto quasi hegeliano che vuole che le cose vadano come la realtà, che è razionale, comanda), o diventa europea o si sfalda. L’ipotesi dello sfaldamento pare irrealistica, ma vale la pena di delinearla: l’Europa si balcanizza, o si sudamericanizza. Saranno i nuovi poteri mondiali (e magari in un futuro lontano potrebbe essere la Cina in luogo degli Stati Uniti) a giocarsi i piccoli paesi europei secondo le loro convenienze, a seconda che facciano comodo (per la loro sopravvivenza di poteri mondiali) avere delle basi in Polonia o a Gibilterra, e magari a Helsinki o a Tallinn per via delle rotte polari. E quanto più l’Europa sarà divisa e l’euro diventerà meno competitivo sui mercati mondiali, tanto meglio (e non si può rimproverare a una grande potenza mondiale di fare anzitutto i propri interessi). Oppure l’Europa avrà l’energia per proporsi come Terzo Polo tra gli Stati Uniti e l’Oriente (vedremo se l’Oriente sarà Pechino o, chi sa mai, Tokyo o Singapore). Per proporsi come terzo polo l’Europa ha una sola possibilità. Dopo aver realizzato l’unità doganale e monetaria dovrà avere una propria politica estera unificata e un proprio sistema di difesa – anche minimo, visto che non è tra le possibilità ragionevoli che l’Europa debba invadere la Cina o combattere con gli Stati Uniti – sufficiente a permetterle una politica di difesa e di pronto intervento che la Nato non può ormai assicurare. Potranno i governi europei arrivare a siglare tali accordi?

L’ appello di Habermas suggerisce che sarebbe impossibile realizzare subito questo fine con una Europa allargata, che comprenda Estonia e TurchiaPolonia e, magari un giorno, Russia. Ma il progetto potrebbe interessare il nucleo dei paesi che hanno dato origine all’Unione Europea. Se da quel nucleo partisse una proposta, a poco a poco altri Stati (forse) si allineerebbero. Utopia? Ma, come ragionevolezza insegna, utopia resa indispensabile dal nuovo assetto degli equilibri mondiali. O così o niente. L’Europa, se volete, è condannata, per sopravvivere, a trovare strumenti di politica estera e di difesa comuni. Altrimenti diventa, senza offesa per nessuno, il Guatemala. Questo è il senso del richiamo che alcuni cittadini europei rivolgono ai governi del continente nel quale sono nati e vorrebbero continuare a vivere, fieri della loro appartenenza.


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