Importa a qualcuno del calendario gregoriano? Gli anni iniziano a settembre e terminano a giugno. Punto. Scorrono lungo il binario temporale tracciato dalle scuole e dalle stagioni sportive, per le quali l’estate non è altro che un fermarsi, all’ombra, e un riprendere fiato. Ed è proprio mentre si è fermi a boccheggiare, esausti, stremati dalle fatiche primaverili, che ci si ritrova a tirare le somme dell’anno passato. Si traccia una linea – verticale, affilatissima – e si dà inizio alla lunga vivisezione di ricordi a cui strappare un’essenza positiva o negativa con cui alimentare l’improrogabile bilancio. Fu durante uno di questi momenti che capii un paio di cose che successivamente scoprii andare di pari passo: la prima è che un’esperienza, essendo in sé per sé un semplice quantitativo di informazioni, non può essere negativa a prescindere; la seconda, è che Thru the Eyes of Ruby, degli Smashing Pumpkins, è un pezzo coi controcazzi.
È capitato più di una volta che la fervida atmosfera di interi mesi di piccoli o grandi successi venisse cannibalizzata all’istante dalle aspettative mai avverate nei confronti di una qualche persona; eccidio astratto che tuttavia trova il suo colpevole solo e unicamente nel responsabile di tali proiezioni; ed è proprio con il dito puntato verso me stesso che sono stato avvertito – in ritardo – dalle parole di Billy (Wrap me up in always, and drag me in with maybes, yeah), il quale cercava da tempo, attraverso i miei auricolari, di mettermi in guardia dalle persone capaci di catturarti con le loro certezze, le loro promesse, i loro “per sempre”, e che invece si sarebbero rivelate soltanto in grado di trascinarti giù nell’oblio, dove nuotano i dubbi e le paure, le consapevolezze scheletriche e dimenticate, e circolano nell’acqua scura e silenziosa le pinne dorsali dei “forse”.

Da qualche tempo accarezzavo l’idea che i danni peggiori fossero quelli provocati – o subiti – inconsapevolmente, causati dal disinteresse o dalla negligenza, nei confronti propri o altrui; danni che fui costretto ad aggiungere al nefasto bilancio, e che mi ricordarono – passando per la mia pelle – quanto effettivamente fosse delicata l’innocenza, la genuinità, e quanto azzardato fosse il gesto di volerla proteggere a tutti i costi: strizzando l’occhio a Saint-Exupéry, quanto azzardato fosse il gesto di voler tenere al sicuro la propria rosa preziosa, stringendola a tal punto dal soffocarla tra le nostre stesse dita. Ecco che, contemplando le mani sporche di un sangue non mio, finii per seguire il filo conduttore della settantina di chitarre sovraincise dal signor Corgan (Your innocence is treasure, your innocence is death. Your innocence is all I have), seguitando a chiedermi se fossi io il cavallo posizionato sul colore sbagliato della scacchiera, o se fossi invece la pedina di un gioco completamente diverso, un carro armato abortito da una partita di Risiko, magari, che vaga alla ricerca del proprio continente d’appartenenza e che invece si ritrova a schiacciare, sotto i suoi cingoli, schiere di pedoni immobili e indifesi, ligi alla fede nel proprio conflitto bicolore. Essere giocatori diversi. Giocare a giochi diversi. Forse era questo ciò che ancora non ero riuscito a capire della vita: che ognuno di noi ha le sue personali condizioni di vittoria, e che ogni partita è a sé stante. Il confronto, il paragone, il continuo accostare, ecco cosa deve averti scatenato la sensazione di respirare sott’acqua e di vivere dietro un vetro (Breathing underwater. And living under glass). Non è vero Billy? Non è in questa feroce ed interminabile lotta l’uno contro l’altro che si può intravedere la matrice del nostro dolore? Oppure questa sofferenza la si deve allo scontro d’attrito con noi stessi. Al nostro bisogno di ridimensionare le cose fino al forzarne una dimensione concreta; fino al dubitare di qualsiasi cosa non si sia mai presentata sotto i nostri occhi – sotto le nostre lenti –; fino allo smarrire la totale fiducia per l’astratto, per i nostri pensieri, per i nostri progetti; fino ad avere così tanta paura del futuro da attribuire ogni singolo gesto ad un oggetto terreno, in maniera tale da generare un valido motivo per conservarlo e finire per credere di imbracciare, impugnandolo, il passato. (And with this ring I wed thee true. And with this ring I wed thee now. And with this ring I play so dead).
E non c’è bisogno di fingersi morti, signor Corgan. Non c’è bisogno di fingere per distinguersi in questo mondo dove la finzione è la normalità. In questo mondo dove tutto è sagoma, e nulla ha spessore o perché; in questo mondo dove l’interesse viene catalizzato e orientato con la facilità con cui si attrae il magnete con la calamita; in questo mondo dove non c’è più nessuno a mettersi in fila per domandare quale sia la verità (But no one’s asking for the truth). Chissà se ci sarà qualcuno ad accodarsi al sottoscritto. Le tengo un posto, signor Corgan – ti tengo un posto, Billy –. Ci sarà da aspettare un bel po’, me ne ero reso conto già alla fine di quel mio bilancio estivo. Ma non c’è da preoccuparsi. Basta guardare attraverso gli occhi di Ruby per scorgere la Notte, quella con la N, quella giunta per tenerci a galla, senza mai ferirci, quella giunta per tenerci al sicuro, senza soffocarci. Quella giunta per mantenerci giovani. Per mantenerci noi. (The night has come to hold us young).