Esseri umani, essere bestie

di Terry Passanisi

fassi

Non ci resta che piangere. Oppure, che ridere; ché riderci sopra dovrebbe sempre, pur trattandosi di per sé di un paradosso, extrema ratio. Perché fino a pochissimo tempo fa ci si rideva sopra di gusto, senza alcun soprappensiero. Nel breve volgere di qualche anno, almeno per quanto mi riguarda, non riesco più a farlo senza un retrogusto amarognolo. Parafrasando quei pochi, lucidi punti di vista letti in questi giorni: dire che il Fascismo è la contrapposizione al Comunismo, che questo vale tanto quest’altro e pertanto è lecito poterne esercitare liberamente le forme peculiari, è la giustificazione del pollo cosciente, ed è come convincersi (o tentare di convincere i rimanenti minus habentes) che il cancro si curi inoculandosi l’HIV. Il Fascismo, patologica dittatura violenta, è la peggiore espressione della contrapposizione alla democrazia, alla non violenza, all’ordine e allo stato di diritto. Che altri, eventuali estremisti di altre correnti rispondano con il peggio di sé, naturalmente, non giustifica e avalla alcuno, mai. Come tutti gli *ismi, del resto, dal primo all’ultimo, non se ne salva uno. Perché la Storia li ha già – o dovrebbe averli già, nelle coscienze di tutti – spediti al macero. Il Fascismo non è un’opinione politica; come evadere le tasse o il metodo mafioso non sono alternative di vita poetiche e creative allo Stato. Le persone peggiori, alle quali per un paradigma di ciò che è o non è democratico si dà oggi troppa voce in capitolo, stanno trasformando l’Italia in un paese orrido, arido e sterile, involuto e incivile, intollerante, ignorante e inospitale; stanno cioè riuscendo perfettamente nel loro intento: far sì che nessuno abbia più voglia di venire a visitarlo o di viverci. Bene, bravi, obiettivo (quasi) raggiunto! Ed è molto probabile che questi rappresentanti perfetti d’involuzione etica non siano neanche consapevoli del perfetto risultato spontaneo. E non mi riferisco all’effetto indotto sugli stranieri e sugli extracomunitari che viaggiano per lavoro e turismo; non solo ai richiedenti asilo e ai disperati allo sbando e alla ricerca di una speranza in una Europa sempre meno disposta all’umanità e all’umanizzazione. Mi riferisco anche agli italiani dotati di un minimo di raziocinio e consapevolezza. Se già le condizioni precarie di lavoro e di sostentamento, per colpa di trent’anni di politica demente e sciagurata, spingono sempre più giovani e meno giovani ad andarsene, alla prima causa, a breve, vi si potrebbe aggiungere tutta una serie di questioni di aria di regime intollerabili. E proprio come affermava Karl Popper, il paradosso della difesa della tolleranza è di non tollerare, con inossidabile fermezza, gli intolleranti.

La questione sull’estrema destra di questi tempi, d’altra parte, non può nemmeno essere liquidata e derubricata come fosse una minuscola schermaglia tra ragazzacci, nonostante una delle ultime sentenze della Cassazione abbia assolto due manifestanti fascisti, definendo plausibile il saluto romano se volto alla commemorazione non violenta. Quello di cui sono certo è che la commemorazione del Fascismo è già di per sé una forma di violenza, se non fisica di certo intellettuale, morale e della Memoria. Se la sentenza porterà a future derive è tutto da vedere, soprattutto dopo le prossime elezioni del 5 marzo; sempre che non abbiano ragione quei politici, trasversalmente da destra a sinistra, e me lo auguro davvero, convinti del fatto che le bande fasciste, in Italia, non potranno mai più riacquistare potere istituzionale.

Tutte le volte che covo qualche dubbio a riguardo, alla luce dei fatti e delle notizie che ogni giorno preoccupano sempre un briciolo in più, mi confronto con i punti fissati da Umberto Eco nel suo pamphlet “Il fascismo eterno” (o anche in “Cinque scritti morali”, Bompiani 1997), in cui vengono illustrati chiaramente i tipici segnali d’allarme di un ritorno politico e sociale di estrema destra, perfettamente schematizzati nell’illustrazione ad opera di Pictoline.

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E aggiungeva, nel suo romanzo “Il cimitero di Praga”, a proposito dell’antisemitismo creato ad hoc nel XIX secolo: “Occorre un nemico per dare al popolo una speranza. Qualcuno ha detto che il patriottismo è l’ultimo rifugio delle canaglie: chi non ha principi morali si avvolge di solito in una bandiera, e i bastardi si richiamano sempre alla purezza della loro razza. L’identità nazionale è l’ultima risorsa dei diseredati. Ora il senso dell’identità si fonda sull’odio per chi non è identico. Bisogna coltivare l’odio come passione civile. Il nemico è l’amico dei popoli, ci vuole sempre qualcuno da odiare per sentirsi giustificati nella propria miseria. L’odio è la vera passione primordiale.” Su questa citazione ho trovato persino, tra i commentatori di Facebook, chi fosse convinto si potesse interpretare come un’accusa agli antifascisti di oggi. Spesso basterebbe anche meno: conoscere un po’ la Storia, capire quello che si legge, avere letto il testo nella sua interezza (e comprenderne, magari, il sottotesto), i riferimenti, le metafore, le boutade siano essi contingenti oppure inseriti all’interno di un quadro generale. A me fa questo effetto di solito, un testo che mi rivelasse una verità mai presa in considerazione prima: lo leggo, resto meravigliato e basito (se lo capisco) e non ho la forza di dire altro; ma ne faccio tesoro.

Tornando alla politica, non do di certo ascolto ai pareri di politicanti come un Casini qualsiasi; che mi ricorda nel suo modo di vivere la sua professione da sempre, perfetta metafora del peggio istituzionale di questo paese, i giapponesi e il modo in cui essi vivono la religione: nascono shintoisti, vivono nel confucianesimo, si sposano cristiani e muoiono buddisti – e chissà cos’altro ancora una volta reincarnati, a quel punto -, approfittando di tutti gli aspetti migliori e, soprattutto, convenienti del caso.

Mi riservo di dare ascolto, piuttosto, e mi pare il minimo, solo a eminenti voci quali quella di Liliana Segre che, avendo vissuto sulla propria pelle il campo di concentramento di Auschwitz, sa bene che la cosa più efficace, per non finire a giocare a rimpiattino con l’avversario e fomentarne la stessa forma di violenza contrapposta, più che sciogliere o combattere strenuamente quei movimenti, è stigmatizzarli. Insegnare, informare, definire nelle teste delle persone, tanto più nei giovani, la consapevolezza della (in)consistenza e del pericolo di certe convinzioni, di certe idee violente e di prevaricazione. Coltivare, far crescere e sedimentare la Cultura e la Ragione rispetto all’ignoranza e agli istinti viscerali. Perché l’evitare il cortocircuito nel progresso umano e sociale, del pensiero e dei principi delle civiltà, sta sempre nel contrapporre, in prima istanza, la non violenza alla violenza (di qualsiasi natura), senza spazio a filosofemi. Esiste il premio Nobel per la Pace; non mi risulta ne esista uno per la Guerra. Non ci sono scale di grigio. O di qua o di là. Che è anche quello che struttura da sempre la differenza fondamentale tra esseri viventi dello stesso regno. Pur sempre animali, ma con un confine netto tra esseri umani e bestie.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/02/19/neofascisti-liliana-segre-piu-che-scioglierli-quei-partiti-vanno-stigmatizzati-e-affida-agli-studenti-un-appello-al-voto/4171475/

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