Cultura Società

Il nostro posto nel mondo

di Matteo De Giuli

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Empatia, compassione, responsabilità: il rapporto tra gli uomini e il resto del mondo vivente secondo Carl Safina.

Penso ai lupi di Yellowstone più o meno tutti i giorni”, mi dice Carl Safina. “Sono ancora in contatto con le persone che li studiano, mi danno piccoli aggiornamenti. La primavera scorsa, per esempio, alcuni discendenti dei lupi di cui parlo nel mio libro hanno avuto dei cuccioli in una delle tane”. I lupi di Yellowstone, le orche del mare di Salish e gli elefanti del parco naturale di Samburu, in Kenya – le loro complesse strutture sociali, le loro abilità, i loro sentimenti – sono i protagonisti di Al di là delle parole, uscito in Italia a marzo di quest’anno, con la traduzione di Isabella C. Blum, primo volume della collana Animalia di Adelphi (il secondo è Altre menti, di Peter Godfrey-Smith).

Seicento pagine in cui, raccontando la vita di comunità di quegli animali, viene raccontata in realtà la storia di un esilio: quello dell’essere umano nei confronti della natura. Siamo diventati superbi, distanti, distratti e pericolosi, scrive Safina, che non nasconde il proprio fastidio nei confronti della modernità. Abbiamo perso l’antica capacità umana di riconoscere la presenza della mente degli altri animali. Eppure “cure parentali, soddisfazione, amicizia, compassione e lutto non apparvero così, all’improvviso, con l’emergere degli esseri umani moderni: erano già tutti affiorati in esseri pre-umani. L’origine del nostro cervello è inseparabile dall’origine di quello delle altre specie, nel gran calderone dei tempi evolutivi”.

A un certo punto del libro lei si chiede che cos’è che ci rende umani, cosa ci distingue dal mondo animale, e soprattutto perché siamo ossessionati da questa domanda. E la risposta che si dà è che quello che ci rende umani è proprio la nostra insicurezza davanti a queste domande.
Ci sono molte cose che ci rendono umani, ma credo sia più importante comprendere che ogni creatura ha qualcosa di unico, qualcosa che la rende speciale. Gli ecologi e i biologi conoscono le peculiarità di ogni specie. A volte sono caratteristiche fisiche, a volte è invece la loro personale nicchia ecologica, il ruolo che hanno all’interno del proprio ecosistema. Allo stesso modo ci sono cose che rendono umani gli umani, e tra queste c’è la nostra insicurezza. Il fatto che continuiamo a farci tutte queste domande, a chiederci cosa ci rende umani, cosa ci distingue dagli altri animali. Credo sia in parte dovuto  alla nostra intelligenza e in parte ai limiti della nostra intelligenza: è la nostra inabilità a capire davvero chi siamo, e chi siamo in relazione agli altri animali, e quindi ad avere una prospettiva su questo. Detto ciò, delle tante caratteristiche umane che ci definiscono come specie, non credo che ce ne possa essere una che sia unicamente umana: non c’è davvero nulla di quello che noi abbiamo che non possa essere rintracciato, in dosi minori o in modalità differenti, in qualche altro animale. Siamo un “caso estremo di esseri animali”. Siamo la specie più creativa ma anche la più distruttiva, siamo la più compassionevole ma anche la più crudele, l’unica che conosce il disprezzo.
Due parole ricorrenti della sua riflessione su similitudini e differenze tra noi e gli altri animali sono empatia e compassione.
Sì, e c’è una differenza tra le due parole che mi piace sottolineare. L’empatia è la capacità di una mente di accordarsi all’umore di un compagno. Molti, moltissimi animali sono empatici. I pesci hanno empatia: quando uno di loro è spaventato dalla vista di un predatore, l’intero banco di pesci percepisce la sua paura e va nel panico, cambia direzione o schizza fuori dall’acqua. È la forma più antica di empatia, la paura contagiosa. Ma è anche la forma più semplice, l’abilità della mente di allinearsi a uno stato d’animo. Poi c’è un altro tipo più complesso di em[…]

via Il nostro posto nel mondo – il Tascabile

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