Cultura Letteratura

Drop out

La memorabile sfida a scacchi del 1972 tra l'americano Fischer e il sovietico Spasskij; più che un romanzo.

di Terry Passanisi.

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Parafrasando Churchill, si potrebbe dire che americani e russi vanno alla guerra come se stessero giocando a scacchi e giocano una partita a scacchi come se stessero per andare in guerra. Nel 1972 Boris Vasil’evič Spasskij è il campione del mondo di scacchi in carica. Russo, è considerato un dio. Dicono tutti che, per come gioca, sia imbattibile. La sua corte è formata da segretari, guardie del corpo, donne bellissime, i più grandi maestri del gioco a disposizione per assisterlo, consigliarlo, portarlo sul palmo di una mano. Persino l’ispido Brežnev, uomo secondo solo agli antichi zar nell’Unione Sovietica di quegli anni, lo venera e si mette a sua disposizione, affinché tutto gli sia congegnale, tutto fili liscio per quel dominio inconfutabile nel gioco più complesso del mondo. Spasskij è il re, l’imperatore, qualcosa di più, sembra avere inventato gli scacchi egli stesso. Imbattuto da anni, dopo centinaia di partite ufficiali, nessuno sembra reggerne il confronto; tutti gli sfidanti, che prima di affrontarlo per il titolo devono battere un stuolo infinito di contendenti (russi), perdono impunemente una volta giunti di fronte allo sguardo di ghiaccio, e alle strategie inscalfibili, di Boris.
Ma un giorno arriva Bobby Fischer. In finale, Fischer, davanti al mondo intero, perde male la prima partita. Perde, peggio se vogliamo, anche la seconda. Minaccia di ritirarsi, di mandare in malora tutto e tutti; poi cambia idea e si ripresenta per giocare la terza, decisiva partita.
E apre di cavallo.

spasskij-fischer
Boris Vasil’evič Spasskij vs Bobby Fischer

La sesta partita che decreterà Bobby Fischer campione del mondo per 12 e ½ a 8 e ½ viene ricordata ancora oggi come la partita di scacchi del secolo. Scriverà Spasskij, nel 2004 al Presidente degli Stati Uniti, in sostegno dell’eterno rivale-amico finito in difficoltà:

“Signor Presidente,
nel 1972 Bobby Fischer divenne un eroe nazionale. Mi sconfisse nel match per il campionato del mondo a Reykjavík, sbaragliando l’armata dei grandi scacchisti sovietici. Un solo uomo sconfisse un’intera armata. Poco dopo, Fischer smise di giocare. In questo, rievocò la triste storia di Paul Morphy che, a ventuno anni, creò intorno a sé un’aura di leggenda sconfiggendo tutti i principali maestri europei e aggiudicandosi ufficiosamente la palma di campione del mondo. Poi smise di giocare e la sua esistenza si concluse tragicamente a New Orleans nel 1884, quando aveva solo quarantasette anni. Nel 1992, vent’anni dopo Reykjavík, avvenne il miracolo. Bobby ricomparve e disputammo un match in Jugoslavia. Tuttavia, in quel periodo, era in vigore contro la Jugoslavia un regime di sanzioni che impediva ai cittadini americani di intraprendere qualunque tipo di attività nel territorio di quel paese. Bobby violò le disposizioni del Dipartimento di Stato e il 15 dicembre 1992 la corte distrettuale degli USA emise contro di lui un mandato di arresto. Io invece sono cittadino francese dal 1998 e il governo non ha intrapreso alcuna misura contro di me. Dal 13 luglio 2004, Bobby è detenuto nel carcere dell’aeroporto di Narita per violazione delle leggi sull’immigrazione. Gli eventi sono stati riportati dai media. La legge è legge, non lo metto in dubbio, ma quello di Fischer non è un caso comune. Bobby e io siamo amici dal 1960, quando vincemmo ex aequo al torneo di Mar-del-Plata. Bobby ha una personalità tormentata, me ne accorsi subito: è onesto e altruista, ma assolutamente asociale. Non si adegua al modo di vita di tutti, ha un elevatissimo senso della giustizia e non è disposto a compromessi né con se stesso né con il prossimo. È una persona che agisce quasi sempre a proprio svantaggio. Non voglio difendere o giustificare Bobby Fischer. Lui è fatto così. Vorrei chiederle soltanto una cosa: la grazia, la clemenza. Ma se per caso non è possibile, vorrei chiederle questo: la prego, corregga l’errore che ha commesso François Mitterrand nel 1992. Bobby e io ci siamo macchiati dello stesso crimine. Applichi quindi le sanzioni anche contro di me: mi arresti, mi metta in cella con Bobby Fischer e ci faccia avere una scacchiera.”

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