Letteratura Società

Da Socrate ad Hannah Arendt, cos’è la disobbedienza civile

La disobbedienza civile pone sempre chi la pratica al di fuori dello stato e del sistema di leggi all'interno delle quali agisce. Sin da Socrate che con il suo atto di disobbedienza mise il proprio corpo al di fuori non solo del sistema politico, ma dell'esistenza stessa.

di Luca Romano.

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L’ingresso ai boschi nei pressi di Walden

Scrive Thoreau in Disobbedienza civile: “Se ho ingiustamente strappato una tavola ad un uomo che sta per annegare, devo restituirgliela a costo d’annegare io stesso. Ciò, secondo Paley, non sarebbe conveniente. Ma in un caso simile, chi si salvasse la vita, in realtà la perderebbe. Questo popolo deve smettere di tenere schiavi e di fare guerra al Messico, anche se ciò dovesse costargli la sua esistenza come popolo.”

La disobbedienza civile pone sempre chi la pratica al di fuori dello stato e del sistema di leggi all’interno delle quali agisce. Sin da Socrate che con il suo atto di disobbedienza mise il proprio corpo al di fuori non solo del sistema politico, ma dell’esistenza stessa. Sino ad arrivare a Thoreau che auspica una esistenza al di fuori dello stato e delle leggi, in virtù di una utopistica autogestione morale del soggetto. Thoreau passò una notte in carcere, perché si rifiutò di pagare l’imposta elettorale a un governo che consentiva la schiavitù (il giorno successivo permise a una parente di pagarla per lui). Fu il gesto simbolico di infrazione di una legge per dimostrarne l’ingiustizia. Coniò la disobbedienza civile come paradigma.

Anche la Arendt formulò la domanda morale sulla questione, in Responsabilità e giudizio, scrivendo: “Come posso distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato quando la maggioranza o la totalità delle persone che mi stanno accanto ha già formulato un giudizio? Chi sono io per giudicare?”.  Per capirlo bisogna innanzitutto dire che: “Ancor più rilevante, sotto il profilo teorico, è poi un altro punto: l’argomento della ragion di Stato, su cui si basa quello degli atti di stato, afferma che i crimini del genere vengano commessi entro un contesto di legalità, mantenuto in vita da tali crimini, così che mantengono in vita lo stato stesso. Le leggi, passibili di violazioni, si reggono in sostanza sul potere politico, che ne garantisce l’esistenza. Il potere politico sarebbe sempre alle spalle dell’ordine legale.” La Arendt arriva a misurare il grado di dittatura o di totalitarismo anche a partire dal numero di crimini commessi dallo stato attraverso le leggi. “Nel caso del regime hitleriano, infatti, fu l’intero apparato statale a svolgere attività che normalmente verrebbero giudicate criminali, per non dire peggio”.

Il problema della disobbedienza, quindi, la Arendt lo pone da un punto di vista ancora diverso, morale: “I non-partecipanti, definiti irresponsabili dalla maggioranza dei concittadini, furono gli unici che osarono giudicare da sé; furono in grado di farlo non perché disponessero di un migliore sistema di valori o perché i vecchi standard di moralità restassero ben piantati nelle loro teste. Al contrario, l’esperienza dimostra che furono proprio i membri della società rispettabile, quella uscita illesa dalla campagna morale e intellettuale condotta dai nazisti nelle prime fasi del regime, furono costoro a cedere per primi. Essi non fecero che cambiare un sistema di valori con un altro. Direi dunque che i non-partecipanti furono semmai coloro le cui coscienze non furono in un modo, per così dire, tanto automatico – come se disponessero di un insieme di regole innate o apprese da applicare ai singoli casi, di modo che ogni esperienza nuova fosse sempre pregiudicata e non ci fosse che da agire di conseguenza. Il loro criterio, a mio parere, fu diverso: essi si chiesero fino a che punto avrebbero potuto vivere in pace con la propria coscienza se avessero commesso certi atti; e decisero che era meglio non far nulla, non perché il mondo sarebbe così cambiato per il meglio, ma perché questo era l’unico modo in cui avrebbero potuto continuare a vivere con se stessi. […] Per dirla in modo crudele, ciascuno di loro rifiutò l’omicidio: non perché volesse continuare a obbedire al comando “non uccidere”, ma perché non voleva passare il resto dei suoi giorni con un assassino – se stesso.”

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Attraverso l’incapacità di continuare a vivere con sé stessi la Arendt si riallaccia al dialogo tra sé e sé stessi di origine Socratico/platonica. L’atto di disobbedienza diventa così, come lo è sempre stato, una questione che oscilla costantemente tra l’etica e la morale in base al comune e soggettivo concetto di Male. E a volte è anche impossibile per il soggetto accettare il male minore: “Coloro che scelgono il male minore dimenticano troppo in fretta che stanno comunque scegliendo il male”.

Vivere con sé stessi accettando d’aver commesso il male è lo snodo che mette in contrasto il proprio agire con l’agire richiesto dallo stato e dalle leggi. Per questo la disobbedienza civile è, a mio avviso, totalmente non-giudicabile dalle leggi di uno stato, che vengono messe tutte totalmente in discussione, fin alla radice stessa di quello che è il concetto di stato, ecco perché Thoreau arrivava poi ad auspicare l’autogestione delle comunità o in maniera più ampia una certa forma di anarchia. Ciò che ci aiuta a comprendere invece la Arendt è che il potere politico è sempre alle spalle dell’ordine legale, e se con un atto di disobbedienza civile si mette in crisi uno stato e il suo sistema di leggi, ancora più forte è la messa in accusa del potere politico. C’è qualcosa, evidentemente, che eticamente e moralmente non sta funzionando. E un gesto simbolico è sempre una traccia che ci riporta a comprendere la portata etica e morale del nostro tempo.

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via Minima & Moralia

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