Letteratura

Narodni Dom

da redazione Downtobaker (via Catai)

Era il 13 luglio 1920. La Grande Guerra era conclusa da poco, la tensione si tagliava ancora col coltello. Soprattutto al confine orientale, quello che faceva cianciare il “Vate” di “vittoria mutilata”. A Trieste c’è un comizio in piazza quel 13 luglio. L’ha convocato Francesco Giunta, un toscano.  Che ci fa a Trieste? È arrivato da poco. È stato nominato segretario cittadino del Partito Fascista. 

Ci tiene a mettersi in mostra, a far vedere i muscoli. Il comizio si accende subito perché bisogna fare capire a tutti che “è finito il tempo del buon Italiano”. Giunta invoca la “vendetta” contro gli slavi. Lo afferma chiaro e tondo: bisogna “uccidere. Bisogna stabilire la legge del taglione. Bisogna ricordare e odiare. […] I mestatori jugoslavi, i vigliacchi, tutti quelli che non sono con noi ci conosceranno.” Giunta continua a urlare, si sbraccia, sbraita. Ma gli serve ancora qualcosa. Serve la “scintilla” che possa far esplodere tutto. La scintilla si accende. Serve il morto e il morto arriva. Puntuale, ben più dei treni che secondo molti di lì a poco sarebbero arrivati sempre in orario. Un giovane di 17 anni, Giovanni Nini, è colpito da un proiettile. Muore sul colpo.

A quel punto si dipana il piano. Squadracce cominciano a prendere d’assalto i negozi gestiti dagli sloveni. Ma l’obiettivo è ben più ambizioso. Bisogna colpire il Narodni Dom, l’edificio della foto, che poi altro non è che “Casa del Popolo” in sloveno. I soldati del Re lasciano fare, le squadracce appiccano il fuoco. Le fiamme avvolgono l’edificio. Il farmacista sloveno Hugo Roblek, nel tentativo di salvarsi, si getta dalla sua stanza. Si sfracella al suolo e muore. L’incendio viene spento solo l’indomani e l’edificio viene espropriato e tolto dalla disponibilità delle organizzazioni slovene. Quel 13 luglio le squadracce di Giunta hanno deciso di colpire il Narodni Dom, perché non hanno mai sopportato l’organizzazione dei lavoratori e delle lavoratrici, men che meno se “slavi”. 

Sono passati 99 anni dall’episodio che De Felice definì il “vero battesimo dello squadrismo organizzato”. 99 anni dopo di Case del Popolo abbiamo ancora un grande bisogno per ospitare attività, costruire socialità, sviluppare organizzazione. 99 anni dopo c’è ancora chi non sopporta che chi sta in basso si organizzi, lotti, strappi quelle che per ora sono piccole ma significative vittorie. Il futuro che sapremo costruire poggerà anche sulla memoria che sapremo coltivare. Il pensiero segue le difficoltà e precede l’azione.

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