Letteratura

Due secoli fa nasceva George Eliot

I capolavori e le contraddizioni dell’autrice di Middlemarch.

di Francesca Massarenti

Per Mary Anne Evans l’alterazione della firma è stato un processo: per ogni nuovo carico emotivo da sobbarcarsi, un’elisione. La “e” di “Mary Anne” cade dopo la morte della madre; “Mary Ann” diventa il più agile “Marian” con il trasferimento a Londra e l’inizio della carriera giornalistica. Nel tempo, nuove situazioni impongono nuovi nomi: durante la convivenza more uxorio con George Henry Lewes la corrispondenza è siglata da Marian Evans Lewes, Marian Lewes, Mrs Lewes. Signora Lewes lo sarebbe, di fatto, ma il suo compagno di vita è, davanti alla legge, il marito di un’altra donna. Recensioni e articoli pubblicati sui periodici nazionali godono della convenzionale copertura dell’anonimato. George Eliot nasce come un diversivo commerciale, contro eventuali curiosi che avessero fatto domande all’editore scozzese Blackwood in seguito alla pubblicazione, nel 1858, di Scenes of Clerical Life, una raccolta di racconti su curati di provincia di fine diciottesimo secolo, e, nel 1859, di Adam Bede, romanzo best-seller sugli eventi dell’anno 1799 in una piccola comunità rurale.

In una lettera del 1863 George Eliot scrive “è una consuetudine della mia immaginazione, la ricerca di una visione dell’ambiente in cui il personaggio si muove precisa tanto quanto quella del personaggio stesso”. Il paesaggio – naturale, urbano, sociale – della provincia è la sua ispirazione primaria; traslato, però, in ambientazioni che anticipano sempre di qualche decennio l’epoca in cui George Eliot scrive. I suoi romanzi, infatti, raccontano la creazione della società che condivide con i lettori suoi contemporanei: la distorsione prospettica attraverso la narrazione “differita” permette a George Eliot di ripercorrere, affiancando fatti e finzione, la storia recente della nazione, creando itinerari non solo narrativi, ma simultaneamente economici, politici, culturali.

Il romanzo Felix Holt, the Radical (1866) si apre con una passeggiata in carrozza, e il panorama fuori dal finestrino, durante il corso della giornata, è una carrellata di storia politica inglese. Per lettori già abituati, negli anni Sessanta, al trasporto su rotaia, proiettarsi dentro le carrozze lungo antichi tracciati significa rivivere un passato a malapena concluso, ma già stilizzato nei ricordi e i cui effetti sono ancora attivi nell’organizzazione della vita nazionale. Il mandriano che, all’alba, conduce le mucche a pascolare in un common land cede il posto, a metà mattina, a una produzione agricola più florida, ma sotto il controllo di un singolo proprietario arricchitosi grazie alla privatizzazione del demanio. “Mentre la giornata prosegue la scena cambia: il territorio inizia ad annerirsi di miniere di carbone, in ogni paesino si sente il rumore sferragliante dei telai a navetta”. Verso la fine della passeggiata in carrozza in apertura di Felix Holt, la scena è quella di un’Inghilterra già industriale, ma che ha incrinato il suo tessuto sociale:

L’alito della città manifatturiera, che rannuvola il giorno e crea un fumo rosso all’orizzonte la notte, si diffonde per la campagna, riempiendo l’aria di impaziente malcontento. Qui vive una popolazione non più convinta che la vecchia Inghilterra sia la migliore possibile.

Dispositivi legislativi, innovazioni tecniche, stravolgimenti socioeconomici, forme culturali lente, quasi impermeabili al cambiamento entrano nelle opere di George Eliot come criteri teleologici, riflessi in un mondo fittizio che, come quello “reale” a cui si ispira è imperfetto e complesso, eppure funziona.

L’effetto è quello di una prosa grandangolare: l’enorme erudizione e l’esperienza vissuta in prima persona si combinano in focalizzazioni precise. Come succede, per esempio, nei romanzi The Mill on the Floss, 1860, e Silas Marner, 1861: il dettaglio ambientale, il ritratto, l’azione narrativa e la sequenza teorica non perdono di nitidezza quando si sommano nel quadro d’insieme.

Fino a trent’anni George Eliot si era adattata al ruolo della giovane di provincia devota, educata nelle scuole locali, figlia di una famiglia benestante ben inserita nei circoli intellettuali liberali di Coventry, nelle Midlands. Si tratta di personalità legate alla manifattura locale, che la invitano in viaggio in Europa continentale, pubblicano suoi piccoli articoli nei giornali locali, le propongono letture e dibattiti attuali. Proprio attraverso queste frequentazioni George Eliot scopre forme alternative di protestantesimo, fino a scontrarsi con lo scetticismo religioso: a vent’anni dà scandalo con la sua decisione di non apparire più alla messa della domenica.

Eppure, quando necessario, adotta senza rimostranze il ruolo di governante e infermiera devota al capezzale del padre. A trentadue anni George Eliot è orfana, nubile, con una rendita modesta e una manciata di contatti nell’industria culturale: la sua prima decisione da adulta è trasferirsi a Londra. Una scelta insolita, all’apparenza avventata, ma John Chapman – editore della sua traduzione di Das Leben Jesu di David Strauß – le ha offerto una sistemazione nella sua casa e un incarico come redattrice della rivista che ha appena acquistato, The Westminster Review. È un periodico apertamente schierato su posizioni riformiste, sempre al limite della bancarotta, dove George Eliot corregge bozze, commissiona articoli, scrive recensioni e saggi, impara a detestare la cattiva scrittura che chiama “il giornalistico”: uno stile indefinito, superficiale, sbrigativo, che ritiene essere lo standard del settore.

La critica letteraria di George Eliot, al contrario, è severa ed esilarante: nel saggio e recensione collettiva Silly Novels by Lady Novelists (ottobre 1856) non deride, quanto denuncia “il frivolo, il banale, il pio, il pedantesco” che affliggono le prose commerciali dell’epoca, soprattutto quando scritte per velleità da donne di buona famiglia con troppo tempo libero. Una disponibilità pericolosa, che vizia la visione letteraria e collettiva: “È raro che i romanzi sciocchi scritti da sciocche romanziere ci presentino altro che la società altolocata e alla moda”. Una scrittura che George Eliot paragona ai disegni di fantasia dei bambini, in cui convivono una villa, due cavalieri in armatura, una tigre nella giungla, “oggetti messi insieme perché l’artista ritiene ognuno grazioso, forse ancor di più perché ricorda di averne visti di simili in altre immagini”. Un mondo di pura invenzione, che si moltiplica e reitera attraverso l’imitazione e il successo editoriale, in cui non esistono servitori, lavoratori, stanze umili e paghe modeste, perché chi scrive non li hai mai visti, forse nemmeno sa che esistono.

Quello che George Eliot liquida come “picture-writing of the mind”, una sorta di pensiero per simboli, è un processo capace di oscurare l’autentico studio delle persone, camuffando il ritratto delle abitudini e la riflessione sulle motivazioni dietro l’ideale romantico, il quadretto idillico, la mascherata nostalgica. Ne scrive in un altro saggio pubblicato sulla Westminster Review nell’ottobre 1856, The Natural History of German Life. Qui George Eliot sfrutta lo spazio della recensione di due volumi dello storico e sociologo W.H. Riehl (Die Bürgerliche Gesellschaft, 1855, e Land und Leute, 1856, entrambi lavori etnografici sulle popolazioni rurali tedesche) per abbozzare un manifesto per il realismo letterario. La letteratura di finzione, argomenta George Eliot, funziona meglio dell’argomentazione filosofica quando si tratta di aiutare chi legge a immaginare, da sé, forme di etica secolare personali. Ed è anche capace di fornire rappresentazioni veritiere e rispettose delle classi lavoratrici o delle condizioni più umili, le quali non dovrebbero essere materia pertinente ai soli trattati di ricerca, ma soggetti presenti soprattutto nelle opere d’invenzione. Un fondamento morale che, nella prosa di George Eliot, da obiettivo etico diventerà programma estetico.

Il beneficio più grande che dobbiamo all’artista, che sia pittore, poeta o romanziere, è l’estensione delle nostre compassioni. Appelli fondati su generalizzazioni e statistiche richiedono un’empatia già pronta, un sentimento morale già attivo; ma l’immagine della vita umana che un artista può rendere, fa scoprire anche al superficiale e all’egoista l’attenzione verso ciò che è altro da essi.

La spinta verso l’individuazione del bene e il confronto tra condotte ispirate da una miriade di motivi etici, però, sono sempre accompagnate dall’analisi delle spinte centripete, positive e negative, che superano il volere e la comprensione del singolo personaggio.

Le conclusioni narrative cui George Eliot spiana il percorso sono, infatti, sempre domestiche, sociali, politiche, e anche quando il finale accoglie una risoluzione spirituale, non c’è traccia di un imperativo divino. In una lettera del 1866, George Eliot descrive la propria prosa di finzione come uno sforzo per “rendere certe idee del tutto incarnate, come se mi si fossero rivelate prima nella carne, e non nello spirito”. E infatti il tempo passato nei mondi materici, solidi di George Eliot, e in compagnia dei suoi personaggi – che siano contadini, parroci, ereditiere borghesi, domestiche o dottori di provincia – è un esercizio di prossimità, una lenta costruzione di affinità, un’esercitazione che, al riparo della lettura, simula l’esperienza in prima persona.

Anche la vita pubblica di George Eliot è stata straordinaria, a tratti scandalosa: sebbene Virginia Woolf l’abbia poi definita “l’orgoglio e modello del suo sesso”, una simile traiettoria di autonomia ed estensione intellettuale era un esempio improponibile su larga scala alle sue contemporanee. George Eliot stessa ne era ben cosciente, e non è un caso che a nessuna delle eroine nei suoi romanzi tocchino anni eccezionali quanto i suoi. Non per egoismo, ambivalenza o irriconoscenza della causa – sebbene si fosse tenuta lontana dalle campagne suffragiste, George Eliot fece donazioni a Girton, il primo college femminile dell’università di Cambridge – ma per il fatto cruciale, in sincrono con la sua visione etico-estetica, che permettere a donne ordinarie di esistere su carta consente ad altre/i di leggerne.

Un romanzo di George Eliot non è l’habitat consono a utopie radicali, ma piuttosto l’arena per protagoniste di testa e d’ambizione, spesso anche di cuore e di sentimento, che desiderano il bene e il meglio – per sé e per la loro comunità – attraverso (e nonostante) gli sforzi per resistere a condizionamenti e faziosità radicate negli ambienti sociali in cui vivono. L’esito non è mai trionfale: il romanzo si ridurrebbe a un silly novel. Una conclusione misurata, invece, raccoglie tipi di felicità ordinarie, valide anche se piccole e convenzionali, forse più vicine all’accomodamento che alla soddisfazione. Per esempio, Middlemarch (1871-72), in quanto romanzo-paese, fornisce abbastanza spazio per calcolare una triangolazione tra schemi sociali in azione, singoli personaggi che ottemperano, oppure confliggono con le aspettative comunitarie, e le situazioni di compromesso, negoziato, conflitto che ne risultano. Dentro Middlemarch, paese fittizio fotografato tra il 1829 e il 1832, George Eliot si focalizza su Dorothea Brooke e Tertius Lydgate, seguendoli attraverso matrimoni e carriere influenzati da un equilibrio altalenante tra l’auspicabile e il necessario, volontà e possibilità. Il peso dell’esposizione ambientale è assoluto, in George Eliot, perché nessun personaggio riesce mai a scavalcare il proprio contesto di vita: il potenziale individuale fiorisce secondo il meglio che le circostanze possono offrire e tollerare.

George Eliot è un narratore magnanimo, che mette in contatto – risparmiando fatica alla lettrice – vantaggi e svantaggi educativi, economici, di classe e genere con la conseguente caratura morale del singolo personaggio. Fino a che punto – la domanda resta implicita in George Eliot – è lecito applicare gli stessi standard etici davanti a circostanze mondane impari, se non addirittura opposte? Dove si ferma la responsabilità dell’individuo nella formazione del proprio carattere? Come conoscere questi mondi, e, soprattutto, come tollerare modi imperfetti e insufficienti per descriverli è un altro dei dilemmi di Middlemarch. “Ragnatela” è la metafora ricorrente in Middlemarch: non si limita a visualizzare il sistema integrato degli abitanti di una cittadina di provincia, ma, soprattutto, caratterizza la rete di chiacchiericcio, congetture, bugie e mezze verità che non solo influenzano singole prospettive, ma sono capaci di distorcere la realtà. Il pettegolezzo come metro etico nel giudizio tra pari, per George Eliot, è un mistero linguistico, una forma di conoscenza rifratta, nondimeno meritevole di indagine, visto il suo potenziale deleterio. E una percezione distorta del sé, che vuole credersi convergente di attenzioni e azioni – come, per esempio, l’egotismo di Rosamond Vincy, ossessionata dall’ammirato/ammiratore Lydgate – è sempre all’origine di grandi sofferenze.

Tra le mie conoscenze, un eminente filosofo capace di dare dignità anche al brutto mobilio accostandolo alla luce limpida della scienza, mi ha indicato questo piccolo fenomeno tanto ricco di significato. La vostra specchiera, o altra ampia superficie di acciaio lucidato fatta per essere strofinata dalla domestica, sarà coperta di incalcolabili e minutissimi graffi. Ma posizionatale davanti, come fulcro dell’illuminazione, una candela accesa, ecco che le rigature sembreranno ordinarsi in una serie di fini cerchi concentrici attorno a quel piccolo sole. È possibile dimostrare che i graffi si orientino dappertutto senza distinzione, e che è la vostra candela a produrre l’illusione lusinghiera di una disposizione concentrica, poiché proietta luce entro una ristretta selezione ottica. Questi oggetti sono una parabola. I graffi sono gli eventi, e la candela l’egoismo di una qualunque persona al momento assente – di Miss Vincy, per esempio.

Anche lo studio accademico e la conoscenza scientifica – all’apparenza antipodo di obiettività rispetto al gossip – sono classificati da George Eliot come forme di sapere altrettanto vaghe e faziose. Mr Casaubon, l’erudito che Dorothea sposa credendolo un dotto dal “grande animo”, è una figura tra il patetico e il tragico, che incarna la peggiore paura di George Eliot stessa: accumulare dati e nozioni senza cogliere il significato profondo di quello che si sta studiando, scambiare una conoscenza di fatto parziale e inadeguata per una verità sufficiente a giustificare il compimento di un’azione.

Pure con un microscopio diretto sopra una goccia d’acqua ci scopriamo intenti a fare interpretazioni che risultano essere piuttosto grossolane; poiché al di sotto di una lente debole è possibile osservare creature che esibiscono un’attiva voracità, alla quale altre creature, più piccole, contribuiscono come fossero altrettanti spiccioli destinati al pagamento delle tasse. Una lente più potente, tuttavia, rivela certi filamenti che creano vortici per queste vittime, mentre chi le ingurgita attende passivo al banco delle imposte.

George Eliot è solita mescolare tra le pagine dei suoi diari bilanci dei conti, appunti di lavoro, liste delle opere in cantiere e in stampa, citazioni dalle letture in corso. Nell’anno 1855, all’inizio della sua carriera freelance, otto saggi le fruttarono £119,80, annota il 31 dicembre. Le sue agende concedono poco spazio all’introspezione, sono piuttosto liste di impegni, annotazioni dei suoi frequenti mal di testa, considerazioni natalizie sulla felice sorte toccata alla sua famiglia, buoni propositi per l’anno nuovo (primo gennaio 1869: “mi sono prefissa molti progetti per quest’anno – mi chiedo quanti ne porterò a compimento? Un romanzo chiamato Middlemarch, un lungo poema su Timoleonte e vari componimenti brevi”). Negli anni le voci in bilancio aumentano: ai pagamenti per gli articoli si aggiungono i diritti riscossi sui libri già pubblicati e, soprattutto, i dividendi molto positivi dal suo portfolio azionario.

Nella sezione “memoranda” del 1879 George Eliot affianca citazioni da mesti versi poetici (il compagno G.H. Lewes era mancato l’anno prima) agli indirizzi di “Gas Light & Coke Company”, “Colonial Bank”, “Sambre et Meuse Railway”. La società vittoriana che non ammetteva rappresentazione politica femminile trovava, tuttavia, perfettamente accettabile l’investimento autonomo di capitali personali da parte delle signore borghesi. George Eliot approfittò della recente transizione da un’economia locale incentrata sul contante verso una in cui grandi somme “invisibili” si muovono su scala globale attraverso nuovi strumenti finanziari. Trasse grossi benefici dal nuovo sistema che, smaterializzando il credito, separava il lavoro effettivo dalla prospettiva di guadagno, allentava le relazioni interpersonali, offuscando il senso di responsabilità diretta. Un notevole paradosso per un’intellettuale tanto interessata, nella sua prosa, all’uso di metafore ottiche per indagare fenomeni che correggono o distorcono il campo visivo.

Particolarmente popolari all’epoca erano pacchetti azionari legati al finanziamento di imprese coloniali: il portfolio di George Eliot comprendeva, tra gli altri, investimenti in società impegnate nella costruzione di ferrovie in India, Sudafrica, Canada, Australia; azioni di compagnie portuali inglesi legate alle West Indies (gli arcipelaghi caraibici); obbligazioni egiziane. Speculazioni in ogni caso prudenti: nel caso delle ferrovie indiane, per esempio, dividendi tanto generosi per ogni singolo azionista erano assicurati da un sistema di garanzie che imponeva al governo indiano di compensare le compagnie inglesi per eventuali perdite attingendo alle casse dello stato. Che cosa significa investire profittevolmente nel progetto imperialista – di fatto ignorando volontà e implicazioni per le popolazioni autoctone sottomesse all’operazione – quando si è teorici e portavoce di una filosofia fondata su un’etica secolare e materiale, valida per l’individuo e basata sull’empatia con l’altro, qualunque altro?

Il romanzo capolavoro della scrittrice

Idee riguardanti la responsabilità inglese nei confronti delle colonie avevano appena iniziato a fomentare il discorso anti-imperialista quando George Eliot riscuoteva interessi sostanziosi sui suoi investimenti. La retorica filo-imperialista – in cui George Eliot deve essersi riconosciuta, perlomeno in parte – incoraggiava e giustificava la sponsorizzazione dell’impresa coloniale puntando sull’azzeramento della barriera geografica percepita: l’espansione era da intendersi come allargamento dei confini domestici, non come un’annessione di territori stranieri. In quest’ottica investimenti e speculazioni avvantaggiavano virtualmente la crescita di un’unica madrepatria, espansa e dislocata, non unicamente la borsa della singola azionista. La discrepanza tra gli avanzati strumenti finanziari ed etici a disposizione di George Eliot e l’ambientazione britannica, storica (salvo nei casi, rispettivamente, di Romola, 1863, e Daniel Deronda, 1876) dei suoi romanzi – sistemi in cui l’equivalenza tra lavoro e guadagno è materiale e misurabile, così come il costo umano della produzione di ricchezza – impedisce alla finzione di funzionare come un banco di prova teorico in tempo reale.

L’illusione realista di George Eliot risponde alla sua scoperta che dolore e difficoltà sono assiomatici, nonostante le percentuali di sofferenza individuale il corretto funzionamento dell’intero sistema non ne risente. Già in una lettera del 1843, George Eliot scriveva: “per gli individui, così come per le nazioni, l’unica rivoluzione sicura è quella che cresce dalle necessità che il proprio progresso ha generato”. La riflessione concerne i contrasti che emergono, sia nel piccolo di una famiglia che su scala mondiale, dalla “riorganizzazione delle opinioni”: è sbagliato pretendere un’armonia prematura tra entità in opposizione, o imporre, anche con le migliori intenzioni, istanze di cui la singola coscienza non ha ancora realizzato il bisogno. L’impresa di George Eliot è logistica, non sentimentale: ogni libro un esempio di un mondo che funziona, superiore ai singoli incidenti, un modello ispiratore da applicare alle sfere della pianificazione e della gestione di risorse, spazi e vita: non per sradicare il male, ma per renderlo tollerabile, o forse anche solo comprensibile.

Repost da: Treccani

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