Letteratura Recensioni

Delitto e disinganno: “Disperazione” di Nabokov

di Andrea Bricchi

Vladimir Nabokov

L’ossessione, si sa, è uno dei fulcri della poetica di Nabokov. Qui, come risulta poco per volta dalla voce dell’io narrante Hermann Hermann, consiste nell’idea di uccidere un sosia, un clochard di nome Felix.

«Nessun uomo può compiere il delitto perfetto, ma il caso sì», scriverà lo scrittore russo diversi anni dopo nel romanzo-scandalo che lo renderà celebre, e questa citazione trova un riscontro positivo nel presente noir atipico (“noir” nel senso, restrittivo ma comodo, di giallo dal punto di vista del criminale, e “atipico” perché il genere si fonde con la parodia, segnatamente di Dostoevskij, con il filone del romanzo psicologico, e in un certo senso anche con quello del racconto fantastico, per via del doppelgänger), ma è bene limitarsi a un accenno, per non svelare troppo, e incuriosire soltanto.

Hermann ha una «fantasia bramosa di rispecchiamenti, ripetizioni, maschere» (p. 87), afferma che «l’invenzione artistica contiene ben più verità intrinseca della vita reale» (p. 139, e forse sarà proprio questa convinzione a decretare la sua rovina) e proclama che «ogni opera d’arte è un inganno» (p. 192). Ma se è un inganno non potrà forse darsi il caso che a rimanerne vittima possa essere l’artefice stesso? Nabokov sembra avere una risposta molto breve a questa domanda, ma è una delizia; ciò detto, osservare come per tutta la durata della narrazione si abbia un rispecchiamento palese dell’arte di escogitare un piano diabolico (giacché il movente non si limita al solo denaro derivante da un’assicurazione sulla vita, ma risiede anche nel mettere in atto una performance degna della migliore arte del delitto) in quella di intessere un ordito narrativo e usare fili di diversi colori per foggiare uno stile.

Specchio per specchio, non è certo un caso, poi, che il discorso del narratore viri con insistenza e in maniera esplicita sul metaletterario: come quando – è un esempio fra i tanti possibili – riflette sulla sua propensione al calembour, alla paronomasia e all’anagramma, modi di suscitare nuovi significati dal re-missaggio o dalla permutazione dei grafemi nei significanti ed ennesime declinazioni della sua brama di «rispecchiamenti» e «ripetizioni».

Hermann è un narcisista e un esibizionista. Mente asserendo di essere un attore, ma viene da chiedersi se non sia in realtà proprio questa la sua nascosta ambizione (al pari di quella di essere autore, donde il suo resoconto). Perciò il coup de cinéma finale (che non sappiamo se e con quale eventuale esito sarà messo in atto: «Non ricordo nemmeno se il suo progetto di girare quel film sia mai andato in porto», avverte Nabokov nella prefazione, e saggiamente, poiché è buona norma per il creatore lasciare qualcosa di indeterminato nella propria opera), se sulle prime può stupire, appare il più giusto coronamento di tutte le premesse disseminate nella storia.

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