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Cent’anni dopo, la speranza di una Trieste città aperta

Pubblichiamo la lettera aperta che Livio Cerneca ha voluto rivolgere al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione della sua visita congiunta con l’omologo sloveno Borut Pahor nel centenario del rogo fascista del Narodni Dom.

di Livio Cerneca

L’ingresso del Narodni Dom in via Filzi, 14 come appare oggi

Benvenuto a Trieste, signor Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella,

Chi le scrive è un triestino con un forte debito di riconoscenza verso l’Italia. Se infatti nel 1918 l’esercito italiano non avesse occupato la mia città, quasi certamente io non sarei nato.
I miei nonni materni arrivarono dalla Sicilia per fare affari a Fiume negli anni Trenta, perché anche la città del Quarnero aveva subito l’occupazione italiana e l’annessione al Regno d’Italia nel 1924. Poi, come qualche volta accade nella Storia, da occupatori i miei nonni divennero profughi. Si trasferirono così a Trieste, dove mia madre incontrò mio padre che qui invece era nato da genitori autoctoni.

Oggi lei, signor Presidente, insieme al suo omologo Borut Pahor, viene a restituire formalmente alla comunità slovena l’edificio del Narodni Dom, distrutto nel 1920 da un incendio appiccato dai fascisti.

Forse, come molti altri italiani, si sarà chiesto come mai il dibattito politico a Trieste continui a svilupparsi intorno a eventi che risalgono a cent’anni fa. Non si preoccupi, sono in tanti a chiederselo anche qui.

Il fatto è che a Trieste ci sono ancora oggi persone che si atteggiano e si esprimono come fossero appena arrivate al seguito dell’esercito di occupazione italiano; e ce ne sono poi altre che, di conseguenza, ad un’occupazione si sentono sottoposte. Un clima che talvolta è sgradevolmente coloniale.

L’edificio devastato dall’incendio per mano fascista

Nelle colonie si sostituiscono gli elementi della cultura locale con altri che, pur non avendo alcuna attinenza con le tradizioni del popolo sottomesso, hanno la funzione di sovrapporre e progressivamente far seccare le radici originali di quel territorio.

A Trieste è stata adottata proprio questa tecnica di dominio invasiva. Ci basterà ricordare la totale revisione della toponomastica, l’italianizzazione dei cognomi e l’imposizione di una sola lingua laddove avrebbero potuto essercene in uso corrente due o tre senza difficoltà.

Lei potrebbe obiettare che questi provvedimenti autoritari risalgono a tempi lontani. Ma io le dico che le pratiche di riscrittura storica stanno continuando, e le cito solo un paio dei tanti esempi che si potrebbero fare.

Nel 2018 il Coroneo, la Casa Circondariale di Trieste, è stata intitolata a un individuo che aveva collaborato coi nazisti. Un’iniziativa del genere sarebbe sempre e comunque inaccettabile, ma imporla nella città in cui si trova la Risiera di San Sabba è un’offesa grave.

Pochi mesi fa è stata invece istituita dalla giunta comunale un’inesistente “giornata della liberazione” per ricordare l’avvicendamento fra truppe jugoslave e anglo-americane al termine della Seconda Guerra Mondiale.

Quello che l’Italia fece quando arrivò a Trieste è proprio ciò per cui stanno ancora lavorando alacremente i fanatici nazionalisti di oggi: cercare di cancellare le molte facce della città per mantenerne solo una, quella italiana che rifiuta di confrontarsi col proprio passato. Ma se dopo un secolo non ci sono ancora riusciti, significa che lo spirito della città è più forte di qualsiasi manipolazione.

Eppure è proprio a causa dei nazionalisti di ieri e di oggi che Trieste non è mai potuta diventare una città italiana a tutti gli effetti, perché una parte dell’apparato politico e amministrativo l’ha sempre trattata appunto come una colonia.

Il continuo ricorso a espressioni pompose come “l’italianità di Trieste” o “viva Trieste italiana” manifesta le scarse certezze di chi le adopera. Se davvero si crede che una cosa sia ovvia, che bisogno c’è di ripeterla ossessivamente?

Quando sottoscrive nel 1382 la propria dedizione alla Casa d’Austria per mettersi al riparo dalle minacce delle potenze circostanti – in particolare Venezia – Trieste è solo uno dei tanti territori dell’Europa post-carolingia che si sono dotati di quel particolare strumento di gestione politica autonoma che è il Comune. Non è una città italiana, soprattutto per il non trascurabile motivo che l’Italia come entità politica non esiste ancora. Diventa invece una città austriaca, e lo resterà fino alla fine della Prima Guerra Mondiale, con tre brevi interruzioni sotto occupazione francese tra il XVIII e il XIX secolo.

L’Unità d’Italia sarà proclamata solo nel 1861, ma in quel momento Trieste è il fiorente porto dell’Impero Asburgico dove le popolazioni autoctone e immigrate convivono comunicando con un dialetto veneto e con la lingua italiana, con lo sloveno, l’yiddish, il greco e, naturalmente, il tedesco. È un porto internazionale dove, fiutando affari e investimenti, si riversano mercanti, imprenditori, avventurieri, operai e diplomatici da tutta Europa e dal Mediterraneo.

La Prima Guerra Mondiale sgretola l’Austria-Ungheria e nel 1918 Trieste viene occupata dall’esercito italiano; nel 1920 la città è formalmente annessa al Regno d’Italia.

La città sarà poi oscurata dalla svastica, contesa dalla stella rossa nei 40 giorni di occupazione dell’esercito di liberazione jugoslavo e infine amministrata per otto anni da un Governo Militare Alleato a stelle e strisce e Union Jack.

A Trieste sono sventolate talmente tante bandiere nel corso del tempo, che far oggi garrire quella italiana è solo un fatto fisiologico. Chissà quante altre ne verranno issate nei prossimi secoli.

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il suo omologo sloveno Borut Pahor davanti al monumento della Foiba di Basovizza a Trieste

Lo scrittore e giornalista Guido Piovene, che aveva aderito con convinzione al fascismo e che poi insieme a Montanelli era stato fondatore de Il Giornale Nuovo – quindi senza dubbio un uomo di destra – aveva ben capito che per far diventare Trieste una città veramente italiana occorreva rispettarne le peculiarità. Scriveva infatti nel suo “Viaggio in Italia” pubblicato nel 1957:

“Una Trieste decaduta, locale, asfittica, senza l’ufficio e l’animo della metropoli, senza grandi speranze, senza una prosperità colta, diventerebbe anche meno italiana. A lunga scadenza Trieste si assicura all’Italia mantenendola nel suo ufficio di città cosmopolita e di grande porto. Più che altrove l’economia ha qui un valore anche morale; ed il destino economico di Trieste non può essere pensato trascurando il carattere morale della città”

Ed è ancora più esplicito quando poi afferma:

“Per quanto sembri un paradosso, l’italianità di Trieste si difende anche mantenendole il suo carattere di metropoli borghese cosmopolita, per la cultura, il costume e l’economia; non certo facendola decadere al livello di città ordinaria, chiusa negli interessi e nelle miserie locali.”

Invece di dare ascolto a queste considerazioni, lo Stato italiano ha lasciato mano libera a quella politica coloniale che serve a mantenere in buona salute un circolo chiuso di poteri locali – come dimostrato anche dal recente tentativo di esautorare il Presidente dell’Autorità Portuale – a discapito di uno sviluppo che gioverebbe a tutta la nazione, non solo a Trieste, questa nostra città che si trovava già con naturalezza geografica e culturale dentro l’Europa, e che avrebbe potuto essere determinante per far contare di più l’Italia nel continente. Che occasione sprecata, signor Presidente!

Lo Stato italiano ha finora disatteso il dettato costituzionale con un’eccessiva tolleranza nei confronti del nazionalismo fanatico e degli interessi di angusti retrobottega malamente illuminati che per un secolo hanno compromesso le sorti della città.

Ci pare di sentire però finalmente un’aria nuova, e oggi la sua visita, con il significato che riveste, ci fa essere ottimisti.

Benvenuto a Trieste, signor Presidente, benvenuto nella città che purtroppo, o per fortuna, non è ancora del tutto italiana, e che non potrà mai esserlo finché sarà lasciata in comodato d’uso a chi la considera solo un feudo su cui spadroneggiare e non quella straordinaria sorgente di opportunità che prima o poi saranno di nuovo riconosciute e valorizzate.

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