Letteratura Recensioni

Un uomo di passaggio, di Ben Lerner, il superamento della divisione fra narrativa e saggio

"Teresa avrebbe letto gli originali e io avrei letto le traduzioni e così le traduzioni si sarebbero trasformate negli originali mentre leggevamo. Poi pensai che..."

di Nicoletta Vaccari

L’autore, Ben Lerner

Un uomo di passaggio (in lingua originale Leaving the Atocha Station), edito da Neri Pozza nel 2011, è la prima opera di narrativa di Ben Lerner, conosciuto in America per le sue raccolte poetiche. Sin dall’incipit è reso esplicito che il protagonista e voce narrante altro non è che un “più che alter-ego” dell’autore: Adam Gordon, come Ben Lerner, è nato in Kansas ed è assegnatario di una borsa di studio per giovani poeti di un anno a Madrid. Ma non si può parlare di “autobiografia”: la narrazione corre sul doppio binario di una nuova mutazione del romanzo che, attraverso l’uso formale del saggio, si dirige alla scoperta di una più precisa definizione della realtà, il cui intento appare quello di far assurgere l’esperienza individuale a una dimensione universale. I contorni di questo nuovo fenomeno letterario non sono ancora delineati ma è evidente il superamento della divisione fra “fiction” e “non-fiction”: per il momento ci si può accontentare di collocarlo sotto il cappello della “post-fiction” con la definizione di “romanzo-saggio”.

Era stupefacente scoprirmi protettivo nei confronti della mia poesia, confrontando le possibilità che le due opzioni mi offrivano rispetto a ciò che volevo scrivere, come se fosse il mio genio a obbligarmi, un genio che sapevo di non avere, nessun duende in me, mi dicevo, controllando il mio corpo alla ricerca di sensazioni, nessun cante jondo. Ma la mia ricerca mi aveva insegnato che quel tessuto di contraddizioni che costituiva la mia personalità era di per sé, al suo meglio, poesia, dove per “poesia” si intende l’incapacità del linguaggio a essere pari alle possibilità che raffigura; solo allora la mia disonestà sarebbe stata progetto e non solo malattia; solo allora la mia distanza da me stesso poteva essere descritta come critica, estetica, anziché effetto collaterale di quello che gli esperti avrebbero definito un problema di dipendenze da sostanze psicotrope, frase quanto mai calzante, che traeva origine non dal mio desiderio di una scusa chimica per l’indisponibilità del reale.

Adam è un personaggio familiare sia della vita di tutti i giorni che della letteratura. Innanzitutto è “straniero”: non comprende pienamente la lingua del luogo in cui vive e l’ambiguità linguistica (nota a chiunque abbia avuto un’esperienza all’estero) delinea con ironia la molteplicità identitaria dell’uomo-artista. Le vie fra cui vaga e si perde continuamente sono simili e sovrapponibili, frequenta allo stesso tempo due diverse donne spagnole nell’attesa di “provare un fremito, anche breve”, non conosce i poeti spagnoli e a una tavola rotonda, durante la quale si ripromette di non ripetere mai più “l’errore di parlare se non obbligato”, Juan Ramón Jiménez e Antonio Machado nella sua citazione diventano il solo Ramón Machado Jiménez. Allo stesso tempo è dicotomicamente “straniato”: fra “menzogna” e realtà dei fatti, fra apparenza e personale percezione di ciò che accade, fra l’utilizzo di sostanze stupefacenti e “l’indisponibilità del reale”.

Oppure stava lì la menzogna, la pretesa che il mio uso eccessivo di pillole fosse simulato; la menzogna per cui in effetti ero destinato alla salute e alla rispettabilità e per questo dovevo cogliere l’occasione di sballarmi adesso, finché potevo; forse avevo assunto l’identità che avevo proiettato, l’identità di un drogato; il tentativo di prolungare indefinitamente la mia sperimentazione adolescenziale era sfumato impercettibilmente nella terribile per quanto mondana dipendenza, la mitomania era diventata methemania? Tutte queste cose, più che pensarle, me le sentivo sulla pelle mentre vagavo per la città.

Si finge impegnatissimo e non risponde alle mail mentre passa le giornate a guardare “cose terribili” su Internet, far credere a tutti che la madre sia morta e che il padre sia un fascista, mentre la prima gode di ottima salute e il “padre-padrone” è in realtà “libero da ogni volontà di dominio”. Passa le giornate a fumare hashish e ad assumere “pillole bianche” mentre s’interroga sulla possibilità di una “profonda esperienza artistica”.

Provai un brivido di vergogna e volevo scusarmi e mi preoccupai, avendo provato un brivido di qualcosa, di essere destinato a precipitare nell’abisso.

Il libro non ha trama (è infine qualcosa di essenziale o rilevante?), ciò che accade non gli appartiene, è esterno. La città spagnola è sconvolta da una serie di attentati alla stazione di Atocha, Adam si trova a partecipare a una manifestazione ma sente la sua voce “finta, stonata”, ha il “timore di spiccare troppo, di non riuscire a confondersi con gli altri”. Allo stesso tempo si rende conto di non poter essere il solo a non unirsi al coro, così si limita “a muovere la bocca”. L’unica conversazione drammatica è riportata nella forma di trascrizione di una chat: l’amico Cyrus, impegnato con la ragazza in un viaggio in Sud America, gli racconta di un “fatto terribile” che hanno vissuto e visto coi loro stessi occhi e dell’eccitazione della compagna, come se “per lei il vero motivo del viaggio (…) fosse che succedesse qualcosa di così reale” da permetterle di avere “del buon materiale per il suo romanzo”.

Perché nacqui fra gli specchi?

Lo stile pulito e diretto (e brillante e ironico) esprime lucidamente la tortuosità e complessità dei ragionamenti del giovane artista più che sdoppiato in un infinito gioco di specchi in cui non riesce più a distinguere l’immagine di sé effettiva, quella di cui è alla ricerca, quella che gli viene rimandata dagli occhi delle persone che lo circondano. La costante ricerca di “una profonda esperienza dell’assenza di profondità” è permeata dalla contraddizione di essere incapace di provare qualcosa e dalla necessità di essere altresì sensibile propria del suo ruolo. Ma chi è l’artista infine? Chi ha la capacità di provare una vasta gamma di sentimenti o chi è in grado di indagare l’incapacità di provarne alcuno?In maniera circolare (e confortante?) l’epilogo concede la sintesi, laddove possibile.

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