Cinema Letteratura Recensioni

Le incantatrici di Boileau-Narcejac, quando il delitto perfetto (come la scrittura) è un gioco illusionistico

di Andrea Bricchi

Una scena tratta dalla trasposizione cinematografica di Alfred Hitchcock de La donna che visse due volte

Le incantatrici (Les Magiciennes) è uscito nel 1957, a due anni di distanza da La donna che visse due volte e ne rimodula un tema, quello del doppio, e più specificamente il doppio femminile, che viene sfruttato in chiave giallistica per la messa in scena di un delitto perfetto – in ambo i casi fulcro, evento in tutti i sensi centrale nel romanzo, e dai contorni misteriosi, ai limiti del paranormale (qui lo è in quanto l’omicidio viene come compiuto sotto gli occhi di tutti ma nessuno riesce a capirci qualcosa).

C’è, come negli altri due titoli pubblicati da Adelphi, la solita attenzione del duo Boileau-Narcejac verso le situazioni morbose e angoscianti. C’è lo studio di un carattere: quello di Pierre Doutre, ragazzo alla cui crescita e autodistruzione assistiamo progressivamente, soffrendo quasi con lui nel corso della sua tragica ricerca di normalità. C’è una madre che è sempre stata assente, ma che ora è presente ed è gelosa in maniera morbosa, ai limiti dell’impulso incestuoso, e che forse è pericolosamente maga. Ci sono le altre due maghe, le stupende gemelle tedesche che incantano il pubblico facendo credere di essere un’unica donna che scompare e si rimaterializza in un’altra parte del palcoscenico. C’è tutto il fascino dell’ambiente dei prestigiatori. C’è la lettura metatestuale attribuibile ai giochi illusionistici. C’è quella metaforica del delitto inteso come gioco di prestigio, come un “far credere ciò che non è” – impresa in cui fino a un certo punto riescono l’assassino e i suoi complici: il delitto perfetto è un gioco illusionistico (come la scrittura romanzesca d’altronde), ma prima o poi qualcuno riesce sempre a capire il trucco, rendendolo imperfetto.

Mancano nel romanzo, tuttavia, momenti di forte suspense, il che, insieme alla vicenda poco movimentata e a qualche lungaggine soprattutto nella seconda parte, fa certo promuovere il libro, ma con qualche riserva sul piano dell’efficacia narrativa.

Le incantatrici, Adelphi, Collana Fabula, trad. F. e L Di Lella, 2015 (198 pp.)

La prima volta che Pierre Doutre vede quella incantevole, esile ragazza bionda – «di un biondo luminoso, irreale, che le fluttuava intorno come un riverbero» – è al funerale del padre, il celebre illusionista noto come «professor Alberto». E un attimo dopo gli sembra di vivere in un sogno, o piuttosto in un incubo: perché ne vede un’altra, identica, e pensa che sia una fata, capace di «sdoppiarsi a suo piacimento». Ben presto però scoprirà, con una sorta di voluttuoso stupore, che le fate sono due, ugualmente ammalianti. Di quel padre lontano e assente, del quale nei lunghi anni di collegio si è sempre vergognato, Doutre imparerà il mestiere; e se diventerà famoso quanto lui sarà grazie a un numero costruito proprio sulla incredibile somiglianza tra le gemelle da colei che sembra essere ormai la vera figura dominatrice della sua esistenza: la madre, la rapace Odette. A poco a poco, sedotto dal fascino ambiguo e perturbante delle sue partner, Pierre si ritroverà invischiato in un gioco perverso, un gioco di specchi in cui realtà e finzione, eros e morte, innocenza e colpa si scambiano continuamente i ruoli – con, sullo sfondo, la maschera della morte.

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