Arte Cultura

Renato Birolli: il colore pittorico come opposizione ideologica

di Jenny Barbieri

Renato Birolli

Passeggiando nelle sale del Museo del Novecento, a Milano, dopo aver ammirato le opere dei maggiori artisti appartenenti alla corrente del Futurismo, si arriva a un quadro dalle tinte vivaci e dai tratti semplici, al punto da sembrare dipinto da un bambino. Stiamo osservando un’opera di Renato Birolli, “San Zeno pescatore”. A colpirci è la sua distanza con la produzione artistica italiana degli anni Trenta: nel dipinto, infatti, non c’è progresso e movimento, ma staticità e semplicità. Questi due aspetti caratterizzano non solo questo quadro, ma l’intera produzione di Birolli, che sceglie volutamente di discostarsi quanto più possibile dai suoi contemporanei sia nella scelta delle tematiche che nella tecnica artistica, per attuare, grazie al suo linguaggio pittorico estremamente personale, una rivoluzione a colori che non riguarda solo l’aspetto artistico dei suoi lavori, ma anche e soprattutto quello ideologico. Renato Birolli è un artista, purtroppo, poco noto nel panorama italiano del XXI secolo. Nato a Verona nel 1905, si trasferisce a Milano a soli ventitré anni e qui entra da subito in contatto con il gruppo di avanguardia di cui fanno parte, tra gli altri, anche Guttuso, Giacomo Manzu e Aligi Sassu.

In quegli anni, in Italia, si sta affermando sempre più il Fascismo, che scriverà le pagine più nere della storia del nostro Paese. Come è ben noto, una simile ideologia basa molta della sua forza sul totalitarismo e sul conseguente controllo di ogni aspetto della vita, compresa la produzione culturale e artistica, utile a influenzare l’opinione delle masse. Pertanto, l’arte italiana degli anni Trenta si caratterizza per la sua conformità a questo credo politico: non è un caso che la più importante corrente artistica di quel periodo, per l’appunto il Futurismo, sia incentrata sull’esaltazione dei miti della velocità e del movimento, al fine di lodare in alcuni casi, attraverso opere d’arte, componimenti poetici e prose letterarie, i progressi che il governo, con il suo operato, propaganda.

“San Zeno pescatore”, Renato Birolli (1931), Museo del Novecento

Birolli fu, da sempre, un oppositore dichiarato del partito fascista, tanto che fu, per ben due volte, nel 1937 e nel 1938, arrestato e imprigionato. Nemmeno queste esperienze lo hanno, però, fatto desistere dal continuare ad affermare le sue idee, anche attraverso l’arte. “San Zeno pescatore”, con la sua semplicità e immediatezza, è un chiaro esempio di tutto questo. Il dipinto ha un soggetto statico, San Zeno, sacerdote africano, poi diventato vescovo di Verona, divenuto famoso per aver guarito miracolosamente la figlia dell’imperatore Gallieno, con l’ausilio di tre pesci. Birolli lo raffigura quasi come fosse bidimensionale, assiso sulla cattedra vescovile, con tanto di tiara e pastorale e con lo strumento del suo miracolo raffigurato nella parte inferiore del dipinto. I contorni sono labili, quasi indefiniti, e le tinte tenui, giocate su colori complementari, dove a prevalere sono il bianco e il giallo pallido della tunica vescovile.

A stupire ancora di più è il modo in cui è raffigurato il santo: gli occhi sgranati, quasi stupiti, non trasmettono la sensazione di essere in presenza di un eroe forte e consapevole, bensì quella di osservare un essere umano comune, che svolge la funzione di tramite inconsapevole dell’azione divina. San Zeno appare come un antieroe molto simile a quelli che si trovano nei romanzi di Dostoevskij, un uomo-bambino che guarda il mondo con stupore, non taumaturgo onnisciente, ma essere umano con più domande che risposte. Il linguaggio pittorico semplice ricorda il modo in cui Pèguy affrontava le vicende bibliche, attraverso un sermo humilis a tratti molto vicino alle filastrocche. Citiamo, a tal proposito, un passo, tratto dall’opera “Roseau d’or”, più precisamente da “Il mistero della carità di Giovanna d’Arco” in cui lo scrittore e saggista francese descrive la giovinezza di Cristo: “Lavorava, era nella carpenteria. Nella falegnameria […] Suo padre era un piccolissimo imprenditore. Lavorava da suo padre. Faceva del lavoro a domicilio […] Il mestiere delle credenze, degli armadi, dei cassettoni. Delle madie. Per metterci il pane. Degli sgabelli.”

Sappiamo per certo che Birolli aveva avuto modo di leggere le opere di Pèguy, gli furono consigliate da Edoardo Persico, membro dei movimenti artistici dell’avanguardia milanese, nonché primo e maggiore critico delle opere dello stesso Renato. Non appare dunque un caso che San Zeno pescatore sia dipinto con grande semplicità di tratti, con una semplificazione ai minimi termini dell’episodio, insomma con la stessa ingenuità attuata nel tema biblico dall’autore del “Roseau d’or”. Come abbiamo visto, i modelli letterari che si celano dietro le opere di Birolli non appartengono al panorama italiano, bensì provengono da Francia e Russia; similmente, per la creazione di un suo linguaggio artistico personale, il pittore sceglie di ispirarsi a colleghi provenienti da tutta Europa, come Van Gogh e Cezanne, Matisse e Picasso. Così facendo, la sua arte trascende i confini italiani, coglie elementi provenienti da tutto il mondo, come, ad esempio, l’interesse per i colori che originano il mondo fiabesco contrapposto a quello reale. È grazie a questo espediente che le opere di Birolli ci appaiono testimonianza di un’arte impegnata moralmente e socialmente, anche se non conforme all’ideologia del regime fascista.

Nel 1938 Birolli è attivo all’interno di “Corrente”, un movimento nato a Milano che raccoglieva artisti anche molto diversi tra loro, accomunati dalla volontà di distaccarsi dal conformismo e dall’istituzionalismo sempre più dilaganti. Ancora una volta, l’artista milanese per adozione non teme di esporsi e inaugura, con una sua mostra personale, tenutasi in via della Spiga, i vari eventi organizzati da questa nuova corrente di opposizione. Nel 1944 decide, invece, di ispirarsi a Goya per dar vita al progetto “Disegni della Resistenza”, una raccolta di ottantasei raffigurazioni, testimonianza diretta degli anni della guerra, realizzati “perché non si tramuti in generica leggenda quanto fu dramma vero”. “Fui un uomo ed ebbi alcuni colori”: questa è la frase con cui Birolli effettua una summa del suo lavoro artistico. I colori sono i veri protagonisti dei suoi quadri, sin da “San Zeno pescatore” fino alle sue ultime opere che sfociano in un espressionismo estremo. Ebbe in mano dei colori e li utilizzò con grande sapienza, trattandoli non solo come materia, ma come vero e proprio nucleo emozionale, così come i grandi artisti europei del periodo. Solo con lui, però, il colore, la luce, la semplicità hanno assunto un ruolo da protagonisti nella battaglia di opposizione ideologica all’aer fosco italiano: il blu, il rosso, il giallo e tutti i loro derivati scesi in campo in uno schieramento compatto, combattuto contro un nero portatore di morte. Perché, a volte, nascosto dietro a un dipinto dai contorni labili e dai tratti quasi infantili si cela la testimonianza di una resistenza forte e tenace, che ha tanto da insegnarci.

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