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Filosofia e pandemia: In virus veritas, di Pier Aldo Rovatti

Un’anomalia globale come la pandemia di Covid-19 deve essere fatta oggetto della filosofia, strumento che, esercitabile su qualunque argomento, permette di interrogarsi sui relativi effetti, a livello esistenziale e sociale.

di Andrea Bricchi

Il filosofo Pier Aldo Rovatti

Con un titolo programmatico, In virus veritas, saggio di veloce lettura edito da Il Saggiatore a giugno 2020, si pone al lettore come un invito alla riflessione in termini filosofici sui risvolti della pandemia. Ne è autore il filosofo modenese Pier Aldo Rovatti, direttore della rivista «aut aut» ed editorialista de «Il Piccolo» di Trieste, autore di innumerevoli lavori, fra cui Il pensiero debole (1983) insieme a Gianni Vattimo.

Il libretto raccoglie riflessioni scritte tra febbraio e maggio 2020, cioè da prima del lockdown alla fase due, un periodo estremamente critico nel corso del quale le vite di tutti hanno visto una «sospensione» inedita: in obbedienza alle restrizioni e allo scopo di uscirne al più presto, ci si è dovuti chiudere nel proprio guscio, evitando i contatti con l’esterno e limitando le uscite allo stretto necessario. Un quadro distopico che, se poteva essere in parte previsto, non ha mancato di gettare ciascuno in una situazione di sconcertante novità. Un’anomalia di questo tipo può e deve essere fatta oggetto della filosofia, strumento che, esercitabile su qualunque argomento, permette di interrogarsi sui relativi effetti, a livello esistenziale e sociale.

Da buon filosofo, Rovatti più che lanciarsi in conclusioni affrettate si pone molte domande, più che imporre verità instilla dubbi. D’altronde, di fronte all’invasività delle informazioni mediatiche, tra certezze di virologi a gennaio smentite a marzo o che si contraddicevano a vicenda anche in situazione di sincronia, e atteggiamenti improntati a una sicurezza granitica di politici o accreditati intellettuali che hanno discusso sulle misure prese dal governo, è meglio – suggerisce l’autore – esercitare il dubbio e accontentarsi, quando possibile, di piccole verità.

Nel chiuso del bozzolo-gabbia-conchiglia delle nostre case, non resta che pensare, porsi domande che dovrebbero affacciarsi nella mente di tutti come hanno fatto in quella di Rovatti. Per esempio, c’è anche un’ansia positiva nell’isolarsi? In noi, quanta componente di claustrofilia c’è in quest’atto, o quanta claustrofobia? Che cosa vuol dire vivere nella pausa? In quella che si può definire una nuova dimensione spazio-temporale, che l’autore definisce felicemente il presente remoto (cioè la socialità vissuta esclusivamente da remoto) sta cambiando forse l’idea di prossimità? Negli ultimi anni è mutata la nostra fiducia nella scienza? Com’è possibile «giocare» filosoficamente con l’idea di morte, come ridimensionarla mediante il pensiero e le correnti filosofiche che hanno insegnato ad accettarla, se essa si presenta in tutta la sua atrocità con l’immagine di bare accatastate o in processione sui mezzi militari; bare di chi è morto in solitudine, senza il conforto dei parenti, condannato all’anonimato di un numero? Voltatosi indietro a guardare i mesi più neri, l’autore conclude il suo diario pandemico dicendo che se la quarantena è stato un banco di prova, non è da meno la «ripartenza», nuova fase in cui «nessuno di noi sarà più come prima». La normalità, alla luce di un trauma e di una crisi sociali e individuali di tale portata, sarà «tutta da scoprire, anzi da inventare», dunque il dubbio non mancherà di sollecitare la riflessione anche in relazione agli eventi futuri: la vita sarà più rigida e sottoposta ad autorità, oppure ci si scoprirà tutti più solidali e responsabili?

Di certo c’è – come appare dalle pagine dell’ex docente dell’Università di Trieste – che da una parte si è imparato a sostituire più spesso il noi all’io, dall’altra abbiamo riscontrato che dentro, alcuni più di altri, nascondiamo un poliziotto, e che fra queste opposte tendenze, di cui l’una è la degenerazione dell’altra, il giusto mezzo è rappresentato da un comportamento più etico, ben esemplificato, asserisce l’autore, dall’immagine della mascherina. La metafora è in effetti brillante: l’etica è una mascherina, che per quanto fastidiosa, oltre al fatto che temiamo le sanzioni derivanti dal toglierla (ma una notevole parte dei comportamenti etici non discendono forse dalla paura di una punizione dall’alto?), non possiamo fare a meno di metterci, perché è una buona pratica, è un comportamento «giusto», non esclusivamente egoistico. Con simili suggestioni il filosofo modenese puntella sapientemente i suoi capitoletti, dove, seguendo il filo dei pensieri tradotto in uno stile scorrevole, sembra quasi di passeggiare in sua compagnia, ma ovviamente a un metro di distanza, in un contesto in cui il perípatos, cioè la passeggiata, deve ancora sottostare alle opportune norme di sicurezza.

Il libro

Quelle che vi accingete a leggere sono alcune riflessioni scritte a Trieste tra fine febbraio e fine maggio 2020, nel periodo di tempo più duro del cosiddetto distanziamento sociale al quale siamo stati costretti per arginare il contagio da coronavirus. Mi chiedo, come molti hanno fatto, se il virus abbia rivelato certi atteggiamenti, certe chiusure ma anche certe aperture del “”regime di verità”” (come direbbe Michel Foucault) nel quale stavamo tutti vivendo: soprattutto se abbia contribuito con la sua presenza minacciosa, con le sue manifestazioni visibili e non visibili, a produrre un contatto critico tra noi e noi stessi, incrinando almeno un poco il muro di resistenze che di solito ci impediscono di guardare dal di dentro le vite che conduciamo in maniera alquanto automatica.

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