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La cultura umanistica: un’arma carica di futuro

Secondo la filosofa Martha Nussbaum, il sistema scolastico è ormai guidato da prospettive prettamente utilitaristiche, motivo per cui gli studenti vengono generalmente incoraggiati verso carriere universitarie di tipo tecnico-scientifico, di norma considerate più redditizie: nel contesto di una società globalizzata e perlopiù dominata da un paradigma economico di tipo neoliberista, molti stati nazionali concedono sempre meno alle arti e agli studi umanistici.

di Gaia Biffi

Queste riflessioni nascono dalla constatazione di una problematica evidente ma, al contempo, poco analizzata e raramente approfondita nei molteplici e variegati spazi dedicati al dibattito pubblico: il riferimento è allo scarso impegno da parte delle istituzioni di governo di tutto il mondo in favore dello studio e dell’educazione nell’ambito delle discipline artistiche e umanistiche, spesso considerate, anche nel discorso comune, alla stregua di passatempi senza alcuna utilità pratica o di attività ornamentali assolutamente prescindibili.

A questo proposito, risulta utile riprendere le considerazioni di Martha C. Nussbaum, filosofa nordamericana e professoressa di Diritto ed Etica presso l’Università di Chicago, espresse in Not for profit. Why Democracy needs Humanities (2010): già dieci anni fa, la studiosa richiamava l’attenzione sulla forte tendenza, diffusa a livello mondiale, a ritenere che il principale obiettivo dell’educazione debba essere quello di insegnare agli allievi a essere economicamente produttivi. Secondo Nussbaum dunque, il sistema scolastico è ormai guidato da prospettive prettamente utilitaristiche, motivo per cui gli studenti vengono generalmente incoraggiati verso carriere universitarie di tipo tecnico-scientifico, di norma considerate più redditizie: nel contesto di una società globalizzata e perlopiù dominata da un paradigma economico di tipo neoliberista, molti stati nazionali, mossi dalla volontà di essere competitivi nel contesto del mercato mondiale, concedono sempre meno spazio alle arti e agli studi umanistici, adottando strategie politiche dominate da continui e consistenti tagli a tutti i livelli del sistema educativo nonché all’ambito della ricerca.

L’emergenza sanitaria dovuta alla diffusione del Covid-19 e le sue inevitabili ripercussioni sull’economia mondiale ha ulteriormente aggravato la situazione: nei mesi scorsi, sia il primo ministro giapponese sia il suo omonimo australiano hanno annunciato un piano di austerità promosso dai rispettivi governi volto a ridurre l’offerta formativa di stampo umanistico e, di contro, a stanziare sovvenzioni per gli alunni che intraprenderanno percorsi universitari scientifico-tecnologici; come si può intuire, si tratta solamente di due dei tanti casi concreti che sarebbe possibile menzionare.

Tuttavia, come aveva previsto Nussbaum, se questa linea orientativa dovesse proseguire, le nazioni di tutto il mondo finiranno per produrre generazioni di individui automatizzati al posto di cittadini in grado di riflettere criticamente e dotati della sensibilità e delle capacità cognitive necessarie ad affrontare il mondo in cui viviamo, un mondo caratterizzato dalla diversità culturale e, di conseguenza, bisognoso di un atteggiamento di rispetto e comprensione dell’altro in qualità di essere umano dotato di un proprio mondo interiore e non in quanto oggetto meccanico e standardizzato: non dobbiamo dimenticare che la scienza e le tecnologia non operano nel vuoto, ma in uno spazio sociale eterogeneo, e dunque, non possono rinunciare all’apporto dalle discipline umanistiche. Queste ultime, come argomentato dalla filosofa nordamericana, favoriscono lo sviluppo di almeno tre capacità essenziali: l’autoriflessione, fondamentale per acquisire un pensiero autonomo e al contempo rispettoso degli altri, la capacità di dialogare con contesti culturali differenti e, infine, l’immaginazione narrativa, basilare per superare l’egocentrismo e diventare individui empatici e predisposti all’ascolto.

Un’altra voce illustre, pronunciatasi a favore dell’importanza degli studi umanistici in epoca contemporanea, è quella di David Foster Wallace: in This is water (2009), lo scrittore pone l’accento sulle virtù civili dell’umanesimo e sulle sue peculiarità, ovvero, l’analisi critica e la capacità di instaurare un dialogo costruttivo.

Ecco che occorre analizzare le problematiche sopra accennate in modo serio e attento, in quanto vanno a incidere direttamente sulla debole formazione democratica data ai bambini e ai giovani. Infatti, approfondendo la questione fino alle sue estreme conseguenze, è possibile osservare come il fatto di trascurare la nostra dimensione umana e di privilegiare gli aspetti materiali e quantitativi dell’esistenza a sfavore di quelli culturali e intellettuali costituisca terreno fertile per ogni forma di violenza, disuguaglianza sociale e abuso di potere.

A queste considerazioni, vanno sommati altri fattori di ordine sociologico strettamente legati allo scenario corrente caratterizzato dalla globalizzazione delle informazioni e dalla iper-tecnologizzazione della vita sociale: si tratta di fenomeni che favoriscono l’essenzializzazione dei concetti e il ragionamento per blocchi, due derive semplificatorie del pensiero che mirano a ridurre ai minimi termini l’eterogeneità e la complessità umana e a incasellare fenomeni culturali dinamici, fluidi e dai contorni sfumati in definizioni e categorie stabili o stabilizzanti. Rispetto a tale panorama, si possono citare due casi emblematici: il primo è costituto dal web e dai social media, dove, come osserva Ugo Fabietti in L’identità etnica. Storia e critica di un concetto equivoco (1995), chiunque può prendere la parola, non necessariamente sulla base di studi analitici e osservazioni critiche, bensì facendo riferimento a criteri arbitrari e dando vita, in molti casi, a monologhi autocompiacenti. Il secondo caso è rispecchiato dalla televisione: in Literatvra. Hibridaciones televisivas en la narrativa española actual (2019), Simone Cattaneo mette in evidenza come il linguaggio televisivo tenda a promuovere un pensiero uniforme privilegiando la superficialità, l’immediatezza e la trasparenza dell’immagine sulla profondità dei contenuti e delle argomentazioni, insistendo spesso su meccanismi comunicativi ampiamente rodati con il solo fine di ottenere un consenso massivo.

Alla luce di tutto ciò, ritengo estremamente urgente richiamare l’attenzione sull’imprescindibilità e l’attualità di un umanesimo critico e sulla necessità di fomentare non solo una maggiore implementazione di percorsi di studio artistico-letterari a tutti i livelli del sistema scolastico, ma anche di supportare la ricerca in ambito umanistico, indispensabile strumento per garantire un costante progresso culturale e sociale e incoraggiare un’inesauribile crescita intellettuale, resa possibile mediante la decostruzione e la ricostruzione critica degli oggetti di riflessione: l’attitudine alla ricerca infatti, si colloca all’estremo opposto di un’assimilazione passiva e meccanica dei concetti, in quanto trova la sua completa realizzazione nella feconda rielaborazione di teorie e idee che, in tal modo, trovano altre numerose applicazioni e significazioni, aprendosi a diversi possibili sviluppi e percorsi di senso. Ecco che la ricerca in ambito umanistico ha la vitale funzione di promuovere spirito critico e libertà intellettuale, partendo dalla consapevolezza che non esistono verità assolute e immutabili, ma, al contrario, la vera risposta è continuare a cercare e farsi domande: riprendendo il pensiero di Friedrich Nietzsche, “tutto ciò che è assoluto rientra nella patologia”, considerazione condivisa anche da Albert Camus che affermava di provare orrore di fronte a tutte le verità assolute e alle loro applicazioni totalizzanti. Si tratta, perciò, di promuovere il dinamismo e la flessibilità mentale, il confronto costruttivo e la pluralità di punti di vista; in ultima istanza, quindi, costituisce una immensa opportunità di nutrire il nostro spirito di valori dall’elevato significato etico-morale e di pensieri profondi. Riassumendo, il pensiero autonomo e la riflessione critica sono i nostri unici antidoti proprio contro la massificazione e il conformismo, fenomeni che Hannah Arendt aveva definito come “le forme moderne di barbarie”.

In seconda battuta, vale la pena approfondire ulteriormente la questione spostando il focus su uno specifico ambito della cultura umanista: mi riferisco alle enormi potenzialità della letteratura. Quest’ultima, infatti, con la sua con la sua complessità e ricchezza di sfumature, con la sua estetica suggestiva e la sua intensità emotiva, trasmette la realtà in modo più intenso, potente ed efficace rispetto al discorso referenziale: è uno strumento in grado di scavare negli abissi più profondi dell’uomo, nella sua sete d’amore e nei suoi spiragli di luce e, al contempo, ne sonda i traumi e le ferite, indaga i suoi sentimenti più oscuri. La concettualizzazione moderna della creazione artistica, infatti, evidenzia come il testo letterario consegni al lettore uno sguardo irrimediabilmente soggettivo, un racconto parziale su una porzione di mondo e di umanità: tuttavia, sono proprio la libertà e la flessibilità della rielaborazione personale o, in altre parole, l’ambiguità e le zone d’ombra che caratterizzano le grandi opere a consentirne un’interpretazione diversificata dell’opera stessa e a generare un’esperienza di lettura complessa e molteplice. A supporto di tale prospettiva, risultano particolarmente illuminanti le considerazioni di Juan Goytisolo che nel suo primo libro di memorie, Coto vedado (1985), spiega che sottomettere la ricchezza e la complessità del mondo alla rigidità di un’interpretazione univoca, escludendo dall’analisi della realtà i sogni, i sentimenti, i difetti e le pulsioni segrete dell’essere umano, porta inevitabilmente a una riduzione mostruosa della realtà stessa. La letteratura, quindi, quando viene intesa come vera e propria forma d’arte e non come mero prodotto di mercato, mira alla decostruzione del punto di vista unico e, di conseguenza, stimola il lettore a ravvivare il proprio mondo interiore e lo spinge a pensare al di fuori di se stesso, costruendo ponti con altre realtà e dando vita a uno spazio che privilegia la curiosità, la creatività e la libertà: e proprio come affermava Michèle Petit in Lire le monde. Expériences de transmission culturelle aujourd’hui (2013), leggere consente di vivere in maniera più intensa, più lucida, più divertente e poetica. Ecco perché tanto il processo di scrittura quanto quello di lettura riflettono la quotidiana attività ermeneutica dell’essere umano che corrisponde, inevitabilmente, a un costante e inesauribile sforzo interpretativo.

La letteratura è anche una forma di resistenza al dolore, è un grido di opposizione alle forme di oppressione o di abuso che nascono dalle pieghe più drammatiche dell’individualismo o dalle derive più pericolose dell’ignoranza; non a caso, il poeta cileno Raúl Zurita, nel suo discorso di ringraziamento durante la cerimonia di consegna del premio Neruda del 2006, oppone la purezza e l’elevatezza morale della creazione poetica alle crudeltà della Storia: se l’arte non esistesse, prosegue Zurita, la violenza sarebbe la norma e il solo fatto che l’uomo sia in grado di scrivere testi incredibilmente belli e profondi, colmi di senso etico e intrisi d’amore, costituisce di per sé una denuncia dell’abiezione morale e della mostruosità dei crimini commessi contro altri essere umani. A queste riflessioni, fanno eco le parole di Cesare Pavese secondo cui la letteratura è una “difesa contro le offese della vita”.

L’arte letteraria, dunque, è un compendio di sentimenti umani, nonché un percorso di dubbi continui e domande irrisolte, è indagine e ricerca di senso, è apertura verso una verità complessa e polivalente: parafrasando Andrea Camilleri, chi si avvicina alla scrittura altro non è che un “cultore del dubbio”.

In sintesi, per tutte le ragioni appena esposte, credo sia ragionevole affermare che la letteratura, e tutte le più alte forme di espressione artistica e culturale, sono le più straordinarie forme di libertà che abbiamo; le potenzialità creative della mente umana, la forza di un pensiero autonomo, la ricchezza e la bellezza di idee autenticamente sentite si intrecciano con l’impulso a manifestare un frammento della propria interiorità: tutte queste componenti confluiscono nell’opera d’arte che veicola il valore e l’unicità di colui che l’ha prodotta e, al contempo, si apre alle molteplici interpretazioni e agli innumerevoli percorsi di senso che ciascun spettatore può ricavare dall’opera stessa. Per questo motivo, considero che ogni forma d’arte, dalla musica alla letteratura alle arti visuali, sia un’implicita manifestazione di difesa di un diritto ineludibile: quello di assomigliare a sé stessi, abbandonando la tentazione di sterili emulazioni e macchinali mimetismi apparentemente guidati dal raggiungimento di un presunto canone di perfezione, ma, in realtà, finalizzati a una dannosa operazione di standardizzazione e di semplificazione dell’eterogeneità umana. Naturalmente, tutto ciò non presuppone un atteggiamento di chiusura entro i limiti del proprio Io né tantomeno porta a un processo di cristallizzazione in un’identità immutabile e insensibile agli stimoli esterni; al contrario, occorre ricordare che l’altra componente essenziale di qualsiasi modalità di espressione artistica e manifestazione culturale consiste in un dialogo critico e riflessivo con l’alterità, in direzione di un processo di ampliamento di prospettive e di mutuo arricchimento. Chiaramente, sostenere il valore civile delle discipline umanistiche nonché il loro ruolo essenziale per il progresso sociale e culturale non significa pensare di poter superare le problematiche e gli ostacoli sopra citati semplicemente attraverso quella che Manuel Vázquez Montalbán definiva come la “pretesa neoromantica” di cambiare il mondo attraverso il mero uso della parola; tuttavia, comporta il dovere morale di non accettare silenziosamente e passivamente il divenire della situazione ma, al contrario, di impegnarsi contribuendone allo studio, alla conoscenza e alla diffusione: come affermava Hans-Georg Gadamer, la cultura è l’unico bene umano che, diviso tra tutti, anziché diminuire diventa più grande.


Gaia Biffi si è laureata in Lingue e Letterature Europee ed Extrauropee all’Università degli Studi di Milano. Ha seguito un percorso di studi a orientamento letterario e traduttologico, in particolare sulla narrativa spagnola e catalana contemporanee e sulle letterature ispanoamericane. Ha pubblicato una nota per Tintas (https://riviste.unimi.it/index.php/tintas/article/view/14632), incentrata sull’analisi degli aspetti metanarrativi di El novelista di Ramón Gómez de la Serna e collabora con la casa editrice Gran via come traduttrice.


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