Letteratura Racconti

Clarice Lispector: il fascino di Marlene Dietrich, la penna di Virginia Woolf

«Non l'ho mai intrapresa (la carriera di scrittrice, n.d.r.). Io non sono una professionista, scrivo solo quando voglio. Sono una dilettante e conto di continuare ad essere una dilettante. Professionista è colui che ha un obbligo verso se stesso di scrivere o verso un altro. Adesso conto di non essere una professionista per mantenere la mia libertà».

di Jenny Barbieri

Un ritratto giovanile di Clarice Lispector alla macchina da scrivere

1977: pochi mesi prima di morire, Clarice Lispector accetta di rilasciare un’intervista alla TV brasiliana, a patto che questa venga trasmessa solo postuma. Proprio nel corso di queste riprese, la scrittrice dà la definizione di sé sopra riportata, un’affermazione che pone in forte evidenza la sua estrema voglia di libertà, la stessa che si respira in ogni sua opera, e che qui si manifesta persino nel desiderio di non essere rinchiusa nemmeno in una categoria professionale. Eppure, Lispector merita certamente un posto di risalto nella categoria degli scrittori: il suo talento e la sua originalità rendono il suo stile inconfondibile; le sue opere scossero il panorama letterario brasiliano a tal punto da indurre la scrittrice e critica francese Hélène Cixous a parlare, riferendosi al Brasile, addirittura di una fase letteraria A.C., cioè Antes de Clarice, e di una D.C., Depois de Clarice. Clarice Lispector nasce in Ucraina il 10 dicembre 1920; tuttavia si sentirà per tutta la vita brasiliana a tutti gli effetti: la sua famiglia, di origine ebraica, fu costretta ad abbandonare la terra d’origine per sfuggire alle persecuzioni della guerra civile quando Clarice era molto piccola. Lei stessa ci dirà, non senza ironia, «su quella terra non ho letteralmente messo piede: mi hanno portato in braccio».

Sin da piccola, sviluppa una forte propensione per l’inventare storie: sempre nell’ultima intervista rivelerà che, all’età di sette anni, aveva dato vita a una narrazione strutturata in modo tale da non poter mai avere una fine. Da allora in poi, la sua vena creativa non si è mai arrestata: molti sono i racconti e gli articoli che pubblica su vari giornali e riviste da adolescente e, a soli ventitré anni, nel 1943, dà alle stampe il suo primo romanzo, ritagliandosi da subito un ruolo di spicco nel panorama letterario brasiliano. “Vicino al cuore selvaggio” costituisce una potente novità: per la prima volta nella letteratura sudamericana, la trama perde d’importanza, mentre pensieri e sentimenti assumono una centralità senza precedenti. Il romanzo è totalmente incentrato sulla figura della protagonista, Joana, che ci viene presentata in modo frammentario, seguendo il flusso dei suoi ricordi e delle sue sensazioni.

«Chi sono? (…) È curioso che non sappia dire chi sono. Cioè, lo so bene, ma non lo posso dire. Soprattutto, ho paura di dirlo, perché nel momento in cui tento di parlare non solo non esprimo ciò che sento ma ciò che sento si trasforma lentamente in ciò che dico.»

Quella che Lispector crea nel suo romanzo d’esordio è un’atmosfera volutamente frammentata in minuscoli pezzi, un riflesso della realtà assai simile a quello che potrebbe rimandarci uno specchio rotto. Le parole possono solo vagamente farci percepire le sensazioni, i pensieri, gli eventi di un mondo che è in continuo e incessante mutamento, dominato da una Natura instabile e capricciosa che è quanto di più vicino ci sia al Divino. “Tutto è uno”: in questo tutto si muove Joana, donna libera, forte, indipendente, sempre in cerca di emozioni e sensazione che per lei sono vera e propria essenza di vita; in questo tutto naufraga il suo matrimonio con Otávio, un uomo che non riesce a sfuggire ai canoni imposti dalla cosiddetta “normalità”; in questo tutto nuotiamo noi lettori, riconoscendo e riscoprendo parte di noi nelle sfumature di ogni parola. A un primo sguardo, il linguaggio prosaico di Clarice Lispector potrebbe sembrare molto simile al modus narrandi a cui avevano già dato lustro Virginia Woolf e James Joyce (tra l’altro citato nel titolo del romanzo e nell’epigrafe), ossia lo stream of consciousness, tecnica narrativa perfetta per portare in primo piano l’io più intimo dei personaggi. In realtà tra lo stile dell’autrice di “Vicino al cuore selvaggio” e i suoi colleghi intercorrono moltissime differenze: la scrittrice brasiliana oscilla sempre tra prima e terza persona, creando un incrocio di prospettive multiple che, sovrapponendosi e scontrandosi tra loro, permettono lo sviluppo dell’intreccio narrativo. E, ancora, spesso si assiste alla sofferenza dei personaggi, che non riescono a dar forma alle loro idee e sentimenti: lo scontro-confronto con un linguaggio che non riesce a rendere tutte le sfumature del sentire umano e con il pensiero stesso che appare, per sua natura, superato nel momento stesso in cui viene formulato è destinato a non trovare soluzione alcuna.

Subito dopo il suo dirompente esordio letterario, Clarice sposa un diplomatico e, al suo fianco, si trova a viaggiare tra Europa e Stati Uniti. Uno dei loro primi viaggi li conduce in Italia: qui entrerà in contatto con alcuni dei maggiori letterati e artisti del nostro Paese, conoscendo e affascinando, con il suo aspetto da diva del cinema e la sua fervida intelligenza, Giuseppe Ungaretti e concedendo a Giorgio de Chirico il consenso per farle uno stupendo ritratto, in cui traspaiono con prepotenza la sua bellezza e la sua determinazione. Nel 1959, stanca di condurre una vita che non le si confaceva a pieno, Clarice decide coraggiosamente di lasciare il marito, rientrare in Brasile con i due figli nati durante il matrimonio e di provare a mantenersi soltanto con la sua arte.

In tutto questo periodo, la scrittrice non smette mai di dar vita a nuove opere: scrivere è ciò che le consente di sfuggire a una realtà a tratti difficile da sopportare, è ciò che le consente di trovare un equilibrio nel suo essere costantemente in bilico tra possibile e impossibile. Se, da un lato, la produzione di racconti non vede mai momenti di interruzione, così non accade per i romanzi, tanto che molti critici parlano di una carriera composta da una serie di esordi letterari, visto il lasso di tempo che intercorre tra le varie pubblicazioni. Nel 1956, Lispector torna ad affrontare il tema del matrimonio nel romanzo “La mela nel buio”: protagonista è un uomo in fuga, in seguito al fallimento del tentato omicidio della moglie. Nessun giudizio di carattere etico o morale, quello che qui ha importanza è la fuga stessa, che coincide con la possibilità di ricreare la propria individualità da un grado zero assoluto, con una rinascita che ci permette di scoprire come si possa formare un uomo.

La ricerca spasmodica della più profonda essenza di sé che caratterizza tutti i personaggi dei primi due romanzi e dei racconti di Clarice, trova il suo apice in “La passione secondo G.H.”, unanimemente ritenuto il capolavoro assoluto della scrittrice.  Come definire quest’opera? Un romanzo? Sarebbe certo una definizione limitante.  “La passione secondo G.H.” si pone in un limbo tra vari generi letterari, in bilico tra monologo tragico, trattato filosofico, resoconto mistico e “confessione estatica” (Martin Buber). Protagonista è, ancora una volta, una donna, una scultrice benestante che vive da sola e si trova a fronteggiare una situazione alquanto particolare: cedendo all’impulso improvviso e innaturale di cibarsi di uno scarafaggio, animale primordiale che simboleggia l’origine, riesce a ristabilire un contatto con il “tutto è uno“, con il divino che risiede nel mondo intorno a noi, con una sorta di Eden perduto a cui l’uomo, raramente, può nuovamente far ritorno. Questa gioia è tuttavia puramente effimera: nel momento in cui ritorniamo a vivere la nostra limitata vita da esseri umani, siamo, infatti, costretti ad abbandonare l’esperienza del divino per riuscire a godere della gioia terrena.

Quanto ci sarebbe da dire ancora su Clarice Lispector? Tantissimo. Ogni sua opera meriterebbe un articolo a sé, addirittura ogni parola sapientemente scelta dalla scrittrice potrebbe essere oggetto di un’analisi che ci condurrebbe in spazi letterari infiniti. Non abbiamo citato le sue traduzioni; non abbiamo esplorato i suoi racconti, ognuno dei quali costituisce un viaggio avvincente nell’aspetto più intimo dell’essenza umana; non abbiamo parlato della letteratura per bambini, ambito in cui Clarice può realmente fare libero sfoggio della sua fantasia e della sua abilità di affabulatrice. Non abbiamo raccontato la sua ultima storia, quella da lei stessa inventata durante la corsa in taxi per l’ospedale dove sarebbe morta di lì a poco: nonostante la gravità del momento, chiese alle amiche che la stavano accompagnando di fingere di essere in viaggio per la romantica e sfavillante Parigi. Se è vero che un articolo non è mai sufficiente a fornire un quadro completo di un autore, nel caso di Lispector questo è appena utile a creare curiosità e interesse verso una scrittrice oggi purtroppo un po’ dimenticata. Eppure, proprio oggi avremmo estremamente bisogno di simili autori, di scrittori le cui opere facciano riflettere a fondo sulla natura umana, sul conflitto intrinseco alla nostra essenza di uomini, tra esseri sociali ed esseri individuali. Proprio oggi, avremmo estremamente bisogno di riscoprire l’importanza delle parole e del bagaglio culturale che ogni nostra scelta lessicale porta con sé. Insomma, proprio oggi avremmo estremamente bisogno di Clarice Lispector.


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