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Cantelli Anibaldi: la caduta e la droga, l’esperienza a San Patrignano, la nuova rinascita

Vincenzo Muccioli come un padre severo e una memoria che ha dato fastidio. L'intervista di Corrado Premuda a Fabio Cantelli Anibaldi.

di Corrado Premuda

La docu serie “SanPa – Luci e tenebre di San Patrigano” realizzata da Netflix è uno dei programmi del momento. A raccontare l’esperienza del centro voluto da Vincenzo Muccioli sono numerosi collaboratori e ospiti tra cui Fabio Cantelli Anibaldi, filosofo, scrittore, vicepresidente del Gruppo Abele e storico portavoce di Muccioli. A giorni uscirà il suo libro “SanPa, madre amorosa e crudele”.

Lei è nato a Gorizia: è legato al territorio?

Ho passato parte dell’infanzia prima a Gorizia, poi a Pordenone. Mi sono trasferito a Milano nel 1971 quando mio padre, Alfio Cantelli, critico cinematografico che da giovane scrisse anche sul Piccolo, ricevette una proposta di lavoro dal Corriere della Sera. Poi i miei legami con la regione divennero sporadici, ma questo non ha impedito, a ogni ritorno, di avvertire un’aria di casa soprattutto a Gorizia e a Trieste, i poli del mio sentirmi apolide. Ci sono poi legami culturali nati in gioventù e mai recisi. Come quello con Quirino Principe, insigne musicologo e mio professore al liceo Manzoni di Milano. Poi con Michelstaedter che mi affascinò moltissimo da ragazzo o con Claudio Magris di cui lessi “Danubio” durante il primo soggiorno a SanPa, lettura che insieme a quella di Roth e di Karl Kraus mi avvicinò alla cultura mitteleuropea, mondo di senza-patria che sentivo come patria ideale. E poi Svevo, ovviamente, e il Rilke delle “Elegie duinesi”, forse il libro di poesia che più mi ha segnato.

Il suo libro oggi suscita interesse anche grazie al documentario con cui l’Italia si è ricordata di San Patrignano. Perché quella pagina che mette le mani dentro l’anima del nostro Paese era stata rimossa?

Perché la rimozione o la manipolazione sono tratti distintivi del rapporto del nostro Paese col proprio passato se questo riguarda problemi che non sono stati risolti e dunque risulta imbarazzante e accusatorio. Questo vale per tante cose: il fascismo e le stragi di mafia, ad esempio. Ma un Paese che non ha il coraggio di guardarsi dentro e riconoscersi in quello che è stato anche nel male e nella caduta diventa pura espressione geografica, luogo senza storia. Non è possibile evolversi se non si fanno i conti con errori e contraddizioni, come sosteneva un grande friulano d’adozione che ha segnato culturalmente la mia vita: Pasolini.

Le droghe oggi in Italia sono ricomparse in maniera massiccia.

In realtà non se ne sono mai andate: il consumismo è una dittatura morbida, basata sul consenso, che ha la micidiale capacità d’includere piegando tutto alla legge del mercato. Questo è accaduto anche con le droghe, che sono state normalizzate. L’esistenza del tossicomane è stata resa compatibile con il paesaggio urbano e sociale. Oggi è possibile farsi d’eroina con pochi euro. Per comprare droga non bisogna più rubare, scippare, prostituirsi. Mi chiedo quanti ragazzi oggi conoscano una crisi d’astinenza, esperienza fondamentale per conoscere il volto oscuro della droga.

Dal documentario esce un ritratto contraddittorio di San Patrignano. Anche il suo rapporto con quel mondo lo è?

Sì, come sono tutti i rapporti autentici e vivi. Anche nelle relazioni di coppia o d’amicizia i sentimenti sono variabili se vissuti in profondità. San Patrignano è stata un’esperienza fondamentale che porterò sempre con me. Per questo non sopporto sentirne parlare in modo disonesto o superficiale perché, al di là del mio vissuto, è stata un’esperienza anche grandiosa. Il documentario di Cosima Spender, opera a mio avviso straordinaria, ha il merito di riproporla con la dovuta cura facendone emergere tutta la complessità. È quello che nel mio piccolo cercai di fare anch’io, ventisei anni fa, con il mio libro.

Alcuni definiscono Muccioli l’anti-Basaglia. Come commenta questa affermazione?

Un’etichetta, una caricatura. Sono figure distanti anni luce, ma non contrapposte. Ciascuna è stata nel suo ambito un pioniere. Ma non è che si possa dire: “Basaglia li liberava e Muccioli li rinchiudeva”. Intanto la tossicomania non è una malattia mentale ma una sete d’infinito appagata con mezzi impropri. Guardare al tossico solo dal punto di vista clinico o, peggio, come una vittima della società, vuol dire non averne capito nulla. Basaglia e Muccioli hanno avuto sensibilità e scopi comuni, pur perseguiti con diversi mezzi: liberare il folle e il tossicomane dal riduzionismo scientifico e dalla banalità sociologica.

San Patrignano è una realtà che, soprattutto all’inizio, ha colmato un vuoto dello Stato nella gestione dell’emergenza droga.

Muccioli è stato uno dei primi e dei pochi, con don Luigi Ciotti e don Mario Picchi, a chiedersi perché noi ci perdevamo nelle droghe. Certo in modo rudimentale e con risposte che solo sfioravano la radice del problema. Il grande limite di Vincenzo è l’aver considerato la nostra tossicomania come semplice espressione d’immaturità, di giovanile intemperanza. Ma cosa dava lo Stato in alternativa in quegli anni? Solo terapie di disintossicazione che diventavano quasi sempre fonte di nuove dipendenze. È accaduto prima con la morfina e poi col metadone.

Alla fine del documentario lei dice di essere diventato la persona che è grazie e malgrado San Patrignano.

Sopravvivere non è ancora vivere. Senza San Patrignano non credo che sarei vivo. Lì sono stato accudito e contenuto. Forse sono stato l’unico ospite riportato a forza in comunità per esservi rinchiuso: la reclusione nel bugigattolo che racconto nel documentario. Anche quello è servito: durante la reclusione qualcosa si ruppe nel meccanismo della dipendenza. Presi coscienza di me stesso ma il processo di brutale autoanalisi fece sì che, anni dopo, non riuscii a fare quello che la comunità si aspettava da me: difenderla contro tutto e tutti, derubricando i fatti terribili che vi erano accaduti a “incidenti di percorso”. Cioè fare il megafono della propaganda, facendo valere la mia dialettica e il mio viso pulito.

A quali progetti si sta dedicando adesso?

Continuo a lavorare con don Ciotti tra Gruppo Abele e Libera. Per me ormai è un fratello maggiore, Luigi, come Vincenzo è stato un padre. E a proposito di padri, la “Lettera al padre” di Kafka la lessi vent’anni fa, dopo che mio padre Alfio ebbe un infarto a Grado, venne operato a Trieste, all’ospedale di Cattinara, e poi inviato in una struttura di Aurisina. Mi resi conto di quanto fossi stato fortunato ad avere un padre come lui, che mi aveva dato gli strumenti per formarmi senza interferire. Mio padre era una persona meravigliosa che il rispetto dell’altro l’aveva imparato da un’esperienza terrificante: a diciott’anni, nel 1944, fu deportato a Dachau.

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