Racconti

Domopak

"Domopak", un racconto di Stefano Tarquini.

di Stefano Tarquini

Teresa si è ammalata gravemente. Mio padre l’ha sentita parlare col vicino mentre era sul balcone a leggersi il giornale. Singhiozza qualche suono a bassa voce, tra un tiro di Pall Mall e un altro. Le boccate di fumo arrivano al piano di sopra come sassi tirati verso uno stormo di piccioni intenti a divorare molliche, si sparpagliano velocemente lasciando una scia che si può quasi toccare. Poi però tornano, ritrovando il luogo da dove sono partiti nonostante la coltre di nebbia. Dopo ogni pagina sfogliata, Sergio tira via quell’odore di tabacco respirato che non tollera, soprattutto sui vestiti, ma senza mai lamentarsi. Gli piace parlare con lei, è l’unica tra i suoi vicini che lo sopporta.

“Sergio, che stai annaffiando?”, fa Teresa, sporgendosi il più possibile dalla ringhiera col collo da gallina, rivolto al piano di sopra. “No Terè, sto a legge,” le risponde, senza né alzare lo sguardo dal foglio, né gli occhiali sulla fronte. “E che è st’acqua allora?” Insiste. Sergio sceglie il silenzio. Anche perché che cosa potrebbe risponderle? È quello di sopra? Sta a piove? Mentre c’è un sole marziano che spacca i coralli sul davanzale alle sue spalle.

“A Sè, ma che sei morto?” Continua tra il divertito e la sfida. “Campo più de te, Terè, questo è poco, ma sicuro. Senti, mi moglie ha fatto il caffè, che faccio te porto ‘na tazzina?” Teresa sceglie il silenzio. Ha una brutta febbre che non la lascia stare. Non è alta, ma neanche scende e si sta infliggendo una quarantena personale per evitare contagi e rotture di coglioni correlate. “Terè, sei ancora viva?” Sbattendo sul tavolo un carico da novanta, Sergio la prende in giro. Il cielo si annuvola e la mattina finisce con le gambe sotto al tavolo. Mia madre ha fatto la stracciatella, bollente e con una montagna di formaggio su ogni porzione. Prima che lentamente affoghi nel brodo, Sergio ci soffia come si fa quando al compleanno soffi sulle candeline prima di spezzarle. Alla televisione c’è il telegiornale.

“Arriva dalla Cina, un ceppo influenzale molto cruento…” Nessuno dà peso alla cosa. Mamma gli si avvicina con un tovagliolo di carta per asciugargli gli occhiali appannati per il calore che viene dal piatto. Ma lui la anticipa poggiandoli sulla credenza di lato. Gli rode che la moglie lo aiuti; l’anno prima si era tagliato un dito con una mannaia mentre provava a disossare un polletto, e allora Rosanna lo aveva messo di corsa nel Domopak e gli aveva tamponato la ferita con un canovaccio. Io me l’ero caricato a spalla quasi svenuto, e avevo guidato fino al pronto soccorso più veloce della luce per farglielo riattaccare. Pesare sugli altri è una cosa orribile per uno come lui che si è fatto da solo, che ha studiato anche dopo la pensione, che crede in Dio. Bisognava solo capire se il buon Dio, a questo punto, credesse ancora in lui.


L’autore

Stefano Tarquini è nato a Roma nel 1978. Durante gli studi classici si avvicina alla poesia rimanendo completamente affascinato dalla Beat Generation, in particolare da “On the road” di Jack Kerouack. Incontra Pivano e Ferlinghetti a Firenze. Scopre Bukowski, divora Emidio Clementi, Claudio Piersanti, Ivano Ferrari, Antonio Moresco, Giuseppe Casa. Ha un rapporto epistolare con Maurizio Cucchi che sfocia nella pubblicazione delle sue poesie su “Specchio” di Repubblica.

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