Racconti

Lo spazzino

"«Bisogna pulire. Via dei Borghi 7.» Nessuna informazione in più.  Le chiamate di lavoro sono sempre così.  Dopotutto a me basta sapere solo quello. Non ho bisogno di altro. Guardo l'orologio, sono le quattro e mancano meno di due ore al sorgere del sole. Devo fare in fretta, non ho nemmeno il tempo per fare una doccia."

di Rosaria Russo

Sto sognando. Ma perché questo suono fastidioso non finisce? Di solito è così ma non questa volta. Apro gli occhi a fatica e sento il mio cellulare sul comodino. Come suoneria ho messo una musica assordante, di quelle che ti sfondano i timpani. L’ho fatto perché potrebbe capitare durante un sonno profondo di non sentirlo. E dato che le mie telefonate più importanti arrivano di notte, non posso permettermi di non rispondere. Afferro il telefono, ma nel compiere il gesto lascio cadere un bicchiere colmo d’acqua. È un’abitudine che ho fin da bambino. Non riesco a mettermi a letto se non ho l’acqua vicino. Il bicchiere, fortunatamente di plastica rigida, colpisce con forza il pavimento e l’acqua si sparge creando una grossa chiazza. Rispondo, cercando di sembrare quanto più lucido possibile.

«Bisogna pulire. Via dei Borghi 7.» Nessuna informazione in più.  Le chiamate di lavoro sono sempre così.  Dopotutto a me basta sapere solo quello. Non ho bisogno di altro. Guardo l’orologio, sono le quattro e mancano meno di due ore al sorgere del sole. Devo fare in fretta, non ho nemmeno il tempo per fare una doccia.  Indosso gli abiti da lavoro, e preparo l’occorrente che mi servirà per pulire tutto a fondo. Ho i prodotti giusti. Quando li acquisto guardo sempre le etichette per verificare che siano utili per ciò che mi serviranno. Sono molto preciso. Per questo sono considerato uno dei migliori.

Quando esco dal palazzo, una ventata di calore mi assale. Siamo in estate e questo periodo dell’anno è il peggiore. La fretta mi accompagna sempre ma il caldo è proprio controproducente. Salgo in auto, che ho parcheggiato a venti metri da casa, una zona tranquilla, poco trafficata. Imposto il navigatore. So dove andare. È a un quarto d’ora di distanza. Non ci sono mai stato prima ma tra le strade della città mi districo bene. Sono diventato esperto delle zone, soprattutto quelle impervie. La strada è dissestata in alcuni punti e questo fa traballare la mia macchina, di ben dieci anni d’età.  Dovrei cambiarla.

Dopo dieci minuti, un po’ prima del tempo previsto, giungo a destinazione. Inizialmente non vedo nulla.  La strada si dirama in piccole vie laterali, con alberi dal piccolo fusto sui due lati. Poi scorgo una villetta e capisco che si tratta del posto giusto. Proseguo con l’auto e parcheggio fuori casa. Faccio il pieno di ossigeno, ne avrò bisogno. Prendo dal bagagliaio l’attrezzatura e indosso la tuta e i guanti, copriscarpe e mascherina. Sono gesti automatici che compio da ormai cinque anni. Ma ogni volta sono teso come fosse la prima.  Non so mai cosa mi aspetta e questa cosa mi impone una certa cautela. “Non parlare, non domandare”, questo il mantra che mi accompagna da sempre. Fuori dalla porta c’è un uomo.  È grosso e alto. Ha i capelli raccolti in una coda di cavallo e indossa dei jeans neri con sopra una t-shirt che gli tira sulla pancia. Mi guarda e subito capisce chi sono. Bussa due volte e fa aprire la porta dall’interno. Un altro soggetto mi aspetta all’ingresso. È un tipo pelato e basso. Senza dirmi nulla mi indica con il braccio dove devo andare.

La stanza si trova in fondo al corridoio, sulla destra. È ampia e ha una finestra spalancata.  Entro e subito un odore acre mi attraversa la mascherina finendo nelle narici. Dovrei esserci abituato ormai, ma non è così.  Ogni volta mi arriva dritto al cervello.  Lo spettacolo che mi si presenta davanti agli occhi è forte. Il sangue è ovunque. I mobili e il pavimento ne custodiscono grandi tracce. Ispeziono dall’alto al basso in modo che al mio occhio non sfugga nulla. Le poche tracce fresche sulle ante superiori dell’armadio riesco a toglierle facilmente. Il lato della stanza, alla mia sinistra, è pulito. Ora però mi tocca l’altro lato. Il mobile accanto alla porta, ne ha molto di più.  Pulisco con prodotti naturali e costosi. Il legno è pregiato e potrebbe rovinarsi. Ci metto un po’ di più, ma anche questa è fatta. Ora manca il pezzo più importante della stanza: il pavimento.  È lì che si trova il cadavere.  Afferro il telo che mi serve per avvolgerla. Lo faccio velocemente, come mio solito. Si tratta di una ragazza. Ha il volto tumefatto e deformato dai colpi ricevuti. Mancano due denti e li vedo nel sangue, poco distanti da lei. Ha sicuramente meno di trent’anni.  La sistemo per bene e la infilo nel sacco che ho portato. Mi dedico poi al pavimento.  Faccio in modo che torni lucido come prima che tutto succedesse. Il mio compito è quasi giunto al termine. Ora sono molto professionale.  Non come quando ho iniziato.  La prima volta che arrivai sulla scena di un crimine e vidi il corpo, vomitai. Non riuscii a fermarmi in tempo. Così dovetti pulire anche quello. Ora però non succede più.  Lo stomaco è diventato forte.

Ricordo come fosse ieri il giorno in cui mi hanno proposto questo lavoro. Ero in un bar, con una birra in mano, di sabato pomeriggio. “Fiordaliso” era un ritrovo per gente senza futuro. Piccoli delinquenti in cerca di incarichi per fare due soldi e, poi, gente come me. Avevo appena perso il lavoro. Impiegato in un’impresa di pulizie che aveva chiuso per colpa della crisi. Mentre bevevo con lo sguardo perso nel vuoto, mi sento toccare una spalla: è Luca, un tipo che abita nel mio palazzo con il quale scambio a volte due parole.

«Ho saputo che hai perso il lavoro,» mi disse con sicurezza. Non so nemmeno come facesse a saperlo. «Ma non preoccuparti, ho io qualcosa per te.»

«Davvero? E di cosa si tratta?» chiesi incredulo e speranzoso allo stesso tempo.

«Tu quanto prendevi per pulire le scale dei palazzi?» mi chiese con tono ironico.

«Mille euro al mese, più o meno.»

Dalla sua bocca uscì una risata sguaiata. Mi strinse il braccio e si avvicinò al mio viso.

«Moltiplica questa somma e riduci di molto le ore. Il tuo prossimo impiego ha queste caratteristiche.  E poi farai quello che sai fare meglio, pulire. Diciamo che potresti essere uno spazzino un po’ speciale. Pensaci.»

Mi lasciò un biglietto tra le mani e andò via. Forse non avrei dovuto accettare, ma il bisogno di soldi era più forte. Poco dopo è iniziata la mia carriera.

Prendo la sacca sulle spalle. È leggera, non faccio troppa fatica. Mi avvicino nuovamente al piccoletto all’ingresso.

«Io ho finito,» tendo la mano aspettando il compenso.

Una mazzetta di banconote passa dalle sue mani alle mie. Non le conto ma sono molte. Ogni volta ricevo una somma diversa, in base alla difficoltà. Esco da quella casa e cancello ogni immagine dalla mente. Non mi interessa ricordare. Non devo ricordare nulla. Apro il bagagliaio e sistemo il corpo. Mi spoglio in fretta e metto tutto in una busta di plastica di cui mi disferò presto.

Entro in auto e guido velocemente.  Non manca molto al sorgere del sole. So dove andare. Un corso d’acqua qui vicino. Nascosto e profondo al punto giusto. Ormai i luoghi per gettare cadaveri li conosco tutti. Accendo la radio, mi aiuta a resettare meglio. La musica è degli anni 80. Mi piace molto e la preferisco a quella attuale. Un rumore strano proviene dal retro dell’auto. Spengo la radio per sentire meglio, non mi sbaglio. Il sudore scende dalla fronte. Quella donna non è morta. Accelero il più possibile per arrivare al fiume. Parcheggio e apro il bagagliaio. Il sacco si muove. Il corpo al suo interno non è privo di vita, come credevo.  Non mi è mai successo. Ho paura e non so cosa fare. Lasciarla lì non servirebbe. Morirebbe ugualmente e succederebbe un disastro. Ho una sola scelta. La prendo con forza, e mi avvicino all’acqua. Lo getto e mi accerto che nulla si veda in superficie. Davanti a me solo acqua scura e sopra un cielo mattutino. Torno in fretta in auto. Chiudo la portiera e mi tolgo dalla testa quest’ultima azione. È ufficiale. Sono diventato un assassino.


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