Letteratura

Mimesis, il realismo della letteratura occidentale

"Mimesis. Il realismo nella cultura occidentale", di Erich Auerbach, pubblicato per la prima volta in tedesco nel 1946 e tradotto successivamente in molte lingue. In Italia è arrivato nel 1956, edito da Einaudi. Erich Auerbach, docente di filologia romanza, in questo saggio, analizza brani di opere letterarie, selezionati per ricostruire modi diversi di rappresentazione della realtà dell'Occidente in momenti diversi della storia della sua cultura.

di Maria Luisa Mozzi

Sto rileggendo “Mimesis. Il realismo nella cultura occidentale”, di Erich Auerbach, pubblicato per la prima volta in tedesco nel 1946 e tradotto successivamente in molte lingue. In Italia è arrivato nel 1956, edito da Einaudi. Erich Auerbach, docente di filologia romanza, in questo saggio, analizza brani di opere letterarie, selezionati per ricostruire modi diversi di rappresentazione della realtà dell’Occidente in momenti diversi della storia della sua cultura.

I brani, riportati in lingua originale, parafrasati, spiegati attraverso indicazioni su co-testo e contesto, analizzati dal punto di vista della sintassi, del lessico, dell’uso di connettivi, del ritmo, diventano fondamenta per la formulazione di ipotesi non solo sui modi di rappresentazione in letteratura della realtà, ma anche su aspetti religiosi, sociali e politici delle culture che rappresentano. Fil rouge e parametro di giudizio, che guida il cammino del lettore e crea unità nel testo, mi sembra sia la classificazione classica degli stili in sublime, medio e basso, rispetto ai quali Auerbach stabilisce coincidenze, scarti o mescolamenti; lo fa attraverso ragionamenti piani, ma articolati, che ritornano a spirale su se stessi e convincono il lettore accerchiandolo. Mi sono messa a rileggere quest’opera non brevissima (due volumi per 591 pagine complessive) perché è stata importante per la mia formazione e ho pensato che potesse darmi ancora qualcosa. Qui però parlerò della prima lettura e del perché sia stata fondamentale per me.

Ho studiato lettere classiche per capire come si ragionasse e come fosse strutturata la cultura in Grecia e a Roma prima della diffusione del cristianesimo. Avevo problemi di fede, etici, esistenziali, come succede a quell’età, e mi sembrava che una migliore conoscenza della cultura classica e della cultura ebraico-cristiana mi avrebbe aiutata a trovare un mio punto di vista sulla realtà ed eventualmente sull’aldilà. All’Università però ho trovato indicazioni di studio poco organizzate e coerenti: ho dovuto leggere testi di antropologia culturale, di interpretazione marxista della storia antica, di semiotica, e ho disperso il mio impegno in mille rivoli, trovandomi alla fine ancora meno consapevole e orientata di quanto non lo fossi da matricola. All’università poi, si sa, si è sempre spalmati sulla quotidianità, lezioni-appunti-memorizzazione dei libri obbligatori, e spazio mentale per pensare sul serio ne resta poco. Dopo laureata ho ripreso letture scelte da me e una di queste è stata “Mimesis”.

Il primo capitolo, La cicatrice di Ulisse, è stato una folgorazione. Auerbach analizza un brano dell’Odissea, immediatamente precedente al riconoscimento di Ulisse da parte di Euriclea, sua nutrice di un tempo. Ulisse, mentre Euriclea mescola l’acqua calda e l’acqua fredda per lavargli i piedi, cerca di nascondere una cicatrice, che avrebbe indotto la vecchia nutrice a riconoscerlo e a rivelare la sua identità a Penelope. Nell’analisi del brano, Auerbach mette in evidenza come, nella narrazione, sia tutto presente, sullo stesso piano, luoghi, persone, oggetti, azioni, tutto illuminato con la stessa luce, tutto espresso con una sintassi articolata e perfettamente incastrata, connettivi e simmetrie netti e perfetti. Fa notare però anche che la narrazione, linguisticamente complessa, cogente, compiuta e ben connessa, racconta in modo lineare e univoco immagini della realtà ed esprime passioni umane tutto sommato elementari.

A questo brano dell’Odissea Auerbach contrappone l’episodio, che definisce in egual misura epico, dell’Isacco biblico e della richiesta di dio ad Abramo di sacrificargli il figlio. In questo secondo brano tutto è invece indefinito: non si conosce il luogo in cui Abramo riceve la chiamata, non viene detto da dove venga la voce di dio, che non può essere rappresentato, non si capisce perché quel dio dia ad Abramo il compito di uccidere suo figlio, compito umanamente inaccettabile. Il brano biblico è espresso in modo apparentemente molto semplice, con frasi brevi, col discorso diretto fatto di poche parole, tanto da essere quasi solo un gesto, un’indicazione della direzione verso cui avviarsi, molte ellissi, molte allusioni. Abramo deve interpretare, capire, fidarsi e decidere, ed è in una situazione di lacerazione dolorosissima, come anche Kierkegaard ha messo in evidenza in altro contesto, ma con finalità non del tutto dissimili da quelle di Auerbach. Il testo biblico, espresso con parole e sintassi semplici, rappresenta una realtà molto più complessa di quella omerica, molto più ricca di tensione e problematica.

Da qui, da questi due brani, sono riuscita a intravedere una via di riflessione percorribile, perché dalla loro analisi ho avuto la sensazione di capire, o, almeno, di percepire, l’abissale differenza fra una realtà data, come la esprimevano gli antichi greci, logicamente compatta, che si espande in orizzontale, e una realtà sempre incerta, che non si mostra, che costringe continuamente all’interpretazione, che genera sempre sofferenza, verticale, finalizzata, quale è quella ebraico-cristiana. Ho avuto l’impressione di riuscire finalmente a dare a quello che avevo studiato uno sguardo unitario, di sintesi.

Confermo solo che “Mimesis” è proprio un saggio da leggere e da rileggere, e non solo da chi si occupi di critica stilistica. Mi fermo qui.


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