Cultura Scienza

Il bisogno di pensare con urgenza storica, il Crepuscolo del mondo di Werner Herzog

L’estetica del Warning è fuori tempo massimo, l’esotismo giornalistico del climate change ha le gambe corte, la distopia è un diritto narrativo che lo scrittore neoliberista si è preso senza rispetto per nessuno tranne che per se stesso, l’ansia della fine ha bisogno di cura collettiva.

di Matteo Meschiari

Il regista e scrittore tedesco, Werner Herzog

Ieri sera parlando con Katharine Wyss mi sono reso conto che ci sono pensieri radicali che in confronto i miei interventi sono il canone-Italia. Evidentemente mi sono adattato per sopravvivere, e mi sono sbagliato a farlo. Katharine mi diceva che abbiamo il dovere morale di smetterla con la distopia non solo perché è il piccolo giocattolo del borghese che si balocca con il futuro ma anche perché non dice mai come spazzare via la merda che rappresenta e di fatto contribuisce a produrre. Come nelle guerre. Chi pulisce i campi di battaglia?

Ieri Antoine Jaccoud ha detto che l’unica cosa che possiamo e dobbiamo fare è metabolizzare INSIEME l’ansia dell’estinzione. Ecco allora questo libro che il quasi ottuagenario Werner Herzog fa uscire in un momento storico molto speciale. Speciale per tutti. Una storia di guerra, la Seconda guerra mondiale, una storia di sopravvivenza al limite dell’ipnosi culturale e di specie, una metafora dal passato per il futuro. Per me, soprattutto, un monito, un indirizzo, il consiglio di una sterzata che gli scrittori dovrebbero fare per capire come e cosa scrivere adesso se vogliono parlare in modo credibile del dopo, dell’Antropocene, del collasso.

VB: “Matteo, senza nulla togliere al tuo discorso, è quel vecchio refrain – e fondamentale – di cui già Cristina Campo parla ne “Gli imperdonabili”, su che cos’è letteratura rispetto al discorso sulla bocca di tutti. E Herzog, naturalmente, è sempre più al passo coi tempi di troppi altri.”

MM: “Certo, in via generalissima, ma qui, adesso, siamo anche di fronte al bisogno di pensare lucidamente con urgenza storica. Non è questione solo delle due velocità culturali, di chi frena e di chi spinge in avanti, ma di salvezza collettiva, per tutti.”

L’estetica del Warning è fuori tempo massimo, l’esotismo giornalistico del climate change ha le gambe corte, la distopia è un diritto narrativo che lo scrittore neoliberista si è preso senza rispetto per nessuno tranne che per se stesso, l’ansia della fine ha bisogno di cura collettiva. Che senso ha leggere la storia di un soldato giapponese che per decenni visse sull’isola di Lubang credendo che la guerra non fosse mai finita? Davvero la guerra è solo una metafora militarista? Davvero non siamo noi quel soldato-spettro, in ostaggio del racconto sbagliato?


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