Cultura Letteratura

Lei, voi, schwa, ambaradan

Non ci sarebbe solo una forma linguistica imposta da un regime, ma anche un'altra che la democrazia le ha giustapposto con i suoi mezzi non più totalitari.

di Helena Janeczek

La scrittrice tedesca naturalizzata italiana Helena Janeczek

Mentre vi scannavate sullo schwa, io scrivevo delle pagine dove, come forma di cortesia, ricorre il “voi”. Una storia ambientata ai tempi del fascismo che il “lei” borghese lo aveva proibito? No, prima. Non sono una storica o sociologa della lingua, e dunque non ho potuto approfondire se nel dopoguerra il “voi” abbia battuto in ritirata perché – per una volta – c’era una volontà di rimuovere una traccia di fascismo troppo visibile o perché l’Italia imborghesita quel “lei” lo ha abbracciato spontaneamente.

Probabilmente tutte e due: la lingua ufficiale – discorsi pubblici, stampa radio e poi televisione – adotta il “lei”, il parlante semplice si adegua per mostrarsi all’altezza dei tempi. E dunque non ci sarebbe solo una forma linguistica imposta da un regime, ma anche un’altra che la democrazia le ha giustapposto con i suoi mezzi non più totalitari – e infatti nessuno sanziona i campani che il “voi” continuano a usarlo – ma comunque efficacemente persuasivi. Dicevo sopra “per una volta” dato che l’Italia non ha brillato per volontà di liberarsi dal fascismo in nessun campo, incluso quello della lingua.

L’esempio più macroscopico è “ambaradan”, parola simpaticamente onomatopeica che viene dalla battaglia dell’Amba Aradam, dove nel 1936 l’esercito italiano commise degli atti di genocidio (o perlomeno dei “crimini contro l’umanità”) bombardando con il gas la popolazione etiope. Ma questo la Treccani non ce lo dice neanche oggi e non turba i cruscanti preoccupati della bellezza e vitalità organica della “nostra lingua”.

Una delle pagine più deprecabili della storia italiana, la battaglia dell’Amba Aradan

E dunque c’è da ringraziare solo il fatto che la lingua cambia, persino che la lingua si impoverisca e si corrompa – cosa che ai cruscanti invece non piace affatto – se oggi soltanto alcune persone di una certa età chiamano “ambaradan” quello che il parlante medio definirebbe un “gran casino”. Dove quell’etimo più fortunato, sinonimo di “bordello” e dunque dall’implicito sessista, magari deve la sua fortuna allo stesso Ventennio che amava tanto queste espressioni schiette e maschie. Ma dato che i casini, nel significato di una volta, li ha fatti chiudere la Madre Costituente Lina Merlin, possiamo ricorrere al loro significato metaforico con una certa immemore innocenza.

Per dirla sempre con il lessico che ci portiamo dietro da quei tempi, a me frega il giusto dello schwa, mentre mi importa la questione che ci sta sotto. Questione che, a mio parere, non è solo il “linguaggio inclusivo”, ma una disponibilità più ampia di cogliere le implicazioni ideologiche della lingua, di capire come agisca e/o faccia da specchio ai rapporti di potere.  Senza illudersi che si cambi una società intervenendo solo su quel piano. Dopodiché mi basta ci sia qualcuno che si senta più rispettato e riconosciuto per non vedere alcun problema se, per esempio, qui concludo con la frase che segue.

Grazie a tutti e a tutte e a tuttə di aver letto questo mio pippotto e buon weekend!


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