di Cristi Marcì

Nella branca della psicologia sistemica la famiglia rappresenta il nucleo originario a partire dal quale durante l’infanzia vengono trasmessi quegli strumenti e quei bagagli esperienziali che nel corso del tempo plasmeranno l’identità sia individuale che familiare della singola persona. Secondo l’antropologo Gregory Bateson essa riflette pertanto un’istituzione primaria in grado di tessere trame narrative sia di tipo affettivo che relazionale attraverso le quali ciascun membro comunicherà un proprio modo di abitare il mondo dove il rinnovato incontro con le realtà esterne evidenzierà tanto il legame di appartenenza quanto il luogo di origine. Nondimeno incarna a pieno titolo le sembianze di un corpo fatto di storie e vissuti in cui la più semplice delle ferite può depositarsi inizialmente su uno dei componenti per poi successivamente incrinare i reciproci stili comunicativi innescando di conseguenza un labile e precario equilibrio.
In questo romanzo di Joyce Carol Oates le proprie radici si rivelano dunque il punto di partenza attraverso cui promuovere un’indagine approfondita circa la natura dei legami socio-familiari distribuiti e ben collocati nell’America benestante del secolo scorso, dove una buona reputazione rappresentava all’apparenza il trampolino di lancio per ritagliarsi uno e più spazi fra le arterie di una società corrotta dall’ingordigia e ancora oggi ferita dai propri peccati.
L’America di ieri nel mondo contemporaneo
Nonostante il romanzo sia ambientato tra il 1970 e il 1980 quello che viene delineato è uno spaccato dell’America di un tempo dove i principi cardine dell’individuo sembrano essersi mescolati con un modo di pesare e sentire che tutt’oggi di etico e di umano non conservano più nulla. Quello che l’autrice americana offre e descrive attraverso le pagine di questo libro evidenzia pagina dopo pagina una corruzione dell’animo umano dove il sintomo individuale si trasforma repentinamente nella malattia dei molti capace di logorare quel corpo familiare che una volta era ritenuto perfetto e inviolabile.
Dal punto di vista psicologico sfogliare e conoscere le trame dei rispettivi protagonisti di questa splendida storia significa entrare con estrema cautela nell’involucro di un corpo dove ciascun organo pulsante rischia sovente di collassare di fronte l’ennesima aspettativa infranta. Joyce Carol Oates propone dunque una visione del corpo individuale ingarbugliato tra le reti di un ecosistema familiare entro cui la propria voce viene ripetutamente soffocata dal giudizio sociale che in modo perpetuo e inesorabile condanna la vulnerabilità soggettiva etichettandola quale principio di una massa tumorale pronta a contaminare qualsiasi cosa sfiori.
Il sogno americano: benvenuti a High Point Farm
Conosciuto come il terreno d’eccellenza dove realizzare i propri sogni il fertile suolo americano in questo meraviglioso e controverso romanzo rivela con una glaciale e spietata lucidità il volto beffardo delle grandi opportunità, le quali se da un lato fioriscono tra l’insuccesso e il riscatto sociale dall’altro rischiano tuttavia di demolire quella precaria apparenza in funzione della quale era stata forgiata la propria identità collettiva.
“Una famiglia americana” è la storia di un vertiginoso e lento declino vissuto e abilmente narrato da ciascun membro di quella che una volta era conosciuta come la sfavillante e invidiatissima famiglia Mulvaney. A seguito, infatti, di una “semplice” vicenda nella quale rimane coinvolta la giovane e unica figlia Marianne l’intero nucleo domestico assume pian piano e in modo silente le sfocate geometrie di un sentiero dove il grido ribelle delle emozioni inespresse e spesso negate dal resto dei familiari condurrà ciascuno dei membri sull’orlo di un precipizio di fronte al quale il silenzio sarà l’unica e apparente ancora di salvezza.
Autrice di grande talento e dalla prosa sempre più incalzante, Joyce Carol Oates propone ai suoi lettori uno spaccato della società borghese americana dove un finto perbenismo e l’affermarsi entro il ramo sociale di appartenenza segna ancora oggi il solo principio costituente capace di rendere ogni cittadino d’America un degno membro della comunità.
Quel che resta dello scheletro
La famiglia di Micheal e Corinne Mulvaney composta dai fratelli Mike Jr, Patrick, Marianne e Judd rappresenta in queste pagine il prototipo del perfetto focolare domestico dove regole ben precise e una ferrea dedizione al culto religioso rendono la loro vita nei pressi della fattoria di High Point Farm un paradisiaco esempio da seguire e divulgare tra le pagine del giornale locale. Le loro giornate sono scandite da un successo dopo l’altro sia nell’ambito lavorativo che in quello sociale dove ogni tassello delle rispettive e formidabili esistenze delinea un puzzle adornato di un bagliore troppo luminoso per essere percepito a occhio nudo.
Il padre Micheal Senior Mulvaney è a capo di una famosa ditta edile e membro di un prestigioso nonché esclusivo club della contea, la moglie Corinne è invece dedita alla chiesa e al mondo dell’antiquariato mentre i figli coltivano viceversa interessi rispetto ai quali ciascuno non tarderà presto a emergere primeggiando sugli altri coetanei. Le rispettive esistenze tra i vicoli della città di Mt. Eprhaim e i campi della lussuosa fattoria di High Point Farm sono descritte dall’autrice come il riflesso di un’armonia dietro la quale si cela tuttavia un dogma socioculturale in grado di negare a tutti i costi la propria debolezza. Quest’ultima, infatti, man mano che si procede nella lettura assume a propria insaputa la forma di una lesione capace di incrinare tanto gli equilibri interni alla famiglia stessa quanto i legami intessuti col mondo esterno e rispetto ai quali il subdolo potere dell’opinione locale non tarda a manifestarsi sotto forma di un’etichetta pronta a plasmare in maniera esecrabile i comportamenti e ancor più lo stile comunicativo di ciascun componente.
Attraverso queste pagine il lettore non troverà un solo e unico protagonista, ma al contrario più voci in grado di esaltare quel credo americano così contemporaneo e rispetto al quale l’immagine deve necessariamente prevalere in tutti i ranghi della propria vita anche a costo di tutelare la propria “integrità morale”. Quello che mi ha colpito una volta terminata la lettura di quest’opera è stata la descrizione e ancor più la denuncia di un modo di pensare che rischia a più riprese di censurare il lato oscuro dell’essere umano a patto di preservare la propria reputazione.
Joyce Carol Oates affronta in maniera dinamica e a tratti crudelmente minuziosa il valore di un fervente modo di agire tipico della borghesia americana aggrovigliato tra i fili di un fanatismo religioso sempre più intenzionato a condurre la danza delle nostre esistenze.
La censura del corpo quale divieto comunicativo tra il Sé e l’Io familiare
Nel campo della medicina psicosomatica il corpo che abitiamo è caratterizzato da un linguaggio simbolico in grado di evidenziare le trame dei nostri vissuti quotidiani ergendosi così a un vero e proprio palcoscenico dove qualsiasi modalità di espressione designerà il confine tra la semplice nevrosi e quella che lo psicoanalista James Hillman aveva brillantemente definito la “psicopatologia dell’anima”. Quest’ultima in molte delle opere dell’autrice americana rispecchia pienamente il perno attorno al quale ruota il suo inconfondibile stile letterario che tra le pagine dei suoi romanzi appare spesso crudo, spietato ma al contempo adornato di quell’eleganza che chiama in causa una realtà che troppo spesso la nostra coscienza si rifiuta di accogliere.
Attraverso la sua prosa Joyce Carol Oates invita chiunque desideri leggerla a toccare con mano il volto nudo e crudo di quello che è ormai diventato l’essere umano il quale, nei suoi scritti, fa della letteratura americana una degna chiave interpretativa attraverso cui sondare il cuore pulsante di un’anima che pian piano rischia di eclissarsi in un soffio definitivo. Negli scritti dell’autrice il confine etico tra il bene e il male pone un punto interrogativo che il più delle volte si traduce in una recrudescenza comportamentale e a tratti primitiva capace di giustificare le azioni compiute nel nome di una moralità “legittima” e figlia di un’isteria collettiva.
L’aspetto peculiare dei suoi romanzi pone le sue radici nella totale trasparenza descrittiva che in chiave letteraria rende la sua prosa una esecrabile testimonianza del nostro agire quotidiano. Se infatti in uno dei suoi ultimi capolavori intitolato Macellaio assistiamo alla nascita e all’ascesa della Gino Psichiatria a favore di una scienza progressista che riduce il corpo femminile a mero strumento di ricerca, nel romanzo Una famiglia americana riscontriamo invece una critica nei confronti della società borghese che crocefigge la violazione intima e corporea della donna come un oltraggioso dettaglio da scartare per il bene del corpus familiare dove il confine tra la vita che ci è stata offerta e l’esistenza che ci è stata imposta viene ripetutamente decretato da una comunità pronta a marchiare il destino degli altri in favore di un bene supremo.