Quel ‘freak’ del mio amico Marcel Proust

di Terry Passanisi

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Mi sono sempre piaciute le persone che – a detta degli altri – vengono considerate stravaganti. Fin da piccolo, quando ho avuto il piacere di incontrare donne e uomini che mi venivano indicati quali individui ammirevoli, non ho potuto fare a meno di farmi loro incontro per parlarci; mentre i miei coetanei li evitavano sistematicamente, per una sorta di misterioso motivo o di eccessiva timidezza, fuggendoli. Uno dei miei ricordi più cari d’infanzia è quello di una donna, bella come una cartoleria dopo il primo giorno di scuola, che passeggiava lungo le vie dell’VIII arrondissement. Portava un cappello con le piume di struzzo infilate in un anello di metallo, imperniato sulla sommità di un’imponente parrucca. Il suo abito era di seta color pulce, rifinito da un pizzo bianco e nero e da uno strascico maculato dal fango. I suoi piedi erano infilati in alte scarpe di vernice. E, mi sembra superfluo dire, indossava guanti Glacé–kid. Era davvero meravigliosa. Naturalmente, dovevo farmi incontro a quella donna, dovevo parlarle, ma, solita a essere presa in giro e derisa (veniva indicata platealmente da molti alla stregua di una freak), voltò la sua testa imperiosamente e, vedendomi rifarmi sotto, mi colpì di striscio con la borsetta. Non mi arresi e iniziai ad andarle dietro. Accelerò il passo, quasi a perdifiato. Durante quell’inseguimento compresi ciò che significava essere la celebrità di un quartiere, e l’aura più unica che rara di cui la donna era dotata. Le persone si fermavano a guardarla mentre passava. Jean Giraudoux stava lì ad ammirare una delle sue rivali dirette, attaccandole addosso l’appellativo di Pazza di Chaillot.

Fu in quello stesso periodo, durante le mie vacanze a Cabourg, che incontrai un uomo la cui singolarità mi aveva attratto più di qualunque altra e volli, com’era mia consuetudine, farne la sua conoscenza. Uno dei miei amici, di poco più grande di me, mi fece conoscere quel tale che se ne andava spesso a zonzo per il casinò durante la serata. Il suo nome era Marcel Proust. Provai lo stesso stupore e la medesima attrazione che avevo provato per la mia eccentrica amica dell’VIII arrondissement. Marcel Proust riusciva sempre a stupirmi. Verso le sei di sera, al tramonto, una poltrona da esterni in rattan veniva portata fuori sulla terrazza del Grand Hotel. La seduta rimaneva lì, solitaria e vuota per alcuni minuti. Il personale aspettava, come se qualcosa di eccezionalmente solito stesse per accadere. Poi, Marcel Proust lentamente si avvicinava, ombrellone nella mano. Guardava di traverso oltre la porta a vetro per scorgere la notte. Quando i fattorini passavano vicino alla sua postazione, comunicavano a segni, come i sordomuti. Poi gli amici di Proust iniziavano ad avvicinarsi. In prima istanza si parlava del clima, della temperatura di quella giornata. In quel periodo – era il 1913 – Marcel Proust era infastidito da qualcosa, oppure sembrava temere il sole. Anche se quello che più lo spaventava era il rumore. Tutti gli ospiti dell’hotel non facevano che chiacchierare di come Monsieur Proust avesse affittato cinque costosissime camere: una in cui vivere, le altre quattro tutt’attorno per contenere il silenzio.

Affascinato da quel tipo, mi avvicinai per vedere meglio; e mi parlò, perché aveva sentito che ero il figlio di una delle sue care fanciulle in fiore. Spesso parlava di certe lezioni di ballo che avevano luogo in un appartamento di rue de Ville–l’Eveque.

“È lì che ho incontrato tua madre, e tua zia si chiama Louise, no? Posso rivedere in te i suoi occhi, gli unici di cui potrei dire di essere veramente di color viola.”

Mi ha raccontato un po’ della sua adolescenza, le coincidenze, gli incontri, i suoi rimpianti. Il suo sorriso era lo specchio della giovinezza, gli occhi profondi, ma il suo era sguardo stanco, i suoi movimenti fiacchi. Di certo, io non ero ancora a conoscenza che scrivesse. Non faceva mai menzione del suo lavoro, anche se quello era proprio il periodo in cui stava scrivendo A la recherche du temps perdu. Nessuno, del resto, sembrava sospettare quell’attività. Ciononostante, tuttavia, faceva molte domande. Purtroppo, ne riesco a ricordare solo alcune. Sembravano infantili. Per esempio, insisteva a chiedere: “In quale periodo dell’anno, esattamente,” a un cameriere in un caffè, “fioriscono gli alberi di ciliegio nei frutteti di Cabourg? No, non meli, proprio ciliegi?”

Un altro giorno convocava uno degli chef dell’hotel solo per chiedergli la ricetta della sogliola à la Mornay. Lo chef gliela declamava con piacere. Marcel Proust, allora, faceva scivolare dalla mano una banconota. E, intascando la mancia, lo chef faceva per andarsene, mormorando in modo poco credibile: «Ma è troppo, è troppo!” Un’altra volta, chiese quali tipi di sigaro il principe di Galles, diventato Edoardo VII, fumasse. Oppure: “Com’è che lo chiamate voi, un cappello Cronstadt?”

Non potevo credere alle mie orecchie. Rimanevo a bocca aperta, esterrefatto, tutte le volte che avevo la fortuna di ascoltarlo. A volte si poteva trovare seduto a un grande tavolo. Offriva a tutti coloro che gli si facevano appresso un bicchiere di champagne. Quando si arrivava al momento del sigaro, che lui stesso invocava per i suoi amici, si sapeva che se ne sarebbe andato. “Scusatemi,” diceva. “Il fumo del sigaro mi fa tossire.”

Si alzava. Si prodigava di tornare piuttosto in fretta nella sua stanza e nel suo silenzio. Non lo vidi più fino a qualche anno più tardi, dopo la guerra. Sapevo che ormai era uno scrittore, da quando aveva avuto la gentilezza di inviarmi Du côté de chez Swann. La gente iniziò a parlare di lui come autore. Ma si faceva vedere in giro sempre meno spesso. Lo notai una notte al Boeuf sur le Toit. Era terribilmente cambiato. Mi proposi di salutarlo naturalmente, e mi sedetti di fronte a lui. Era febbricitante a tal punto da delirare. Parlava con una flebile voce. Mi chiese se ero stato nuovamente a Cabourg, così gliene parlai per un po’. Ma sembrava talmente stanco che non insistei troppo. Si ritirò un istante dopo in punta di piedi. Pochi mesi dopo, gli inviai “Les champs magnétiques”, che era appena stato pubblicato. Vivevo in quel momento sul Quai Borbone, sulla Ile Saint–Louis, molto vicino a quei suoi amici, i Bibesco. Una sera, verso le otto, il mio campanello suonò. Sull’uscio, un autista mi chiese se avessi voluto andare a parlare con Monsieur Marcel Proust che era in attesa in una macchina a poca distanza. Dissi di sì, naturalmente, sarei sceso io anche se vivevo a un piano di sola mezza rampa di scale. Non aveva importanza, sarei andato io da lui.

Marcel Proust stava rintanato al caldo, sul fondo del taxi. I suoi occhi luccicavano come quelli di una civetta nel buio della notte. Continuava a scusarsi, addirittura troppo per i miei gusti, per avermi arrecato quel disturbo.
“Vengo or ora dai Bibesco, i quali sono vostri vicini…” Non avrebbe mai messo piede oltre la mia porta, mi chiarì, se non prima di avermi ringraziato per avergli fatto dono di uno dei miei maggiori capolavori. (Marcel Proust non esitava mai a utilizzare superlativi.) “Sono così stanco che non sono in grado di ringraziarti come giustamente dovrei, e dato che non ero sicuro di trovarti in casa, ti ho scritto una lettera. Eccola.” A un tratto abbassò le palpebre e tenne gli occhi chiusi. Sembrava esausto. Stava inscenando un qualche personaggio della sua opera? Forse, ma non credo.

Lo ringraziai di cuore e mi congedai. Per l’ennesima volta era riuscito a stupirmi. La sua estrema cortesia, eccessiva, forse era una prepotenza. Successivamente, avrei voluto ringraziarlo per avermi mandato, a sua volta, uno dei suoi libri, ma lasciò detto all’autista che era troppo stanco per ricevermi e che una delle sere successive mi avrebbe fatto pervenire un invito, sempre che non mi spaventasse uscire dopo la mezzanotte. Non ero l’unico ad essersi convinto che fu lui a scegliere quella vita da recluso e a rifiutare di vedere tutti coloro che potevano portargli alla mente ricordi che non aveva più intenzione di rievocare. A dire il vero, e ciò mi fu facile da comprendere, aveva una fretta folle di finire il suo lavoro che, in ogni caso, non finì mai per davvero, anche se fu, egli stesso, il primo a comprendere la necessità di porre la parola “fine” in fondo a una delle pagine del suo – in questo caso senza eccesso di giudizio o manie di esaltazione –  immenso capolavoro.

Libero adattamento delle reminiscenze di Philippe Soupault in “Lost Profiles – Memoirs of Cubism, Dada, and Surrealism”

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