Cultura Internet

Iperconnessi ma incapaci di comunicare

di Fabrizio Coscia (repost).

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Ci risiamo. È successo di nuovo. A un mese dal blocco che aveva mandato in tilt la rete, ieri il down ha colpito di nuovo Facebook, Instagram e WhatsApp: accessi impediti, impossibilità di aggiornare le pagine, di vedere e condividere contenuti. E ancora una volta siamo stati presi tutti dall’«ansia da disconnessione» (saranno finiti i giga?… non funziona il wi-fi?… si è bloccato lo smartphone?): una sindrome seria, che ci fa sentire isolati dal mondo, impotenti, quasi irreali, come se essere offline equivalesse a non esistere. Ancora una volta sembravamo dei tossicomani in crisi di astinenza. Il paragone è solo apparentemente un’esagerazione.

Il caso della studentessa francese di dodici anni che, in gita con i suoi compagni a Venezia, si è gettata dalla finestra di una camera d’albergo dopo che i professori le avevano sequestrato il cellulare è lì a dimostracelo: un campanello d’allarme drammatico che non va sottovalutato, soprattutto da noi genitori. Lo ha sottolineato anche papa Francesco, parlando agli studenti del liceo classico Ennio Qurino Visconti di Roma, in occasione dell’Anno Giubilare Aloisiano: «Quando il telefonino diventa una droga il pericolo è ridurre la comunicazione in semplici contatti – ha detto – e la vita non è per contattarsi, è per comunicare». Ma che cosa vuol dire comunicare? C’è un libro che dovremmo leggere tutti obbligatoriamente: si intitola «La conversazione necessaria» e l’ha scritto Sherry Turkle, sociologa e psicologa statunitense di spicco, che dirige da anni al Mit un progetto sui mutamenti nella costruzione dell’identità dovuti alle relazioni degli esseri umani con le tecnologie. La conversazione necessaria è quella capacità umana fondamentale di mettersi in gioco relazionandosi con l’altro, di parlare guardandosi negli occhi, studiando le reazioni emotive dell’altro, indispensabile per sviluppare l’empatia, l’identificazione, la «compassione» (nel senso etimologico del termine) e dunque la costruzione del sé.

Quella capacità che gli studi e i test della Turkle rivelano pericolosamente danneggiati soprattutto negli adolescenti (ma non solo), che preferiscono di gran lunga la comunicazione social e la messaggistica elettronica al dialogo vis à vis. Perché? Perché la conversazione digitale è più facilmente gestibile, controllabile, modificabile (un messaggio lo posso correggere, e posso inviarlo prendendomi il tempo necessario) e ci protegge dall’imprevisto e dalla frustrazione. Inoltre l’iperconnessione presenta un altro vantaggio (apparente): quello di eliminare i tempi morti. Al primo sintomo di noia, subito cerchiamo stimoli nel display, anche quando siamo in compagnia e la conversazione langue. Tutti abbiamo fatto esperienza di quelle tristissime coppie al tavolo di un ristorante con gli occhi fissi al telefon[…]

via Iperconnessi ma incapaci di comunicare – Fabrizio Coscia

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