Cultura Letteratura Società

Tre storie, un’unica Liberazione

di Terry Passanisi.

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Oggi si è festeggia il più bel giorno della Repubblica Italiana, la Liberazione dal nazi-fascismo. A pensarci suona strano, ma lo si fa da meno di un secolo. Non parliamo di un’epoca remota, lontanissima, impossibile da immaginare: visti i rigurgiti degli ultimi anni, in tutto il mondo, il pericolo di un ritorno a quella follia ideologica non è solo una fantasia radical chic o di fervidi narratori della Sinistra più estrema. Soprattutto in Italia, dove non si sono mai fatti veramente i conti con il fascismo. Il giorno più bello per la libertà va difeso, celebrato e ricordato per la sua fondamentale importanza, così come non vanno derubricate a semplici goliardate e bravate di pochi spostati le manifestazioni neofasciste che si stanno verificando, ormai, quotidianamente nelle nostre città. È di oggi, per dirne una, la grave notizia di un attentato incendiario nei confronti della libreria/caffetteria “La pecora elettrica” di Centocelle a Roma (a cui va tutta la nostra solidarietà, augurandoci che si scopra non sia quel che si crede).

Proponiamo tre storie dedicate a questo meraviglioso 25 aprile, affinché rimanga vivo e si comprenda bene il suo significato simbolico per tutti, disoccupati di sinistra o di destra, operai occupati o disoccupati, sindaci capaci o incapaci, ministri che parlano troppo, a sproposito e con la bocca piena. Giorno che non riguarda solo l’Italia: dall’oppressione nazi-fascista, difatti, nel 1945 (ufficialmente il 9 maggio) fu liberata tutta l’Europa; dedichiamo i tre toccanti e significativi articoli alla Liberazione con la L maiuscola, evento che ha permesso a ognuno di noi di vivere uno dei secoli più pacifici della storia, liberi e in democrazia.

Calvino e il 25 aprile.

di Giulio Cavalli

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Se c’è uno scrittore che più di tutti è spaventosamente contemporaneo nella narrazione della Resistenza (contemporaneo perché risponde anche ai fascisti di oggi, lo so, sembra incredibile) è Italo Calvino. Per questo i fascisti temono i libri come l’aglio. Perché basta leggerli per ritrovarci dentro già tutto. Ad esempio i nuovi sovranisti dicono che i partigiani avessero uno sguardo bieco e corto? Ecco la risposta di Calvino:

“I sogni dei partigiani sono rari e corti, sogni nati dalle notti di fame, legati alla storia del cibo sempre poco e da dividere in tanti: sogni di pezzi di pane morsicati e poi chiusi in un cassetto. I cani randagi devono fare sogni simili, d’ossa rosicchiate e nascoste sottoterra. Solo quando lo stomaco è pieno, il fuoco è acceso, e non s’è camminato troppo durante il giorno, ci si può permettere di sognare una donna nuda e ci si sveglia al mattino sgombri e spumanti, con una letizia come d’ancore salpate”.

Sui silenzi sui partigiani? Ecco qui:

“Certe cose sulla vita partigiana nessuno le ha mai dette, nessuno ha mai scritto un racconto che sia anche la storia del sangue nelle vene, delle sostanze nell’organismo”.

Sul fatto che non si dovrebbe fare di tutti i fascisti un fascio? Ecco qui:

“Dietro il milite delle Brigate nere più onesto, più in buonafede, più idealista, c’erano i rastrellamenti, le operazioni di sterminio, le camere di tortura, le deportazioni e l’Olocausto; dietro il partigiano più ignaro, più ladro, più spietato, c’era la lotta per una società pacifica e democratica, ragionevolmente giusta, se non proprio giusta in senso assoluto, ché di queste non ce ne sono”.

Sul fatto che ci fossero pessimi partig[…]

via Left

Franz Jägerstätter, il Gandhi tedesco

di Andrea Zanni

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Franz Jägerstätter fu uno dei pochissimi cittadini tedeschi a fare obiezione di coscienza e rifiutare il servizio militare: come cristiano, riteneva di non poter essere nazista, e viceversa. Wikipedia, nella sua consueta aridità di aggettivi, secondo me lo dice splendidamente:

“Lo studio della letteratura sacra e la frequentazione della chiesa lo portarono alla convinzione che la sua fede cattolica fosse incompatibile con il nazionalsocialismo.”
“Incompatibile”. Che parola meravigliosa. Quindi, per una scelta di coerenza Franz (che era un amorevole e devoto padre di famiglia, ma in gioventù si era divertito: la prima motocicletta del paesello austriaco, una figlia illegittima, poi riconosciuta) decise che l’unica cosa che poteva fare era dimostrare la sua incompatibilità con il regime.

La cosa che mi ha sempre impressionato, della sua storia, è la sua forma di resistenza non solo nonviolenta, ma fra le più lente, pesanti, burocratiche: gli arrivò la lettera per andare al fronte, lui non rispose alla chiamata. Una, due, tre volte. Ora, provate voi a immaginare cosa fosse infilarsi, coscientemente, nella burocrazia nazista. Sapere che nessuno si sarebbe dimenticato di una mancata risposta. Sapere che si stava percorrendo il patibolo (calvario, pensava lui), un passo alla volta. I tedeschi (sembra quasi una barzelletta) ci misero mesi, fecero le cose come dovevano essere fatte. Prima chiamata. Seconda chiamata. Terza chiamata. Il trasferimento nella prigione militare. L’ultima possibilità. Il processo, infine l’esecuzione. 

Sembra una storia scritta da quell’altro Franz, quello ebreo, di Boemia. Hai deciso, da solo, contro tutti, che oggi vuoi entrare in Tribunale, vuoi finire sotto Processo. Sai perfettamente che, alla fine, l’unica certezza è il coltello che ti spaccherà il cuore.
Franz Jägerstätter non andò sui monti, non imbracciò il fucile. Segnalò, umilmente, la sua incompatibilità al regime, seguendo la procedura. Fu un lunghissimo, snervante suicidio. Nel frattempo, Franz vide intorno a lui i parrocchiani, gli amici, i colleghi, i familiari tentare di farlo ragionare. Secondo loro era troppo radicale. Erano cristiani anche loro, dopo tutto! Persino il vescovo tentò di convincerlo. Franz Jägerstätter continuò a credere di essere nella ragione: o era cristiano o era nazista. Volle rimanere cristiano. Tra tutti, ebbe solo l’appoggio della moglie, insieme decisero che questo bastava, che era giusto restare incompatibili. Morì sotto la ghigliottina il 9 agosto del ’43.

Ughetto Forno, l’ultima vittima della Resistenza romana

di Fabrizio Bocca

La motivazione della medaglia d’oro al valor civile a Ugo Forno, ultima vittima della resistenza romana. Ughetto era un ragazzino di 12 anni e abitava a via Nemorense, quando vide gli americani arrivare in zona, a Piazza Verbano, seppe anche che i tedeschi in ritirata stavano facendo saltare il ponte ferroviario della via Salaria sull’Aniene a un paio di chilometri di distanza. La famiglia non riuscì a trattenerlo e dissuaderlo e forse non si rese conto di quali erano le vere intenzioni del ragazzino vivace e intraprendente. Insieme a cinque giovani amici Ughetto recuperò un lanciarazzi, un fucile più grande di lui e con la sua banda improvvisata raggiunse, affrontò e costrinse i guastatori tedeschi a ritirarsi e abbandonare il progetto di far saltare il ponte. Fu ucciso però dalle granate di risposta dei tedeschi.
A tutt’oggi quel ponte è ancora in piedi e sopra ci passano i treni dell’Alta Velocità Roma-Milano. Intorno, tra la via Olimpica e la via Salaria, impazza uno degli snodi più importanti del quotidiano traffico romano. Decine di migliaia di persone, forse più, passano ogni giorno lì accanto. Varie targhe – una all’ingresso di casa, una al Parco Nemorense e un’altra sul ponte stesso – ricordano Ughetto, piccolo grande eroe della resistenza.
«Giovane studente romano, durante i festeggiamenti per la liberazione della città di Roma, appreso che i tedeschi, battendo in ritirata, stavano per far saltare il ponte ferroviario sull’Aniene, con grande spirito di iniziativa, si mobilitava, unitamente ad altri giovani, e con le armi impediva ai soldati tedeschi di portare a compimento la loro azione. Durante lo scontro a fuoco veniva, tuttavia, colpito perdendo tragicamente la vita. Fulgido esempio di amor patrio ed encomiabile coraggio. (5 giugno 1944 – Roma)»
— Roma, 16 gennaio 2013

Ugo Forno

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