Arte Eventi Società

Confini

A Trieste c’è una mostra allestita a Palazzo Costanzi. Cinque artisti provenienti da diverse parti d’Italia si incontrano sul tema del confine.

di Corrado Premuda.

Tommaso Andrea Bressan, “Essere dentro”

Nell’arte, dove per antonomasia e per elezione i limiti sono una sfida da superare e le differenze assumono un valore estetico, il concetto di confine diventa una provocazione. I contatti tra un linguaggio e l’altro, l’interazione tra materiali e supporti diversi, come anche le regole imparate nelle accademie si rivelano punti di partenza o di arrivo nel percorso di un artista, strumenti per allestire un mondo, per esprimere un sentimento. È sempre l’artista, però, l’artefice delle scelte.

Se cinque artisti in uno stesso spazio si confrontano sul tema del confine l’intento può essere quello di verificare quanto le convenzioni e gli ostacoli siano materia viva e plasmabile, quanto la singola ispirazione possa contaminare quella di un altro e possa parlarci, specchiandosi e perdendosi nell’identità altrui. Tommaso Andrea Bressan, Pompeo Forgione, Marcello Mazzella, Chiara Tambani e Carlo Vidoni si incontrano a Trieste, città emblema del senso di confine, e mettono in dialogo i singoli percorsi di lavoro e i propri obiettivi indagando alcuni temi a loro cari e ricorrenti. Le vibranti sculture di Tommaso Andrea Bressan urlano che la libertà è una conquista consapevole e che le barriere vanno abbattute. Il mare nero, deposito di inquinamento e di morti disperate, è un monito a ribellarsi alla dittatura della distruzione e le superfici levigate e finemente curate svelano in simboli i quattro elementi naturali. Ma non è una natura calma e tranquillizzante, è una natura che denuncia i mali, che immortala i capitoli cruciali dell’esistenza e fa da testimone con le sue forme nobili al solo colpevole di tanti dolori: l’uomo.

La frontiera per Pompeo Forgione è una maniera per conoscere se stessi, per incasellare la propria identità una volta posti dei paletti intorno a tutto il resto. I confini servono a valorizzare l’eterogeneità del mondo. Così le sue sculture e i disegni che mescolano tecniche e materiali ricostruiscono un’epopea domestica con spazi circoscritti, immagini deformate ma familiari, riflessi di intimità sognati e vissuti. Una romantica patina da occhi d’infanzia restituisce aspettative, attesa e illusioni a una serie di struggenti figure immobili e vivissime. Tra il mito e la fantascienza, le opere di Marcello Mazzella giocano su un piano cromatico nel contrasto tra i colori squillanti delle creature in 3D e il riposante disco spaziale disegnato. I segni e lo sfondo scuro diventano un supporto per la meditazione in una rappresentazione dell’universo che l’artista prende in prestito dal mandala buddista rivoluzionandone le sezioni concentriche e trasformando il diagramma geometrico in una gioiosa esplosione di temi e icone che richiama l’immaginario delle elaborazioni al computer con sorprendente poesia. Parlano direttamente al cielo gli embrici, tegole in terracotta, realizzati da Chiara Tambani. Questi manufatti, come da tradizione risalente addirittura agli Etruschi, riportano incisi nomi o scritte e quelli realizzati dall’artista per questa mostra presentano alcuni versi di Federigo Tozzi riferiti ai tetti: gli embrici sono stati collocati su alcuni tetti di case senesi, tutti luoghi legati all’autore e ai suoi scritti. Il confine tra terra e cielo in questo caso si fa sottilissimo e il messaggio poetico può essere letto anche attraverso lo smartphone grazie ad una telecamera.

Marcello Mazzella, “Mandàla”

È una quotidianità stranita bloccata a un controllo alla dogana quella inventata da Carlo Vidoni. L’artista udinese propone dei suggestivi telai portatili che s’ispirano ai cavalli di Frisia ma al posto di chiodi e filo spinato ecco delle radici a richiamare un luogo d’origine. La nostalgia per la propria patria è racchiusa anche nelle assi di legno che trattengono a forza i rami raccolti nell’amato giardino. Vira invece su una nera ironia l’idea del confine prêt-à-porter in cui gli appendiabiti di filo di ferro assumono, di volta in volta, le forme della cartina di Libia, Siria e Afghanistan. Se i presupposti di questa collettiva sono le linee che delimitano ma comunicano e le differenze che esaltano l’unicità, la sfida lanciata dai cinque artisti è vinta. I linguaggi che si mescolano e non temono il confronto con altre voci e altri sguardi offrono al pubblico un interessante punto di osservazione: un punto ottenuto in uno spazio interno, quello espositivo, rivolto all’esterno, la città di Trieste. Da qui partono e si dipanano le storie di cinque artisti che, contaminando le rispettive cifre espressive, ci raccontano una bella porzione del nostro quotidiano.

Dal 23 Agosto all’8 settembre, a Palazzo Costanzi, Sala Umberto Veruda, in orario feriale e festivo 10-13/ 17-20.

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