Cultura Letteratura

A lezione di natura da Calvino

Una serie di saggi appena usciti ci ricorda l’attualità del suo Il barone rampante. Capolavoro che, riletto oggi, insegna il rispetto e l’empatia per gli alberi e la Terra

di Alberto Asor Rosa

Illustrazione tratta da Cosimo di Roger Olmos, Logos Edizioni.

Italo Calvino sempre più si conferma come l’autore italiano di pieno Novecento più ricco di potenzialità stilistiche, linguistiche e tematiche (dove per “tematiche” si deve intendere una pressoché illimitata capacità di conoscenza e di rappresentazione). Per questo, già in anni ormai assai lontani, mi è capitato di definirlo un classico: perché del classico condivide questa fondamentale caratteristica, e cioè che lo si può leggere in mille modi diversi, e che ogni periodo o situazione della cultura umana lo può leggere in un modo diverso, sulla base dei fondamenti del proprio modo d’essere e delle proprie ragioni.

Queste considerazioni mi sono state suggerite dalla lettura di un fascicolo della rivista universitaria Bollettino di italianistica, che pubblica in un volume monografico (presso l’editore Carocci) i contributi di un covegno che si svolse alla Sapienza di Roma nel 2017 su Il barone rampante di Calvino. Il titolo del volume, che raccoglie gli atti del Convegno, più esattamente è E io non scenderò più!. Questa è la battuta con cui il protagonista del racconto, Cosimo Piovasco di Rondò, erede di una vecchia famiglia nobile di San Remo, si ribella bambino a una costrizione paterna, che considera ingiusta, e sale sugli alberi del loro giardino per viverci tutta la vita, fino a una conclusione altrettanto singolare (vola via verso il mare agganciato a una mongolfiera). Non posso dire qui molto più di questo. Mi limito a suggerire ai miei lettori di entrare in possesso di questo volume e di penetrarne al più presto possibile le infinite valenze, sua umane sia ideali sia esistenziali sia, persino, politiche. Ora, il volume del Bollettino, di cui stiamo parlando, affronta in ventidue densi saggi la materia praticamente senza confini di questo libro (che, essendo apparso nel 1957, si direbbe affronti con grandissimo anticipo le tematiche più recenti della pluralità dei sensi e delle conoscenze).

È come dicevo all’inizio. Se si esercita la critica come strumento di conoscenza (come dovrebbe sempre accadere, invece di trovarci sempre più spesso di fronte a inesauribili filigrane di parole senza senso e senza scopo), la molteplicità dei sensi e dei risultati emerge con estrema chiarezza e, devo dire, con estrema soddisfazione (anche psicologica e sentimentale) del lettore. Soprattutto se, come in questo caso, gli interpreti del testo sono molti, e ognuno di loro vi proietta, nel rispetto sostanziale dei significati originali, anche la propria individualità creativa.

Italo Calvino nelle matite di Tullio Pericoli

Ovviamente non posso entrare nel merito di ognuna di queste possibili varianti dell’interpretazione critica del testo (molti degli autori sono specialisti estremamente autorevoli di Calvino e delle sue idee: Barenghi, Belpoliti, Milanini, Falcetto, Dellacasa, McLaughlin, Di Nicola…). La mia idea fondamentale, alla quale ogni saggio sembra offrire qualche spunto e riflessione, è che l’avventura di Cosimo nel Barone rampante, fuori dai più consueti circuiti umani, lassù, di albero in albero (e di ogni albero, noce, fico, sorbo leccio, olmo, faggio o quercia che sia, vengono indicate dall’autore caratteristiche e abitudini, quasi fossero anche loro individui pensanti e decidenti), si arricchisce di una impressionante ricchezza di significati e di una straordinaria sincerità di accenti.

Questo vuol dire anche che l’allegoria autobiografica, che si può indovinare in questo racconto ad opera di Calvino (come del resto in molti altri), si riempie di valenze sia umane sia stilistiche, in quanto il “mondo naturale” nel quale Cosimo ha scelto di vivere, al posto di quello comune e convenzionale, arricchisce enormemente il rapporto del protagonista con l’esistenza, dal pensiero agli amori (sì, certo, ci sono anche questi).

Un autore che non è né un critico né uno storico della letteratura, ma uno studioso di architettura dei giardini e del paesaggio, Fabio Di Carlo, ha pubblicato recentemente un bel libro, Paesaggi di Calvino (casa editrice Libria), in cui, rovesciando la prospettiva e partendo dal mondo per arrivare al testo, arricchisce ulteriormente questa visione del testo calviniano e ne illumina anche le radici autobiografiche (il padre e la madre di Italo erano studiosi professionali delle piante e della natura). Insomma: voglio dire che andare totalmente fuori della norma, come fa Cosimo, può contribuire anche a investigare e illuminare i meccanismi della norma più di quanto accadrebbe se alla norma, come sempre più spesso accade, ci si fermasse. Basterebbe pensare a un’altra delle opere fondamentali di Italo, Se una notte d’inverno un viaggiatore, per rendersi conto della fondatezza di questa osservazione.

Il classico non è uno che “riproduce” e “ripete” il mondo, ancorché seguendo orme estremamente praticate e autorevoli, è uno che lo scava in profondità, e in modo completamente nuovo, come un esploratore di prima esperienza.
Bisogna arrampicarsi sugli alberi, e restarci il più a lungo possibile, per sapere davvero come siamo quaggiù.

Repost da: La Repubblica

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