Cultura Letteratura

Dichiarazione di una prostituta

Gli avvenimenti esposti, come si può notare, sono talmente volgari da farci arrossire, se pensiamo alla nazione in cui tali scenari vengono perpetrati.

a cura di Dickens’ London

Il racconto che segue – quello di una prostituta, che dorme in un alloggio popolare, dove ragazzi e ragazze stanno tutti ammucchiati insieme promiscuamente – svela un sistema di depravazione, atrocità e infamia che non può ritrovarsi in altre nazioni, per quanto barbare, né in altre epoche, per quanto oscure. Una sedicenne di bell’aspetto mi ha reso la seguente dichiarazione: “Sono orfana. A dieci anni mi hanno mandata a servizio come fantesca, in una piccola famiglia di commercianti. Era un posto duro, la padrona mi trattava crudelmente e mi picchiava spesso. Dopo tre settimane che stavo lì, mia madre è morta, mentre mio padre era già morto dodici anni prima; ho dovuto sopportare i maltrattamenti della padrona per sei mesi circa: mi batteva con un bastone o a mani nude. Ero nera per i lividi, e alla fine sono scappata. Ho incontrato un ragazzo di quindici anni io stessa ne avevo quasi dodici che mi ha convinto a stare con lui. Sono rimasta con lui tre mesi nello stesso alloggio, vivendoci insieme come una moglie, anche se eravamo solo bambini, e gli sono stata sempre fedele. Dopo tre mesi l’hanno arrestato perché borseggiava, e gli hanno dato sei mesi: ero triste, perché mi trattava bene, anche se era per colpa sua che mi ero ammalata. Allora ho rotto qualche vetro alla chiesa di Saint Paul per andare in prigione a farmi curare. Sono stata per un mese in un compter e quando sono uscita ero guarita.

Mi hanno dato due scellini e sei penny quando sono uscita, e poi sono stata costretta ad andare in strada per vivere. Ho continuato a battere le strade per tre anni, qualche volta facevo un sacco di soldi e qualche volta niente, un giorno festeggiavo e quello dopo morivo di fame. Le ragazze più grandi mi convincevano a fare quello che piaceva a loro, con i miei soldi, non sempre ero felice ma non avevo alternative e non sono riuscita a lasciare quella vita. In quel tempo vivevo in un alloggio popolare a Kent Street, erano tutti ladri e cattive ragazze. C’erano dalle tre alle quattro dozzine di ragazzi e ragazze che dormivano nella stessa stanza, i letti erano sporchi e pieni di parassiti. C’erano delle terribili tresche: i ragazzi, poi, erano i peggiori, stavamo appoggiati tutta la notte, una dozzina tra ragazzi e ragazze schiacciati in un letto, questo succedeva molto spesso – alcuni di testa e alcuni di piede – maschi e femmine tutti insieme. Non posso entrare in particolari, ma tutto quello che poteva succedere, in parole e azioni, tra ragazzi e ragazze, succedeva, lì in mezzo a tutti gli altri. Mi dispiace dire che anch’io ho fatto parte di queste brutture, anche se non ero poi depravata come tanti altri. C’era solo una candela accesa tutta la notte, ma d’estate era quasi sempre chiaro. Dopo tre anni, ho rubato un pezzo di manzo da un macellaio; l’ho fatto per andare in prigione, ero stanca della vita che facevo e non sapevo come uscirne. Mi hanno dato un mese per il furto; dopo che sono uscita ho passato due giorni e una notte nelle strade senza fare niente di male, poi ho minacciato di rompere di nuovo le finestre di una casa. L’ho fatto per tornare in prigione, perché quando me ne stavo tranquilla una notte in prigione ripensavo alle cose e mi veniva in mente che vita disgustosa stavo facendo, come mi potevo rovinare completamente la salute, e pensavo che piuttosto che continuare quella vita era meglio rimanere in prigione. Mi hanno dato sei mesi per minacce. Quando sono uscita, ho rotto un lampione per lo stesso motivo, e mi hanno dato due settimane: quella è stata l’ultima volta che sono stata in prigione. Da allora, sono tre anni che faccio la stessa vita che vi ho detto, vivendo nelle stesse case e vedendo le stesse cose adesso odio questa vita più che mai.”

Tratto da “Il lavoro e i poveri nella Londra vittoriana” Henry Mayhew – 1851

Henry Mayhew (25 novembre 1812 – 25 luglio 1887) è stato un giornalista e riformista britannico. Fu cofondatore della celebre rivista satirica Punch, che diresse per qualche anno insieme a Mark Lemon; divenne celebre soprattutto per un’inchiesta sui poveri di Londra, pubblicata in una serie di articoli sul quotidiano Morning Chronicle. Questi articoli furono raccolti in un libro dal titolo London Labour and the London Poor, pubblicato in tre volumi nel 1851 e nuovamente nel 1861 con un volume aggiuntivo. L’opera giornalistica di Mayhew fu un’importante fonte di ispirazione per i socialisti cristiani inglesi come Thomas Hughes, Charles Kingsley e F. D. Maurice, ma venne anche frequentemente citata dai radicali (per esempio, diversi estratti di London Labour furono pubblicati sul quotidiano Northern Star). Insieme alle opere di Edwin Chadwick, London Labour viene considerato una delle principali fonti di ispirazione di Charles Dickens.


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