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Artemisia Gentileschi, in direzione ostinata e contraria

Che cosa sappiamo davvero di Artemisia Gentileschi? È giusto conoscerla più per le vicende drammatiche della sua vita che per l'incredibile produzione artistica?

di Jenny Barbieri

Autoritratto, 1614-16 ca.

Artemisia Gentileschi: figlia, moglie, madre, donna, ma soprattutto pittrice di talento, sempre in cerca di un modo per affermarsi nell’ostile 1600 italiano. Riportata in auge nel 1916, anno in cui Roberto Longhi la elogia nel suo articolo “Gentileschi padre e figlia”, è stata spesso identificata, a causa delle sue vicende biografiche, come una femminista ante litteram: il suo vissuto è stato anacronisticamente utilizzato per rivendicare i diritti delle donne vissute secoli dopo, al punto che persino un albergo di Berlino, con clientela esclusivamente femminile, negli anni Settanta, adottò come insegna il suo nome.

Ma chi era davvero Artemisia? Cosa sappiamo di lei? Ed è giusto conoscerla più per le vicende drammatiche della sua vita che per la sua incredibile produzione artistica?

Artemisia Lomi Gentileschi nasce nel 1593, in una Roma artisticamente molto attiva e vivace. Figlia di Orazio Gentileschi, sin da piccola si trova a frequentare la bottega d’arte del padre e ha, così, modo di entrare in contatto con molti pittori che, proprio in quel periodo, stavano rivoluzionando l’arte italiana, primo tra tutti Caravaggio. È proprio nello studio del padre, nonché collaborando alle rifiniture delle di lui opere, che la giovane inizia a mostrare un talento insolito e difficile da ignorare, tanto che Orazio stesso, in una lettera, scriverà di lei: «Questa femina, come è piaciuto a Dio, avendola drizzata nelle professione della pittura in tre anni si è talmente appraticata che posso adir de dire che hoggi non ci sia pare a lei, havendo per sin adesso fatte opere che forse i prencipali maestri di questa professione non arrivano al suo sapere». Il diciassettesimo secolo non offre certo grandi aspettative alle donne che si vogliano cimentare nell’arte: ci sono state delle pittrici antecedenti o contemporanee di Artemisia, ma, salvo casi sporadici, esse si erano per lo più dedicate alla cosiddetta peinture de femme, cioè al riproporre su tela paesaggi, nature morte o ritratti, lasciando ai colleghi maschi il compito di affrontare la “pittura alta” e di misurarsi con i temi sacri. Contrariamente, la giovane Gentileschi non si spaventa davanti a opere dalle dimensioni imponenti e, sin da subito, mette la sua arte al servizio della raffigurazione di svariate scene bibliche, tema che le sarà caro per tutta la vita. A Orazio Gentileschi va riconosciuto il merito non solo di aver compreso le potenzialità della figlia, ma anche, nonostante le usanze del loro tempo, di averle permesso di imparare e crescere artisticamente, arrivando persino ad affiancarla a un pittore suo amico affinché lei potesse assimilare come rendere su tela i giochi prospettici della realtà. Purtroppo, questo amico altri non era se non Agostino Tassi, un virtuoso della prospettiva in trompe l’oeil, ma anche un tipo dalla reputazione assai dubbia, spesso coinvolto in atti violenti, mandante di vari omicidi, scialacquatore e famoso donnaiolo.

Giuditta decapita Oloferne, 1613 ca. Napoli, Museo Nazionale di Capodimonte

La giovane Artemisia ha solo diciott’anni quando viene violata da colui che doveva essere suo mentore; ha solo diciannove anni quando si trova catapultata in un’aula di tribunale per difendere la sua integrità morale, in mezzo a gente che la insulta e la chiama sgualdrina. Ha solo diciannove anni quando è costretta a sottoporsi a svariate visite ginecologiche che si svolgono davanti a tutto il pubblico del processo; sempre a soli diciannove anni deve subire il supplizio della sibilla, una tortura che consiste nello stringere dei fili intorno alle dite fino a rovinarle o, persino, spezzarle. Ha solo diciannove anni quando sogna di diventare un’artista, ma non sa se le piaghe causate dalla tortura guariranno permettendole di inseguire questo desiderio; ha solo diciannove anni quando si sente tradita dal padre, il quale sospende il processo appena riesce a riavere dei quadri che il Tassi gli aveva sottratto.

Come è facile immaginare, la violenza fisica, aggravata dalle umiliazioni subite in tribunale, segneranno per sempre la vita della giovane Gentileschi. Costretta a sposare in fretta un uomo che non conosceva, in quanto unico pretendente che, pur di accaparrarsi la dote, era disposto a unirsi a una donna violata e dalla nomea ormai macchiata, Artemisia si trasferisce da Roma a Firenze e i rapporti con la sua famiglia d’origine diventano sempre più radi e complicati. Dal punto di vista artistico, molti critici credono che il vissuto della pittrice sia alla base dei temi scelti per i suoi quadri, fatta, ovviamente, eccezione per quelli dipinti dietro committenza. Così, ha inizio un periodo molto prolifico della produzione artistica di Artemisia, che si dedica con costanza alla produzione di tele raffiguranti eroine bibliche, cioè donne forti e sicure, che non hanno paura di affermare la loro fermezza di carattere né di difendere i propri diritti. Non sembra essere, dunque, un caso che uno dei primi quadri portati a termine nel periodo subito successivo al processo sia stato “Giuditta che decapita Oloferne”, nella versione attualmente conservato al Museo di Capodimonte di Napoli. Le atmosfere della raffigurazione sono certamente tratte da Caravaggio, il quale si era a sua volta misurato con la rappresentazione della stessa scena. Tuttavia, nel dipinto di Artemisia, Giuditta appare come una donna più matura e forte: sul suo viso non c’è traccia dell’espressione quasi disgustata che caratterizza la sua omonima caravaggesca, ma vi si legge solo consapevolezza e determinazione, le maniche dell’abito raccolte a metà braccio evidenziano la drammaticità del suo gesto. Infine, il realismo viene portato alla sua ennesima potenza e sfuma in tratti orrorifici, dati dagli schizzi di sangue che contrastano con il bianco immacolato delle lenzuola. Non è mancato chi ha riconosciuto nella testa decapitata di Oloferne un ritratto del Tassi: siamo nell’ambito delle supposizioni, non potremo mai sapere se la pittrice abbia usato questo quadro per vendicarsi del torto da lei subito; è, però, certo che le emozioni dell’Artemisia donna violata abbiano contribuito a creare un’intensità drammatica senza pari.

La figura di Giuditta sembra essere molto cara alla pittrice, che la raffigura più volte in più opere, attingendo a momenti diversi della storia biblica. Così, la complicità con la donna che l’aiuta a decapitare Oloferne viene esplorata più a fondo in quadri come “Giuditta e la fantesca”, conservato nella galleria Palatina di Palazzo Pitti a Firenze. Le due donne sono, qui, colte in un passaggio estremamente drammatico della vicenda: dopo aver decapitato Oloferne, immerse nel buio della tenda dove ha avuto luogo l’efferato delitto, esse si apprestano a lasciare l’accampamento nemico, quando un rumore le mette in allerta. Artemisia riesce in un’impresa che ha quasi dell’impossibile: dipinge un rumore, lo rende tangibile e per farlo utilizza la tensione sul viso della sua eroina, nonché la presenza di una ciocca ribelle, sfuggita dall’acconciatura nella concitazione del momento. Ma a stupire è anche il senso di complicità femminile che pervade l’intera opera, tematica anche questa che compare frequentemente nella produzione dell’artista romana e nuovamente collegabile allo stupro subito: ad agevolare il Tassi nel compiere il suo sordido intento, un ruolo di rilievo era, infatti, spettato a Tuzia, una vicina di casa che era solita accudire la ragazza in assenza del padre, ma che, in quel giorno infausto, non si era fatta scrupoli a introdurre Agostino nella camera da letto della sua futura vittima.

Non solo Giuditta: a popolare le tele della Gentileschi si alternano altre grandi figure femminili, raccontate sempre da un punto di vista innovativo, diverso da tutto quello che è la tradizione pittorica precedente. Così, tra i vari soggetti, troviamo una Maddalena non tanto penitente, quanto in preda al dubbio: il suo sguardo è sì rivolto verso l’alto, verso quell’illuminazione divina che a breve lei abbraccerà, ma i suoi occhi non trasmettono alcuna certezza, bensì esprimono una drammatica tensione tra resistenza e sottomissione agli insegnamenti di Cristo. O, ancora, molte sono le opere dedicate a Cleopatra, una regina dalle forme morbide e dall’incarnato bianco candido, colta nell’atto di prendere una decisione in merito al suo prossimo suicidio. In queste raffigurazioni, la pittrice sceglie consapevolmente di non inserire troppi elementi che rimandino al rango della protagonista o dettagli realistici e forti che riguardino il gesto che lei si appresta a compiere; l’osservatore deve, infatti, perdersi nel suo sguardo dubbioso e lasciarsi trasportare nella sua mente, in un viaggio condotto in armonia da eros e thanatos.

E poi c’è lui, “Autoritratto come allegoria della pittura”, quadro del 1638-1639, attualmente conservato presso Kensington Palace a Londra. In esso l’innovazione è condotta al suo apice: Artemisia è la prima donna pittrice a regalarci un ritratto di se stessa, proprio colta nell’atto del dipingere, quindi nel compimento di quello che per lei non era solo un piacevole passatempo, ma un vero e proprio lavoro, fonte di sostentamento. Come se questo non fosse sufficientemente nuovo, la Gentileschi si adorna di simboli che ci permettono di identificarla come allegoria della Pittura stessa: dal suo collo pende un monile con un ciondolo a forma di maschera, tradizionale rimando alla pratica dell’imitazione della realtà, imprescindibile per chiunque si cimenti nell’arte pittorica, la ciocca che sfugge, in maniera assai ribelle dall’acconciatura e i capelli ricci richiamano, invece, l’aspetto più creativo, necessario per potersi definire artisti.

Artemisia, nel 1600, riuscì ad affermarsi come pittrice, a crearsi una cerchia di committenze anche molto importanti (tra gli altri lavorò anche per Cosimo II de’ Medici), fu la donna delle prime volte: una delle prime artiste a sostenersi economicamente solo grazie al suo lavoro, la prima donna in assoluto a essere ammessa all’Accademia fiorentina del disegno, la prima pittrice italiana che lavorò direttamente per la famiglia reale inglese, la prima ad autoritrarsi come rappresentazione della Pittura stessa. Per tutti questi motivi, risulta a dir poco riduttivo interpretare tutta la sua produzione come una risposta alla violenza subita quando era poco più che una ragazzina. Se, da un lato, lo stupro e l’umiliazione del processo hanno permesso ad Artemisia di conoscere a fondo l’animo umano, tanto da divenire maestra nel trasportare su tela le emozioni delle sue eroine, ma anche di tutte le figure maschili, spesso discutibili, che affollano le sue tele, dall’altro Artemisia si inserisce perfettamente nelle rivoluzioni pittoriche del suo tempo, assimila elementi dalle correnti più in voga e li fonde tra loro alla ricerca di uno stile personale assai caratteristico. In lei si fondono alla perfezione l’aspetto razionale, solitamente collegato agli uomini, e quello emotivo, tradizionalmente più femminile; nelle sue opere vi è armonia tra innovazione e tradizione, un perfetto equilibrio tra il suo vissuto personale e le innovazioni artistiche che si andavano diffondendo in quegli anni: ritroviamo, insomma, tutto quello che siamo soliti ricercare nei più grandi artisti, nel cui elenco Artemisia certo non può mancare.

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