Eventi Letteratura

Il dono di saper vivere, di Tommaso Pincio

Incontri con gli autori finalisti 2020 del XXXVI premio nazionale di narrativa Bergamo. Giovedì 8 ottobre, ore 18.00 Diretta Instagram pubblicata su Facebook, YouTube e sito del Premio.

da redazione

Un’elaborazione grafica dell’autore, Tommaso Pincio

Con queste domande, che prima o poi chiunque si pone nel corso dell’esistenza, ho fatto i conti per anni, lavorando in un luogo che somigliava alla fortezza del Deserto dei Tartari, una galleria d’arte situata nella stessa strada in cui Michelangelo Merisi, meglio noto come Caravaggio, uccise e si avviò a una fine rovinosa. Ci ho fatto i conti perseguitato dal fantasma di un uomo che al genio artistico univa una spiccata propensione a cacciarsi nei guai, tanto da spingere un insigne studioso ad affermare che, seppure incredibilmente dotato, Caravaggio non disponeva del dono di saper vivere. Ci ho fatto i conti per anni, finché un giorno ho pensato che fosse il caso di risolvere la partita scrivendo un romanzo, ignaro, o almeno non abbastanza consapevole, che il raccontare può rivelarsi una maledizione. Tommaso Pincio.

Nella cella della prigione in cui è rinchiuso, un uomo narra la sua storia. E dal fondo della propria disfatta si domanda che cosa significhi saper vivere, se davvero esista qualcuno con un simile talento. Un talento che mancava persino a Caravaggio, l’artista da cui l’uomo è ossessionato. È questo l’innesco del nuovo libro di Tommaso Pincio, tra i piú originali scrittori italiani della sua generazione. Un vertiginoso gioco di specchi che sorprende il lettore, lo spiazza, non lo fa mai sentire al sicuro. Non è un romanzo su Caravaggio, ma forse è il piú appassionato, inedito ritratto che del pittore sia mai stato realizzato. Non è un’opera di fiction, e neppure un testo autobiografico. È il tentativo struggente di confessare che impresa fallimentare, antieroica, sia vivere, per ciascuno di noi.

Einaudi Stile Libero Big 2018, pp.195

L’autore

Tommaso Pincio: nome d’arte dello scrittore italiano Marco Colapietro (Roma 1963). Il suo nome d’arte è l’italianizzazione del nome dello scrittore statunitense Thomas Pynchon. Dopo aver frequentato l’Accademia di belle arti di Roma, ha lavorato come fumettista fino all’esordio come scrittore con il romanzo M del 1999, ispirato al film Blade Runner. Nei suoi scritti visionari P. rivisita il luoghi comuni letterari e i miti popolari in chiave spesso ironica, enfatizzando le contraddizioni e le criticità della cultura postmoderna, che nello stesso tempo cerca di indagare. Dopo Lo spazio sfinito (2000), con il romanzo Un amore dell’altro mondo (2002), storia traslata del leader dei Nirvana, ha acquistato una certa notorietà. Hanno fatto seguito tra gli altri: La ragazza che non era lei (2005), Gli alieni (2006), sulla credenza sempre più diffusa ai nostri tempi dell’esistenza degli extraterrestri, Cinacittà (2010), sulla presenza dominante della comunità cinese, Pulp Roma (2012), Panorama (2015) e Il dono di saper vivere (2018). Attualmente collabora con la rivista Rolling Stone, Il Manifesto e la Repubblica.

Giovedì 8 ottobre, ore 18.00
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