Recensioni

Signore, in carrozza: un viaggio nella commedia che chiamiamo vita

A metà strada tra romanzo e sceneggiatura teatrale, "Signore, in carrozza!" è il racconto di una storia personale vera e sincera, ma è anche un viaggio dentro sé stessi e nei meandri delle convenzioni sociali che ci circondano.

di Jenny Barbieri

La vita è una commedia: così scriveva, secoli or sono, Lucio Anneo Seneca. E, da allora, questa frase non è mai passata di moda: la maggior parte di noi l’avrà sicuramente citata almeno una volta, nelle fasi più critiche del nostro percorso personale, quando, adolescenti, non riuscivamo a vestire convenzioni sociali in cui non ci rispecchiavamo o, ancora, quando, una volta adulti, abbiamo dovuto fare buon viso a cattivo gioco per quieto vivere o per non deludere chi ci stava accanto.

Immaginiamo solo per un momento di vivere in un mondo di mantelli colorati, in un luogo in cui questo capo di abbigliamento, oggi un po’ desueto, sia indossato da tutti e stia lì, indosso a ciascuno di noi, a indicare in maniera lampante il ruolo che ogni singolo individuo ricopre in quel gioco teatrale chiamato vita. Stiamo entrando nell’universo ricreato da Cristina Ferrandi, scrittrice milanese, nella sua opera d’esordio “Signore, in carrozza!”: una sceneggiatura teatrale moderna e attuale, che si legge con la stessa scorrevolezza di un romanzo, e che ci pone davanti a molte ipocrisie della società, ma sempre con ironia e senso di complicità.

Ferrandi, con le sue parole, ci porta in un’avventura che prende vita tra Firenze e Milano, nel pieno degli anni Novanta. Sembra passato così tanto da allora, eppure, come vedremo, le tematiche trattate e il modo in cui esse vengono affrontate sono estremamente attuali, tanto da poter essere verosimilmente trasportate ai giorni nostri.  Leggendo i vari atti, ci troviamo immersi in una storia di amore, passione, tradimenti, conosciamo lati del carattere dei personaggi che devono essere tenuti segreti per non infrangere le regole del vivere sociale, per non incorrere in pregiudizi.

Milano. Casa della Commedia. Interno. Cucina. Cucina in un raffinato stile country borghese che occupa tutta la destra della scena; dal fondo un frigorifero, ampio spazio, fornelli con sotto un forno, ampio spazio, lavelli, ampio spazio e un microonde. Uscio che porta al salotto e alle altre stanza. Nel centro, un grande tavolo rettangolare, sontuosamente apparecchiato, con alte seggiole intorno e fiori gialli in centro. Sul fondo un elegante orologio a pendolo dietro alla sedia capotavola del padre di famiglia. Ingresso sulla sinistra.

Eccoci entrati nel luogo dove la commedia prende vita: una casa come tante, di quelle che si trovano nella Milano bene, con un arredamento raffinato e funzionale. Ad abitarla, una famiglia come tante: padre in carriera, madre casalinga che si diletta tra esperimenti di cucina e corsi di disegno, e una giovane figlia, iscritta a giurisprudenza solo per compiacere i genitori. Una famiglia perfetta, almeno a prima vista. Tutto cambia quando entra in scena L’AMICA, una ragazza indipendente, che ha vissuto e studiato a Londra e che ha raggiunto una buona posizione lavorativa, una di quelle giovani donne che ha scelto di provare a realizzarsi da sola, attraverso il proprio lavoro e le proprie passioni. Una figura che, a un primo sguardo, ha poco da spartire con l’ambiente della commedia e i vari personaggi che lo popolano.

Attraverso i racconti dei fine settimana che L’AMICA trascorre presso la famiglia milanese, tra una cena e l’altra, impariamo a conoscere i vari personaggi che danno vita alla vicenda e scopriamo aspetti importanti del loro modo d’essere: IL PADRE, spesso assente ma, nonostante ciò,  burattinaio attento nel tessere il menage familiare,  LA MADRE, donna piena di energie che si consumano nel vano tentativo di tener vivo un dialogo sempre più assente, LA FIGLIA, che sceglie di non vedere la realtà che la circonda ogni giorno nell’effimero tentativo di non soffrire.

Manifestanti in piazza per chiedere l’approvazione della legge Zan

L’AMICA, come accennavamo, è il fattore che interviene a smuovere questa famiglia all’apparenza perfetta: elemento esterno fortemente caratterizzato, prova a inserirsi recitando al meglio il ruolo che le era stato assegnato al tavolo della commedia. Eppure, la sua personalità dirompente e il suo modo d’essere, ben presto, non possono fare a meno di rivelarsi: da osservatrice esterna, si accorge ben presto delle ipocrisie che sorreggono quell’insolito trio. In particolar modo, avverte la solitudine della MADRE, una signora interessante e affascinante, che, di certo, ha ben molto di più da offrire di qualche manicaretto gustoso. Tra le due, nasce un’amicizia, che pian piano si evolve in una vera e propria storia d’amore, dove l’una, L’AMICA, vive un sentimento travolgente e sincero, e l’altra, LA MADRE, ritrova se stessa, riscopre la sua indole più profonda, la sua essenza libera da convenzioni e ruoli sociali. In questa sceneggiatura, i personaggi non hanno un nome: a identificarli è il ruolo che essi rivestono nella commedia, reso ulteriormente evidente dal colore del loro mantello, ed entrambe queste caratteristiche si modificano nel corso del racconto rendendo palesemente lampante il cambio di ruolo all’interno della commedia. Tra tutti, spicca una figura vestita con un mantello arancione, non a caso il colore che nel buddismo richiama la capacità di concentrazione, la meditazione. Quest’anima, non un vero e proprio personaggio, è quasi un fantasma, che si rivela solo all’AMICA, riportandole la voce dei suoi pensieri più reconditi, invitandola a riflettere sull’essenza dell’amore vero, al di là di qualunque genere d’appartenenza.

FIGURA ARANCIONE (sospira) Eh, alla fine ci si ritrova sulla stessa panchina, alla banchina di sempre, ad aspettare un treno.

L’AMICA (sguardo al pubblico) Sì, ma il treno è la vita. Una piccola, ma preziosa vita su cui a volte sale Amore e quasi non te ne accorgi. Alcuni di noi arrivano troppo in anticipo alla stazione, altri oramai troppo in ritardo, ma tutti salgono su questa follia e fanno l’amore in un vagone.

A metà strada tra romanzo e sceneggiatura teatrale, “Signore, in carrozza!” è il racconto di una storia personale vera e sincera, ma è anche un viaggio dentro sé stessi e nei meandri delle convenzioni che ci circondano. Se l’ambientazione ci riporta agli anni Novanta, come non pensare, leggendo, all’attualità, al decreto Zan e al fatto che ancora oggi stiamo combattendo contro l’omotransfobia? Come non chiedersi quante persone accanto a noi, ogni giorno, tengano nascosta, non solo agli altri, ma anche a sé stesse, la loro vera natura per timore, paura del pensiero degli altri, che diventa terrore di essere aggrediti o emarginati. La lettura serve a intrattenere, a farci passare dei momenti di svago, a farci vivere esperienze anche molto lontane dalla nostra quotidianità. Se, in aggiunta a tutto questo, abbiamo anche spunti di riflessione importanti, ecco che ci troviamo a varcare la soglia della letteratura. E nell’opera d’esordio di Cristina Ferrandi convivono in armonia entrambi gli aspetti.

Editore : Progetto Cultura (20 aprile 2021); Copertina flessibile : 208 pagine; ISBN-13 : 978-8833562537

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