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Gino Strada: di quegli amici che non ci meritiamo

Sul volto di Gino Strada si potevano intuire, soprattutto per chi negli anni aveva seguito il lavoro suo e di Emergency, la conoscenza intima della sofferenza e dell'ingiustizia e di ciò che nonostante tutto sofferenza e ingiustizia non sono, e per cui vale la pena di combatterle.

di Franco Palazzi

Di Gino Strada mi ha sempre colpito il volto. Le guance incavate, gli occhi spiritati, la bocca sottile spesso contratta in una smorfia. Su quel volto si potevano intuire, soprattutto per chi negli anni aveva seguito il lavoro suo e di Emergency, la conoscenza intima della sofferenza e dell’ingiustizia e di ciò che nonostante tutto sofferenza e ingiustizia non sono, e per cui vale la pena di combatterle. Forse più di tutto, la fatica, la consapevolezza che il tempo è poco e le cose da fare molte. Così quando compariva in tivù si aveva sempre l’impressione che arrivasse da un qualche altrove più importante e su cui la sua mente era ancora concentrata. Gino Strada appariva sovente trasandato, stanco, scortese. La scortesia è una delle doti che gli apprezzavo di più e che credo valga la pena ricordare in ore in cui si proverà da più parti ad appiattirlo in un santino buono per tutti gli usi.

C’era un sublime realismo politico nella ruvidezza con cui chiamava razzista un razzista o stronzo uno stronzo – realismo drammaticamente estraneo a una sfera pubblica che si confronta quotidianamente con i più atroci soprusi, ma che lascia che anche le posizioni più criminali si ammantino della patina delle opinioni rispettabili. Strada mi ricordava una lettera di Carlo Rosselli dalla prigione, in cui annunciava alla famiglia che non avrebbe chiesto la grazia ai fascisti perché c’era bisogno di un esempio “d’intransigenza assoluta”. Contro il finto pragmatismo di chi dice che con l’intransigenza non si combina niente, aveva creato una delle poche realtà umanitarie in grado di diventare grandi e celebri pur restando degne del nostro rispetto.

Una malignità che spesso risuona tra chi ha in antipatia Emergency (e sono tant*) era che la missione dell’associazione di soccorrere tutt* fosse sbagliata, che nei suoi ospedali potevano finire (nemmeno fossero categorie a tenuta stagna) tanto gli innocenti quanto i violenti – cioè anche persone che secondo un qualche criterio più o meno ottuso e manicheo non avrebbero meritato di essere soccorse. Che si debbano curare tutt* e che la guerra sia una merda per chiunque finisca su un tavolo operatorio (che peraltro non è praticamente mai chi quella guerra l’ha dichiarata o chi ne trae profitto), che insomma alla fine aveva ragione lui, è chiaro oggi più che mai: perché uno così questo paese terribile non se lo meritava, eppure gli è toccato. Lui non si è tirato indietro nemmeno quando di tempo gliene è rimasto (inconsapevolmente) ben poco. I compagn* di strada migliori sono sempre quell* che non meritiamo, e forse va bene così.

Per approfondire: https://www.emergency.it/blog/pace-e-diritti/ti-vogliamo-bene-gino/

Repost Facebook del 13 agosto 2021


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