Cultura Letteratura

In favore della critica, che monda la letteratura

La funzione della critica è una funzione di servizio, serve a mettere chiarezza e a smascherare il sottoprodotto, soprattutto quando è spacciato come valore, oppure a esaltare la qualità, evidenziandola, soprattutto (ma non solo) quando non viene riconosciuta.

di Fabrizio Coscia

La parola «critica» ha origine dal verbo greco «krino», che vuol dire «separo». Il termine veniva usato in ambito agricolo, e in particolare era riferito al momento successivo alla trebbiatura  del grano, quando la granella del frumento veniva separata dalla paglia e dalla pula, ovvero dai cascami residuali della raccolta. Successivamente il termine fu usato anche nel senso di «giudicare», «sentenziare» (vedi Omero, nel II libro dell’Iliade, quando si dice che Zeus scatena una tempesta di pioggia violenta, adirato con gli uomini che nelle assemblee  «sentenziano norme ambigue»). Sono i due aspetti principali che attengono alla critica: la separazione del buono dal cattivo (il vaglio), e il giudizio, la sentenza, che deve essere chiara, decisa, priva di ambiguità. La funzione della critica è, dunque, una funzione di servizio, serve a mettere chiarezza e a smascherare il sottoprodotto (la pula), soprattutto quando è spacciato come valore, oppure a esaltare la qualità, evidenziandola, soprattutto (ma non solo) quando non viene riconosciuta.

Il discredito cui oggi è sottoposto il ruolo del critico, la riduzione dei suoi spazi sui quotidiani e nel dibattito culturale, deriva da quel processo più generale di disintermediazione che ha colpito anche altri ambiti della società, con l’avvento dei social e la perdita del principio di autorevolezza. Oggi che tutti ritengono di poter «separare» e «giudicare», il critico non serve più, e la critica non ha più motivo di esistere, liquidata da un discredito per lo più spocchioso (in generale il critico viene considerato un invidioso, un frustrato che non è riuscito a essere un artista). Un discredito che in realtà nasconde, da parte dei fruitori dei prodotti artistici, la paura di veder rovinate le proprie piccole certezze in ambito estetico, il conformismo, l’incompetenza, l’inadeguatezza, oppure, da parte degli stessi artisti, la difesa dalla ferita narcissica, dallo spettro del mancato consenso, dai colpi inferti a quell’immagine di successo costruita a forza di compromessi, menzogne e falsa coscienza.


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