Letteratura Recensioni

Trans-Atlantico, l’umorismo e la trasgressione da operetta di Gombrowicz

Trans-Atlantico non è un romanzo autobiografico come potrebbe sembrare; possiamo solo ipotizzare, se proprio vogliamo, che Gombrowicz gli abbia affidato il compito di rendere pubblici i suoi modi di percepire alcuni aspetti della realtà.

di Maria Luisa Mozzi

Una caricatura di Witold Gombowicz

Ho letto in questi giorni Trans-Atlantico dello scrittore polacco Witold Gombrowicz, nella traduzione di Riccardo Landau, edita da Il Saggiatore nel 2019. La narrazione è in prima persona; il protagonista si chiama Witold Gombrowicz e, come l’autore, nel 1939 parte dalla Polonia alla volta di Buenos Aires. Trans-Atlantico non è però un romanzo autobiografico; possiamo ipotizzare solo, se vogliamo, che Gombrowicz gli abbia affidato il compito di rendere pubblici i suoi modi di percepire alcuni aspetti della realtà. Solo in questo senso si può considerare un romanzo autobiografico. Il protagonista Gombrowicz arriva dunque in nave a Buenos Aires. Fa appena in tempo a sbarcare che si diffonde la notizia dell’invasione della Polonia e dello scoppio della Seconda guerra mondiale. Decide di non tornare; si nasconde, lascia ripartire la nave, comincia a organizzarsi per sopravvivere nel Paese in cui è sbarcato. C’è un gruppo di Polacchi, a Buenos Aires, e Gombrowicz li cerca. Va da un vecchio amico, va alla Legazione, chiede aiuto per un alloggio, un lavoro, forse anche per una legittimazione della sua presenza in Argentina e del suo rifiuto di tornare in Polonia, dove sarebbe stato arruolato per difendere (per portare alla vittoria?) la sua patria. La storia procede con un duello, una congiura, un padre che vuole uccidere un figlio.

Romanzo drammatico? Certo; e tragico, e addirittura grottesco. Però anche umoristico, satirico, caricaturale, trasgressivo nel lessico e nell’ortografia, se non altro per l’uso continuo di maiuscole enfatizzanti. L’umorismo a volte è umorismo da operetta, simile a quello di alcune sequenze del film ‘Anna Karenina’ di Joe Wright, in cui i gesti quotidiani, corali, reiterati, ricorrenti nella narrazione vengono usati per rendere ridicola, per esempio, la vita in un ufficio (nel romanzo la segreteria dell’Azienda Equina e Canina) o i modi di un personaggio (nel romanzo, per esempio, i tre gestori della stessa Azienda, ciascuno dei quali pensa solo a se stesso e che litigano continuamente fra di loro). Altre volte l’umorismo gioca sulla consistenza contemporaneamente denotativa e connotativa di una metafora, che diventa azione e trans-azione contemporaneamente. Per esempio, a pag. 89: “Le teste fumavano, come tanti camini, ci si vedeva a stento!”, oppure, a pag. 66 e passim: “Insieme con lui avevo Camminato, Camminammo insieme, ed era come se questa specie di cotta per sempre mi avesse scottato!”, oppure, nella seconda metà del romanzo, l’uso dell’aggettivo “vuoto”, che, riferito inizialmente alle canne di pistole vuote, senza il proiettile, usate per il duello, diventa, scritto ‘Vuoto’, con l’iniziale maiuscola, metafora dell’assenza, del vuoto, appunto, di innovazione e di aspirazione al progresso nella vecchia Polonia. Altre volte ancora l’umorismo nasce da neologismi, come il ‘sestessismo’ o la ‘figliatria’ o il ‘bumbare’ che non spiego per non svelare troppo e non togliere a eventuali lettori il gusto della lettura.

La satira, si sa, è il ridicolo provocato dall’esagerazione; il romanzo ne è pieno soprattutto nelle parti in cui si parla degli ideali (Patria, fede, riti) onnipresenti e mai discussi a causa dell’irragionevole chiusura all’innovazione della nobiltà e della politica polacche. Fra le caricature, la più riconoscibile è quella bellissima e molto irriverente di Borges, pagg. 59-63, di cui riporto solo un pezzettino, che non è neppure la parte più esilarante, altrimenti, ancora, toglierei troppo godimento ai possibili nuovi lettori: “Quest’uomo (era la prima volta che mi capitava di incontrare un uomo così strano) era estremamente sofisticato. Indossava un soprabito estivo, un paio di grandi occhiali neri che lo separavano, come una siepe, dal mondo circostante, intorno al collo una sciarpa di seta a mezzi pallini, sulle mani un paio di guanti neri di zeffiro a mezze dita, in testa un cappello nero a mezza falda. […] Nelle tasche una grande quantità di carte, di manoscritti, che egli perdeva in continuazione, sotto il braccio i libri. Era di una intelligenza straordinariamente sottile, la assottigliava costantemente, la distillava, ogni cosa che diceva era così intelligentemente intelligente da provocare ammirati schiocchi di labbra maschili e femminili”. Alla fine del siparietto Borges agisce sulla scena e prevale sul protagonista con un dialogo e una battuta finale colta e tranchant, come avrebbe potuto essere solo per un Borges riletto da un Gombrowicz.

Umorismo, satira e caricature tirano però anche pugni nello stomaco al lettore, pur facendolo sorridere. Per questo dicevo che ‘Trans-Atlantico’ è un romanzo drammatico, tragico, addirittura grottesco. Lo è sul serio. Innanzitutto, per quella frase ricorrente, “laggiù invece, al di là dell’acqua, sibilavano le pallottole”, che riporta continuamente il pensiero alla guerra in Europa. Poi perché ‘Trans-Atlantico’ è il romanzo della lacerazione interiore, dell’impossibilità di esprimere con sicurezza un parere e di prendere una posizione. Ci sono, nel romanzo, i vecchi ideali, i vecchi riti della nobiltà polacca, ma, al di là di essi, sembra ci possa essere solo il Vuoto, l’incapacità di prendere posizioni diverse e progredire. Infine, i personaggi del romanzo non sono capaci di creare modalità positive di relazione e collaborazione fra le persone; ci sono i gruppi formali della vecchia politica dove quello che conta, che è più vero della realtà, è il Verbale delle riunioni, e ci sono le associazioni di stampo, mi verrebbe da dire, terroristico o mafioso, che tengono legati gli affiliati con il ricatto ‘o con me o contro di me’, dove l’essere ‘contro’ equivale all’essere fatti fuori. Non c’è altro: non c’è famiglia, non c’è collaborazione fra lavoratori, non ci sono associazioni, partiti, una piazza che urli, onesta e unita, per chiedere e ottenere qualcosa.

Una proposta positiva del romanzo, tuttavia, c’è e si basa sulla richiesta di riconoscere la necessità dell’ambiguità e del trasgredire per progredire. È il ‘trans’, l’andare al di là. Al di là di cosa? Provo a elencare:

  • al di là dell’acqua (espressione che è sempre e comunque carica di nostalgia e di amore e di rimorso nei confronti della patria)
  • al di là della tradizione
  • al di là dei generi conformi
  • al di là dei padri
  • al di là delle gabbie
  • al di là della lingua standard
  • al di là della lingua letteraria
  • al di là della patria
  • al di là delle gerarchie (anche in letteratura)
  • al di là dell’ossequio
  • al di là dei soliti geni
  • al di là della cultura senza l’intelligenza
  • al di là della forma
  • al di là dei riti
  • al di là delle finzioni
  • al di là dell’ipocrisia
  • al di là delle convenzioni
  • al di là dei significati.

Per andare dove? Verso un umanesimo (?) alla Rabelais e alla Cervantes.


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