Kill Bill. L’intera sanguinosa faccenda

a cura di Poetarum Silva

Kill Bill come peccato originale di cinema: e di tutto ciò che il cinema ha fatto e può fare; questo senso così di Tarantino, Tarantiniano, tarantolato per l’immagine; questo ri(s)bucare dalle palle degli occhi, ancora e ancora fino all’altra parte della lama, fino all’altro polo della linea della vita. Avanti e indietro. Vent’anni di Kill Bill, il quarto film di una cinematografia che nasce già sorprendentemente, miracolosamente matura, ringiovanendo il proprio manifesto programmatico, continuando ad abitarlo (caso unico: diversamente dai vari stanchi Von Trier). Ogni volta unica, la fine. Ogni volta unico, l’amore (per il cinema). Epigono e maestro? Sì; però vent’anni. E finalmente si potrebbe sperare di vederlo con occhi ripuliti delle infinite ultimogeniture, degli infiniti trend, allievi, eredi, mode e consumi, nell’infinito andar del tempo…E nei titoli di testa campeggiano a caratteri cubitali i nomi di quei produttori, i fratelli Weinstein, nome-epitome, archetipo dell’odio e ancora della vendetta. Un’altra ondata, non proprio nouvelle, ma di segreti di pulcinella. La stessa Uma Thurman ebbe a dire; sapevano tutti. Io so, ma non ho le prove – me too. E sono altri dieci anni. E quei nomi in una storia di vendetta femminile non sono un ridicolo “plot twist” postumo, ma un memento della contraddizione in cui siamo immersi. 

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